mercoledì 29 ottobre 2025

"La Leggenda del Castello Nero"


Non so se le memorie che io sto per scrivere possano avere interesse per altri che per me - le scrivo ad ogni modo per me. Esse si riferiscono pressoché tutte ad un avvenimento pieno di mistero e di terrore, nel quale non sarà possibile a molti rintracciare il filo di un fatto, o desumere una conseguenza o trovare una ragione qualunque. Io solo il potrò, io attore e vittima a un tempo - Incominciato in quell'età in cui la mente è suscettibile delle allucinazioni più strane e più paurose; continuato, interrotto e ripreso dopo un intervallo di quasi vent'anni, circondato di tutte le parvenze dei sogni, compiuto - se così si può dire d'una cosa che non ebbe principio evidente - in una terra che non era la mia, e alla quale mi avevano attratto delle tradizioni piene di superstizioni e di tenebre; io non posso considerare questo avvenimento imperscrutabile della mia vita che come un enimma insolvibile, come l'ombra di un fatto, come una rivelazione incompleta, ma eloquente d'un'esistenza trascorsa.

Erano fatti, od erano visioni? L'uno e l'altro - né l'uno né l'altro, forse. Nell'abisso che ha inghiottito il passato non vi sono più fatti od idee, vi è il passato: i grandi caratteri delle cose si sono distrutti come le cose, e le idee si sono modificate con esse - la verità è nell'istante - il passato e l'avvenire sono due tenebre che ci avviluppano da tutte le parti, e in mezzo alle quali noi trasciniamo, appoggiandoci al presente che ci accompagna e che viene con noi, come distaccato dal tempo, il viaggio doloroso della vita.

Ma abbiamo noi avuta una vita antecedente? Abbiamo previssuto in altro tempo, con altro cuore e sotto un altro destino, alla esistenza dell'oggi? Vi fu un'epoca nel tempo, nella quale abbiamo abitato quei luoghi che ora ignoriamo, amato quegli esseri che la morte ha rapito da anni, vissuto fra quelle persone di cui vediamo oggi le opere, o cerchiamo la memoria nelle storie o nella oscurità delle tradizioni? Mistero! - E nondimeno… sì, io ho sentito spesso qualche cosa che mi parlava di una esistenza trascorsa, qualche cosa di oscuro, di confuso, è vero, ma di lontano, di infinitamente lontano.

Vi sono delle rimembranze nella mia mente che non possono essere contenute in questo limite angusto della vita, per giungere alla cui origine io devo risalire la curva degli anni, risalire molto lontano… due o tre secoli… Anche prima di oggi mi era avvenuto più volte nei miei viaggi di arrestarmi in una campagna e di esclamare: ma io ho veduto già questo sito, io sono già stato qui altre volte!... questi campi, questa valle, questo orizzonte io li conosco!

E chi non ha esclamato talora, parendogli di ravvisare in qualche persona delle sembianze già note: quell'uomo l'ho già veduto altre volte, noi ci conosciamo!

Nella mia infanzia vedeva spesso un vecchio che certo aveva conosciuto fanciullo, da cui certo era stato conosciuto già da vecchio: non ci parlavamo, ma ci guardavamo come persone che sanno di conoscersi da tempo. 

Lungo una via di Poole, rasente la spiaggia della Manica, ho trovato un sacco sul quale mi rammento benissimo di essermi seduto, saranno circa settant'anni, e ricordo che era un giorno triste e piovoso, e vi aspettava una persona di cui ho dimenticato il nome e le sembianze, ma che mi era cara.

In una galleria di quadri a Gratz ho veduto un ritratto di una donna che ho amato e la conobbi subito benché ella fosse allora più giovine, e il ritratto fosse stato fatto forse vent'anni dopo la nostra separazione. La tela portava la data del 1647: press'a poco a quell'epoca risale la maggior parte di queste mie memorie.

Vi fu un tempo della mia fanciullezza durante il quale non poteva ascoltare la cadenza di certe canzoni che cantano da noi le donne di campagna nelle fattorie, senza sentirmi trasportare ad un tratto in un'epoca così remota della mia vita, che non avrei potuto risalirvi anche moltiplicando un gran numero di volte gli anni già vissuti nella esistenza presente.

Bastava che io ascoltassi quella nota per cadere sull'istante in uno stato di paralisi, come di letargia morale che mi rendeva estraneo a tutto ciò che mi circondava, qualunque fosse lo stato d'animo in cui essa mi avesse sorpreso. Dopo i venti anni non ho più riprovato quel fenomeno.

Non aveva io più ascoltata quella nota? O la mia anima, già abbastanza immedesimata colla vita presente, si era resa insensibile a quel richiamo?

O che la mia natura è inferma, o che io concepisco in modo diverso dagli altri uomini, o che gli altri uomini subiscono, senza avvertirle, le medesime sensazioni.

Io sento, e non saprei esprimere in qual guisa, che la mia vita - o ciò che noi chiamiamo propriamente con questo nome - non è incominciata col giorno della mia nascita, non può finire col giorno della mia morte: lo sento colla stessa energia, colla stessa pienezza di sensazione con cui sento la vita dell'istante, benché ciò avvenga in modo più oscuro, più strano, più inesplicabile. E d'altra parte come sentiamo noi di vivere nell'istante? Si dice, io vivo. Non basta: nel sonno non si ha coscienza dell'esistere - e nondimeno si vive.

Questa coscienza dell'esistere può non essere circoscritta esclusivamente negli stretti limiti di ciò che chiamiamo la vita. Vi possono essere in noi due vite - è sotto forme diverse la credenza di tutti i popoli e di tutte le epoche - l'una essenziale, continuata, imperitura forse; l'altra a periodi, a sbalzi più o meno brevi, più o meno ripetuti: l'una è l'essenza, l'altra è la rivelazione, è la forma. Che cosa muore nel mondo? La vita muore, ma lo spirito, il segreto, la forza della vita non muore: tutto vive nel mondo.

Ho detto il sonno. E che cosa è il sonno? Siamo noi ben certi che la vita del sonno non sia una vita a parte, un'esistenza distaccata dall'esistenza della veglia? Che cosa avviene a noi in quello stato? Chi lo sa dire? Gli avvenimenti a cui assistiamo o prendiamo parte nel sogno non sarebbero essi reali? Ciò che noi chiamiamo con questo nome non potrebbe essere che una memoria confusa di quegli avvenimenti?... Pensiero spaventoso e terribile!

Noi forse, in un ordine diverso di cose, partecipiamo a fatti, ad effetti, ad idee di cui non possiamo conservare la coscienza nella veglia; viviamo in altro mondo e tra gli esseri che ogni giorno abbandoniamo, che rivediamo ogni giorno.

Ogni sera si muore di una vita, ogni notte si rinasce d'un'altra. Ma ciò che avviene di queste esistenze parziali, avviene forse anche di quell'esistenza intera e più definita che le comprende. Gli uomini hanno sempre rivolto lo sguardo all'avvenire, mai al passato; al fine, mai al principio; all'effetto, mai alla causa; e non di meno quella porzione della vita a cui il tempo può nulla togliere o aggiungere, quella su cui la nostra mente avrebbe maggiori diritti a posarsi, e dalla cui investigazione potrebbe attingere le più grandi compiacenze o gli ammaestramenti più utili, è quella che è trascorsa in un passato più o meno remoto.

Perocché noi abbiamo vissuto, noi viviamo, vivremo.

Vi sono delle lacune tra queste esistenze, ma saranno riempite. Verrà un'epoca in cui tutto il mistero ci sarà rivelato; in cui si spiegherà tutto intero ai nostri occhi lo spettacolo di una vita, le cui fila incominciano nell'eternità e si perdono nell'eternità; nella quale noi leggiamo, come sopra un libro divino, le opere, i pensieri, le idee concepite o compiute in un'esistenza trascorsa, o in una serie di esistenze parziali che abbiamo dimenticate. Se gli altri uomini serbino o no questa fede, non so: ma ciò non potrebbe né fortificare né abbattere il mio convincimento. Ad ogni modo, ecco il mio racconto.

Nel 1830 io aveva quindici anni, e conviveva colla famiglia in una grossa borgata del Tirolo, di cui alcuni riguardi personali mi costringono a sopprimere il nome. Non erano passate più di tre generazioni dacché i miei antenati erano venuti ad allogarsi in quel villaggio: essi vi erano bensì venuti dalla Svizzera, ma la linea retta della famiglia era oriunda della Germania: le memorie che si conservavano della sua origine erano sì inesatte e sì oscure, che non mi fu mai dato di poterne dedurre delle cognizioni ben definite: ad ogni modo, mi preme soltanto di accertare questo fatto, ed è che il ceppo della mia casa era originario della Germania.

Eravamo in cinque: mio padre e mia madre, nati in quel villaggio, vi avevano ricevuto quella educazione limitata e modesta che è propria della bassa borghesia.

Vi erano bensì delle tradizioni aristocratiche nella mia famiglia, delle tradizioni che ne facevano risalire l'origine al vecchio feudalismo sassone; ma la fortuna della nostra casa si era talmente ristretta che aveva fatto tacere in noi ogni istinto di ambizione e di orgoglio.

Non vi era differenza di sorta tra le abitudini della mia famiglia, e quelle delle famiglie più modeste del popolo; i miei genitori erano nati e cresciuti tra di esse, la loro vita era tutta una pagina bianca; né io avevo potuto attingere dalla loro convivenza, né tratte dal loro metodo di educazione alcuna di quelle idee, di quelle memorie di fanciullezza che predispongono alla superstizione e al terrore.

L'unico personaggio la cui vita racchiudeva qualche cosa di misterioso e d'imperscrutabile, e che era venuto ad aggiungersi, per così dire, alla mia famiglia, era un vecchio zio legato a noi, dicevasi, da una comunanza di interessi, di cui però non ho potuto decifrarmi in alcun modo le ragioni, dopo che, e per la morte di lui e per quella di mio padre, io venni in possesso della fortuna della mia casa.

Egli toccava allora - e parlo di quella età a cui risalgono queste mie memorie - i novant'anni. Era una figura alta e imponente, benché leggermente curvata; aveva tratti di volto maestosi, marcati, direi quasi plastici: l'andamento fiero quantunque vacillante per vecchiaia, l'occhio irrequieto e scrutatore, doppiamente vivo su quel viso, di cui gli anni avevano paralizzato la mobilità e la espressione. Giovine ancora, aveva abbracciato la carriera del sacerdozio, spintovi dalle pressioni insistenti della famiglia; poi aveva buttata la tonaca e s'era dato al militare; la Rivoluzione francese lo aveva trovato nelle sue file; egli aveva passato quarantadue anni lontano dalla sua patria e quando vi ritornò - poiché non aveva rotti i voti contratti colla Chiesa - riprese l'abito di prete che portò senza macchie e senza affettazione di pietà fino alla morte.

Lo si sapeva dotato di indole pronta benché abitualmente pacata, di volontà indomabile, di mente vasta ed erudita, quantunque s'adoperasse a non parerlo.

Capace di grandi passioni e di grandi ardimenti, lo si teneva in concetto di uomo non comune, di carattere grande e straordinario. 

Ciò che contribuiva per altro a circondarlo di questo prestigio, era il mistero che nascondeva il suo passato, erano alcune dicerie che si riferivano a mille strani avvenimenti cui volevasi che egli avesse preso parte - certo egli aveva reso dei grandi servigi alla Rivoluzione; quali e con quale influenza non lo si seppe mai; egli morì a novantasei anni portando seco nella sua tomba il segreto della sua vita.

Tutti conoscono le abitudini della vita del villaggio; non mi tratterrò a discorrere di quelle speciali della mia famiglia. Noi ci radunavamo tutte le sere d'inverno in una vasta sala a pian terreno e ci sedevamo in circolo intorno ad uno di quegli ampii camini a cappa sì antichi e sì comodi, che il gusto moderno ha abolito, sostituendovi le piccole stufe a carbone. Mio zio, che abitava un appartamento separato nella stessa casa, veniva qualche volta a prendere parte alle nostre riunioni e ci raccontava alcune avventure dei suoi viaggi e alcune scene della Rivoluzione che ci riempivano di terrore e di meraviglia.

Taceva però sempre di sé; e richiesto della parte che vi aveva preso, distoglieva la narrazione da quel soggetto.

Una ser - lo ricordo come fosse ieri - eravamo riuniti, secondo il solito, in quella sala: era d'inverno, ma non vi era neve; il suolo gelato e imbiancato di brina rifletteva i raggi della luna in guisa da produrre una luce bianca e viva come quella di una aurora. Tutto era silenzio, e non si udiva che il martellare alternato di qualche goccia che stillava dai ghiacciuoli delle gronde.

Ad un tratto un rumore sordo e improvviso di un oggetto gettato nel cortile dal muracciuolo di cinta, vinte ad interrompere la nostra conversazione; mio padre si alza, esce e si precipita fuori dalla porta che mette sulla via, ma non ode rumore alcuno di passi, né vede per tutto quel tratto di strada che si distende dinanzi a lui, alcuna persona che si allontani. Allora raccoglie dal suolo un piccolo involto che vi era stato gettato, e rientra con esso nella sala.

Ci raccogliamo tutti d'intorno a lui per esaminarlo. Era, meglio che un involto, un grosso plico quadrato in una vecchia carta grigiastra macchiata di ruggine, e cucita lungo gli orli con filo bianco e punti esatti e regolari che accusavano l'ufficio di una mano di donna.

La carta tagliata qua e là dal filo, e arrossata e consumata sugli orli, indicava che quel piego era stato fatto da lungo tempo.

Mio zio lo ricevette dalle mani di mio padre, e lo vidi tremare ed impallidire nell'osservarlo. Tagliatane la carta, ne trasse due vecchi volumi impolverati; e non v'ebbe gettato su gli occhi, che il suo volto si coperse di un pallore cadaverico, e disse, dissimulando un senso di dolore e di meraviglia più vivo: "è strano!"

E dopo un breve istante in cui nessuno di noi aveva osato parlare riprese: "è un manoscritto, sono due volumi di memorie che risalgono alle prime origini della nostra famiglia, e contengono alcune gloriose tradizioni della nostra casa. Io ho dato questi due volumi ad un giovine che, quantunque non appartenesse direttamente alla nostra famiglia, vi era congiunto per certi legami che non posso ora qui rivelare. Furono il pegno d'una promessa, cui non io, ma il tempo mi ha impedito di mantenere: sì, il tempo...", aggiunse tra di sé a bassa voce.

"Io avevo conosciuto all'Università di ***, allorché vi studiava teologia: egli fu ghigliottinato sulla piazza della Grève, e la sua famiglia fu distrutta dalla Rivoluzione saranno ora quarant'anni... non uno gli sopravvisse... è strano!"

E dopo un breve intervallo, osservando che verso la cucitura dei fogli si era accumulata una polvere rossastra leggerissima, ci disse, come si fosse risovvenuto di un pericolo: "Lavatevi le mani."

"Perché?"

"Nulla..."

Ubbidimmo. Si passò tutta quella sera in silenzio: mio zio era in preda a tristi pensieri, e si vedeva che egli si sforzava di evocare o di scacciare delle memorie assai dolorose. Si ritirò assai presto, si rinchiuse nel suo appartamento, e vi stette due giorni senza lasciarsi vedere.

 

In quella sera io mi coricai in preda a pensieri strani e paurosi di cui non sapeva darmi ragione. Era preoccupato dall'idea di quell'avvenimento più che non avrei dovuto, più che un fanciullo della mia età non avrebbe potuto esserlo.

Indarno io tenterei ora di rendere qui colla parola i sentimenti inesplicabili e singolari che si agitavano dentro di me in quell'istante. Parevami che tra quei volumi e mio zio, e me stesso, corressero dei rapporti che non avevo avvertito fino allora, delle relazioni misteriose e lontane, e di cui non giungeva a decifrarmi in alcun modo la natura né a comprendere il fine.

Erano, o mi parevano rimembranze. Ma di che cosa? Non lo sapeva. Di che tempo? Remote. Nella mia giovine intelligenza tutto si era alterato e confuso.

Mi addormentai sotto l'impressione di quelle idee, e feci questo sogno.

Aveva venticinque anni: nella mia mente si erano come agglomerate tutte quelle idee, tutte quelle esperienze, tutti quegli ammaestramenti che segnavano quella differenza tra l'età sognata e l'età reale; ma io rimaneva nondimeno estraneo a questo maggiore perfezionamento, benché il comprendessi.

Sentiva in me tutto lo sviluppo intellettuale di quella età, ma ne giudicava col senno e cogli apprezzamenti propri dei miei quindici anni.

Vi erano due individui in me, all'uno apparteneva l'azione, all'altro la coscienza e l'apprezzamento dell'azione. Era una di quelle contraddizioni, di quelle bizzarrie, di quelle simultaneità di effetti che non sono proprie che dei sogni.

Mi trovava n una gran valle fiancheggiata da due alte montagne: la vegetazione, la coltivazione, la forma e la disposizione delle capanne, e un non so che di diverso, di antico nella luce, nell'atmosfera, in tutto ciò che mi circondava, mi dicevano ch'io mi trovava colà in un'epoca assai remota dalla mia esistenza attuale - due o tre secoli almeno. Ma come era ciò avvenuto? Come mi trovava in quelle campagne? Non lo sapeva. Ciò era bensì naturale nel sogno: vi erano degli avvenimenti che giustificavano il mio ristarmi in quel luogo, ma non sapeva quali fossero; non aveva coscienza del loro valore, della loro entità, non l'aveva che della loro esistenza. 

Era solo e triste.

Camminava per uno scopo determinato, prefisso, per un fine che mi attraeva in quel luogo, ma che ignorava. All'estremità della valle si innalzava una rupe tagliata a picco, alta, perpendicolare, profonda, solcata da screpolature dove non germogliava una liana; e sulla sua sommità vi era un castello che dominava tutta la valle, e quel castello era nero. Le sue torri munite di balestriere erano gremite di soldati, le porte dei ponti calate, le altane stipate d'uomini e di arnesi da difesa; negli appartamenti del castello era rinchiusa una donna di prodigiosa bellezza [Lunaria], che nella consapevolezza del sogno io sapeva essere la dama del Castello Nero e quella donna era legata a me da un affetto antico, e io dovevo difenderla, sottrarla da quel castello.

Ma giù nella valle a' piedi della rupe ove io mi era arrestato, un oggetto colpiva dolorosamente la mia attenzione: sui gradini d'un monumento mortuario sedeva un uomo che n'era uscito allora; egli era morto e tuttavia viveva; presentava un assieme di cose impossibili a dirsi, l'accoppiamento della morte e della vita, la rigidità, il nulla dell'una temperata dalla sensitività, dall'essenza dell'altra: le sue pupille che io sapeva essere state abbacinate con un chiodo rovente, erano ancora attraversate da due piccoli fori quadrati che davano al suo sguardo qualche cosa di terribile e di compassionevole a un tempo.

A quel fatto si legavano delle memorie di sangue, delle memorie di un delitto a cui io avevo preso parte.

Fra me e lui e la dama del castello correvano dei rapporti inesplicabili.

Egli mi guardava colle sue pupille forate; e col gesto, e con una specie di volontà che egli manifestava, ma che io, non so come, leggeva in lui, m'incitava a liberare la dama.

Una via scavata lateralmente nella rupe conduceva al castello.

Una immensa quantità di proiettili lanciatimi dai mangani delle torri mi impedivano di giungervi.

Ma, strana cosa, tutti quei proiettili enormi mi colpivano ma non mi uccidevano - nondimeno mi arrestavano.

Attraverso le mura del castello, io vedeva la dama correre sola per gli appartamenti coi capelli neri disciolti, col volto e coll'abito bianchi come la neve, protendendomi le braccia con espressione di desiderio e di pietà infinita; e io la seguiva collo sguardo attraverso tutte quelle sale che io conosceva, nelle quali aveva vissuto un tempo con lei.

Quella vista mi animava a correre in suo soccorso, ma non lo poteva;

i proiettili lanciatimi dalle torri me lo impedivano: a ogni svolto del sentiero la grandine diventava più fitta e più atroce; e quegli svolti erano molti - dopo questo un altro, dopo quello ancora un altro… io saliva e saliva… la dama mi chiamava dal castello, si affacciava dalle ampie finestre coi capelli che le piovevano giù dal seno, mi accennava colla mano di affrettarmi, mi diceva parole piene di dolcezza e di amore, né io poteva giungere fino a lei - era una impotenza straziante.

Quanto durasse quella terribile lotta non so; tutta la durata del sogno, tutto lo spazio della notte. Finalmente, e non sapeva in che modo, ero arrivato alle porte del castello; esse erano rimaste indifese, i soldati erano spariti; le imposte serrate si spalancarono da sé cigolando sui cardini arrugginiti, e nello sfondo nero dell'atrio vidi la dama col suo lungo strascico bianco, e colle braccia aperte, correre verso di me, attraversando con una rapidità sorprendente, e rasentando appena lo spiazzo, la distanza che ci separava. Essa si gettò tra le mie braccia coll'abbandono di una cosa morta, colla leggerezza, coll'adesione di un oggetto aereo, flessibile, soprannaturale.

La sua voce era dolce, ma debole come l'eco di una nota; la sua pupilla, nera e velata come per pianto recente, attraversava le più ascose profondità della mia anima senza ferirla, investendola anzi della sua luce come per effetto di un raggio. 

Noi passammo alcuni istanti così abbracciati, una voluttà mai sentita da me né prima né dopo quell'ora, mi ricercava tutte le fibre.

Per un momento io subii tutta l'ebbrezza di quell'amplesso senza avvertirla: ma non m'era posato su questo pensiero, non era appena discesa in me la coscienza di quella voluttà, che sentii compiersi in lei una orribile trasformazione. Le sue forme piene e delicate, che sentiva fremere sotto la mia mano, si appianarono, rientrarono in sé, sparirono; e sotto le mie dita incespicate tra le pieghe che si erano formate a un tratto nel suo abito, sentii sporgere qua e là l'ossatura di uno scheletro… Alzai gli occhi rabbrividendo e vidi il suo volto impallidire, affilarsi, scarnirsi, curvarsi sopra la mia bocca; e colla bocca priva di labbra imprimervi un bacio disperato, secco, lungo, terribile… Allora un fremito, un brivido di morte scorse peer tutte le mie fibre, tentai di svincolarmi dalle sue braccia, respingerla… e nella violenza dell'atto il mio sonno si ruppe - mi svegliai urlando e piangendo.

Tornai ai miei quindici anni, alle mie idee, ai miei apprezzamenti, alle mie puerilità di fanciullo.

Tutto quel sogno mi pareva assai più strano, assai più incomprensibile che spaventoso. Quali erano i sentimenti che si erano impossessati di me in quello stato? Io non aveva ancora conosciuta la voluttà di un bacio, non aveva pensato ancora all'amore, non poteva darmi ragione delle sensazioni provate in quella notte. Ciò non ostante era triste, era posseduto da un pensiero irremovibile; mi pareva che quel sogno non fosse altrimenti un sogno, ma una memoria, un'idea confusa di cose, la rimembranza di un fatto molto remoto dalla mia vita attuale.



Nella notte seguente ebbi un altro sogno.

Mi trovavo ancora in quel luogo, ma tutto era cambiato; il cielo, gli alberi, le vie non erano più quelli; i fianchi della rupe erano intersecati da sentieri coperti di madreselve; del castello non rimanevano che poche rovine, e nei cortili deserti e negli interstizii delle stanze terrene crescevano le cicute e le ortiche.

Passando vicino al monumento che sorgeva prima nella valle e di cui pure non restavano che alcune pietre, l'uomo abbacinato che stava ancora seduto sopra un gradino rimasto intatto, mi disse porgendomi un fazzoletto bruttato di sangue: "Recatelo alla signora del castello."

Mi trovai assiso sulle rovine: la signora del castello era seduta al mio fianco - eravamo soli - non si udiva una voce, una eco, uno stormire di fronde nella campagna - essa, afferrandomi le mani, mi diceva: "Sono venuta tanto da lontano per rivederti. Senti il mio cuore come batte... senti come batte forte il mio cuore!... tocca la mia fronte e il mio seno: oh! sono assai stanca, ho corso tanto; sono spossata dalla lunga aspettazione... erano quasi trecento anni che non ti vedeva."

"Trecento anni!"

"Non ti ricordi? Noi eravamo assieme in questo castello: ma sono memorie terribili! Non le evochiamo."

"Sarebbe impossibile; io le ho dimenticate."

"Le ricorderai dopo la tua morte."

"Quando?"

"Assai presto."

"Quando?"

"Fra vent'anni, al venti di gennaio: i nostri destini, come le nostre vite, non potranno ricongiungersi prima di quel giorno."

"Ma allora?"

"Allora saremo felici, realizzeremo i nostri voti."

"Quali?"

"Li ricorderai a suo tempo... ricorderai tutto. La tua espiazione sta per finire, tu hai attraversato undici vite prima di giungere a questa, che è l'ultima. io ne ho attraversate sette soltanto, e sono già quarant'anni che ho compiuto il mio pellegrinaggio nel mondo: tu lo compirai con questa fra vent'anni. Ma non posso rimanere più a lungo con te, è necessario che ci separiamo."

"Spiegami prima questo enimma." 

"è impossibile... può avvenire però che tu lo abbia a comprendere. Ho rinfacciato ieri a lui la sua promessa: te ne ho restituito il mezzo, quei due volumi, quelle memorie scritte da te, quelle pagine sì colme di affetto... le avrai, se quell'uomo che ci fu allora sì fatale non t'impedirà di averle."

"Chi?"

"Tuo zio... egli... l'uomo della valle."

"Eglio? Mio zio!"

"Sì, e lo hai tu veduto?"

"Lo vidi, e ti manda per me questo fazzoletto insanguinato."

"è il tuo sangue, Arturo", diss'ella con trasporto, "sia lodato il cielo! Egli ha mantenuto la sua promessa."

Dicendo queste parole la signora del castello sparve - e io mi svegliai atterrito.


Mio zio stette rinchiuso per due giorni nel suo appartamento: appena ne fu uscito mi precipitai nelle sue stanze per impadronirmi di quei volumi, ma non vi trovai che un mucchio di cenere; egli li aveva dati alle fiamme. Quale non fu però il mio terrore quando nel rimescolare quelle ceneri vi rinvenni alcuni frammenti che parevano scritti di mio pugno; e da alcune parole sconnesse che erano rimaste intelligibili, potei ricostruire con uno sforzo potente di memoria degli interi periodi che si riferivano agli avvenimenti accennati oscuramente in quei sogni!

Io non poteva più dubitare della verità di quelle rivelazioni; e benché non giungessi mai ad evocare tutte le mie rimembranze per modo da dissipare le tenebre che si distendevano su quei fatti, non era più possibile che io potessi metterne in dubbio la esistenza.

Il Castello Nero era spesso nominato in quei frammenti, e quella passione d'amore che pareva legarmi alla signora del castello, e quel sospetto di delitto che pesava sull'uomo della valle vi erano in parte accennati. Oltre a ciò, per una combinazione singolare altrettanto che spaventevole, la notte in cui aveva fatto quel sogno era appunto la notte del venti gennaio: mancavano dunque venti anni esatti alla mia morte.



Dopo quel giorno io non aveva dimenticato mai quel presagio, ma quantunque non ponessi in dubbio che vi fosse un fondo di verità in tutto quell'insieme di fatti, era riuscito a persuadermi che la mia gioventù, la mia sensibilità, la mia immaginazione, avevano contribuito in gran parte a circondarli del loro prestigio. Mio zio, morto sei anni dopo, mentre io ero assente dalla famiglia, non aveva fatto alcuna rivelazione che si riferisse a quegli avvenimenti; io non aveva più avuto alcun sogno che potesse considerarsi come uno schiarimento od una continuazione di quelli; e degli affetti nuovi, e delle cure nuove, e delle nuove passioni erano venute a distogliermi da quel pensiero, a crearmi un nuovo stato di cose, un nuovo ordine di idee, ad allontanarmi da quella preoccupazione triste e affannosa.

Non fu che diciannove anni dopo che io dovetti persuadermi per una testimonianza irrefragabile, che tutto ciò che io aveva sognato e veduto era vero, e che il presagio della mia morte doveva conseguentemente avversarsi.

Nell'anno 1849 viaggiando al Nord della Francia, aveva disceso il Reno fin presso al confluente della piccola Mosa e m'era trattenuto a cacciare in quelle campagne. Errando solo un giorno lungo le falde di una piccola catena di monti mi era trovata ad un tratto in una valle nella quale mi pareva essere stato altre volte, e non aveva fatto questo pensiero che una memoria terribile venne a gettare una luce fosca e spaventosa nella mia mente, e conobbi che quella era la valle del castello, il teatro dei miei sogni e della mia esistenza trascorsa.

Benché tutto fosse mutato, benché i campi prima deserti, biondeggiassero adesso di messi, e non rimanessero del castello che alcuni ruderi sepolti a metà delle ellere, ravvisai tosto quel luogo e mille e mille rimembranze, mai più evocate, si affollarono in quell'istante nella mia anima turbata.

Chiesi ad un pastore che cosa fossero quelle rovine, e mi rispose: "Sono le rovine del Castello Nero; non conoscete la leggenda del Castello Nero? Veramente ve ne sono di molte e non si narrano da tutti allo stesso modo; ma se desiderate di saperla come la so io... se..."

"Dite, dite", io interruppi, sedendomi sull'erba al suo fianco. E intesi da lui un racconto terribile, un racconto che io non rivelerò mai benché altri il possa allo stesso modo sapere, e sul quale ho potuto ricostruire tutto l'edificio della mia esistenza trascorsa.

Quando egli ebbe finito, io mi trascinai a stento fino ad un piccolo villaggio vicino donde fui trasportato, già infermo, a Wiesbaden, e vi tenni il letto tre mesi.

Oggi, prima di partire, mi sono recato a rivedere le rovine del castello - è il primo giorno di settembre, mancano sei mesi all'epoca della mia morte - sei mesi, meno dieci giorni - giacché non dubito che morrò in quel giorno preciso. Ho concepito lo strano desiderio che rimanga alcuna memoria di me. Assiso sopra una pietra del castello ho tentato di richiamarmi tutte le circostanze lontane di questo avvenimento, e vi scrissi queste pagine sotto la impressione di un immenso terrore.


L'autore di queste memorie, che fu mio amico e letterato di qualche fame, proseguendo il suo viaggio verso l'interno della Germania, morì il 20 gennaio 1850, come gli era stato presagito, assassinato da una banda di zingari nelle gole così dette di Giessen presso Freiburgo.

Io ho trovate queste pagine tra i suoi molti manoscritti e le ho pubblicate.

"La Giostra"

Anni fa a Londra, in Bethnal Green, tra Shoreditch Station e Bricklane, c'era una squallida piazza che portava il nome di Altwater Square, nome che conservò fino al giorno in cui crollò il muro sul quale era scritto. Più avanti si stabilì in quell'area un parco di divertimenti che gli abitanti del quartiere chiamavano French Fair immaginando, e non del tutto a torto che le fiere di Francia gli somigliassero in tutto e per tutto. Durante i mesi d'inverno le tende e le baracche restavano chiuse: le prime ben legate e riparate dai copertoni, le altre inchiodate come casse. Nelle roulottes parcheggiate in disparte la popolazione della French Fair trascorreva la cattiva stagione in una specie di letargo, vivendo del proprio grasso come gli orsi per ridestarsi persone e cose, soltanto a primavera. All'inizio la French Fair contava un circo equestre, un serraglio, parecchie giostre - le cosidette merry-go-round - la vasta tenda di un illusionista e un numero imprecisato di lotterie, friggitorie e antri di cartomanti. Ma, dopo un lungo periodo di relativa floridezza, essa conobbe il declino; il numero dei "mestieri", per usare il gergo dell'ambiente, andò diminuendo; inoltre il quartiere diventava sempre più povero.

Il circo equestre divenne ambulante e non ritornò più in Bedhal Green. I leoni e le tigri morirono di vecchiaia e di tisi; gli orsi furono acquistati dallo Zoo di Londra; il pitone gigante fuggì e andò a morire nella fogna dove si era rifugiato; le scimmie entrarono al servizio di alcuni suonatori di organetti italiani. Un'ordinanza imprevista proibì alle indovine e ai veggenti di continuare a esercitare la loro attività; e i superstiti vissero alla giornata, sotto il segno della decrepitezza.

Al Blass era nato nella French Fair al tempo in cui suo padre, Silas Blass faceva quattrini con la sua giostra. All'epoca in cui ha inizio questa storia l'ultimo merry-go-round apparteneva ad Alerton Blass.

Silas era un furbacchione che asseriva di essere amico del progresso e che, grazie a una trovata, era riuscito a battere tutti i suoi concorrenti. Egli aveva sostituito buona parte dei suoi cavalli di legno con leoni e maiali; e, parrebbe impossibile, la clientela preferiva montare un leone o un porco invece di un comune cavallo.

Al crebbe in questo ambiente chiassoso ma bonario. Menando frustate che facevano molto rumore e poco male egli incitava la vecchia giumenta che azionava la giostra; ridava il colore agli animali di legno sbiaditi e ne fabbricò anche un paio di nuovi perché era abile di mano.

Aveva 25 anni quando il vecchio Silas morì lasciandogli un affare che non andava troppo male. Si parlava di un suo matrimonio con Betty, una ragazza che gestiva una lotteria a ruota. Ma poco tempo prima delle nozze la bella vendette la sua azienda e partì con un capitano in aspettativa. Alerton se ne consolò soltanto quando seppe che Betty la rossa non era che una volgare prostituta che i marinai in libera uscita nella Commercial Road potevano offrirsi a turno per qualche bicchiere di gin o una manciata di sigarette. Tuttavia gli rimase una certa diffidenza verso il  sesso gentile e non volle prender moglie. Assunse al suo servizio un vecchio, taciturno  e cupo, Gil Barker, un ex clown che ebbe l'incarico di incassare i quattrini, di allontanare chi non pagava e di girare la manovella dell'asse rotatorio. Un mattino la vecchia cavalla fu trovata morta nella sua stalla di tela e lo squartatore se la portò via. Al acquistò un vecchio cavallo da corsa che acconsentì a nitrire e a saltare ma non a fare la parte del derviscio che gira su se stesso; e dovette rivenderlo, perdendoci, a un ambulante che faceva i mercati e possedeva un carrozzino. Fu allora che gli venne la famosa idea di modernizzare la  sua giostra. La polizia fluviale aveva scartato alcuni motori a gasolio che non servivano più alle sue vedette. Al ne acquistò uno quasi a prezzo da ferrovecchio. L'illusionista che aveva qualche cognizione di meccanica gli insegnò a far girare contemporaneamente, con l'ausilio di una cinghia e di una puleggia, il perno e la piattaforma e  tutto andò secondo i suoi disegni. La giostra girava assai più rapidamente di prima, l'organo meccanico faceva più rumore di una banda e i clienti erano soddisfatti. Disgraziatamente i tempi diventavano sempre più duri e svaghi diversi e più lontani attiravano i giovani del quartiere. Ma Al era un uomo che si accontentava di poco e seppe tenersi a galla senza eccessive preoccupazioni. Fino al giorno in cui Uragano si ruppe le reni e le zampe.

Uragano era un bel cavallo marrone, con sella di feltro e briglie dorate e tempestate di pietre false. Faceva colpo, e quando la giostra si metteva in moto restava di rado senza cavaliere. Quel giorno era stato scelto da un omaccione zavorrato di birra e di brandy in soprappiù dei suoi cento chili abbondanti; ma costui era appena montato in sella che già crollava sulla piattaforma tra i frammenti e le schegge di quello che era stato Uragano.

Al riuscì a stento ad ottenere dal gigantesco cavaliere alcuni scellini a titolo di risarcimento e si recò da un fabbricante di attrezzi da fiera per acquistare un sostituto del povero Uragano. Ma le tariffe erano cambiate e il costruttore domandò un prezzo così esorbitante che Alerton ritornò a casa a mani vuote.

L'assenza del cavallo marrone non impediva alla giostra di girare, ma il vuoto che esso aveva lasciato nelle fila degli animali pungeva il cuore di Al Blass che finì col trovarne insopportabile la vista. Ora, Gil Barker era forse un vecchio brontolone, e scimunito per di più, ma capiva il dolore del padrone; e una sera rientrò curvo sotto un pesante fardello.

- Questo servirà a costruire un nuovo Uragano- borbottò. E Al vide che il fardello era un grosso pezzo di legno.

- Dove lo hai preso, Gil?- domandò.

Il vecchio scrollò le spalle, fece un segno in direzione dei moli e disse con voce sorda:  -Bè, laggiù -.

Poi riempì la pipa e si mise a fumare in silenzio.

- Non ho mai visto un legno simile- mormorò Al.

-Non è duro ma pesa come il piombo. E che strano odore!- Infatti il legno mandava un fetore nauseabondo di marcio e il suo colore verdastro non aveva nulla di attraente. Ma un proverbio del Midlands, forse noto anche altrove, dice che a caval donato non si guarda in bocca; e Al prese la mazzuola e lo scalpello e si mise all'opera immediatamente. Il legno si prestava bene a quello che egli voleva farne, e a poco a poco il nuovo corsiero prese forma. Era un bel lavoro. Il corpo, soprattutto, di linee snelle e robuste era ben riuscito; solo la testa non rispondeva ai desideri di Al, sebbene egli avesse cercato più volte di modificarne la forma. Era, tuttavia la testa di un cavallo; ma con un'espressione di ferocia diabolica che faceva paura a guardarla e che, al suo confronto, faceva apparire innocue capocce di pecore le teste dei leoni. Un ultimo tentativo di correggerla si concluse con un disastro. Causa un falso movimento lo scalpello incise le labbra della bestia cosicché le sue fauci si spalancarono quasi per una terribile minaccia. Allora, per evitare di far peggio, lo scultore ripose i suoi strumenti. Ma il peggio fu fatto quando Barker ci mise nuovamente le mani. Il vecchio aveva voluto rendersi utile e, sacrificando una parte del suo riposo notturno, aveva dipinto il nuovo ospite. Aveva scelto un atroce colore scarlatto e uno smalto di un bianco brillante per adornare la bocca spalancata di una possente rastrelliera di denti. Un rimasuglio di vermiglio e di smalto servì a dipingere un paio d'occhi enormi, inverosimili, sporgenti come quelli di un granchio mostruoso. Al rabbrividì quando vide il capolavoro, ma non avrebbe voluto per tutto l'oro del mondo arrecare un dispiacere al vecchio servitore criticando o disapprovando la sua opera. Così il nuovo corsiero prese il posto dell'altro. Non ebbe, però, lo stesso nome, perché Gil dichiarò dando un'amichevole manata al mostro: -Sue... se lo chiamassimo Sue?-

- Perché?-

- Quand'ero domatore di belve...- incominciò Gil Barker...

In effetti, prima di mettersi, ormai vecchio, a  divertire il pubblico con farse pietose e goffe capriole egli aveva presentato nel circo un numero di bestie feroci.

- ... Lavoravo con una tigre, un vero mostro. Aveva fatto fuori quattro domatori, ma a me non fece mai del male. Si chiamava Sue.-

- Vada per Sue, allora - rispose Al ridendo. -Ci figureremo che sia una giumenta. -

Sue entrò nella giostra, seguì la ronda dietro il leone Rabo e piacque molto ai giovani cavalieri, orgogliosi di poter cavalcare una bestia dall'aspetto così feroce senza correre il rischio d'essere fatti a pezzi o di mordere la polvere.

Alerton Bass era un uomo solitario, i cui pensieri giravano in un cerchio chiuso come i suoi animali di legno. Talvolta cercava di scambiare qualche parola con Gil Barker, ma questi rispondeva con un mugolio oppure faceva il sordo, come Cob Cow della favola che sente soltanto quando gli fa comodo. Un mattino tuttavia, Gil uscì dal suo mutismo per gridare rabbiosamente: - Vorrei proprio sapere che è il figlio di cane che ha conciato Ravo in questa maniera! -. Rabo il leone aveva perduto la coda e aveva i fianchi profondamente scorticati. Il vecchio mugugnò e finì col dire che avrebbe stretto le viti a Sue perché si chinava troppo in avanti. Mentre era intento a questo lavoro, Al lo udì mormorare: -Brutto demonio, hai allungato il collo, eh?- E pochi minuti dopo lo udì soggiungere: - Bisogna star buoni, bellezza... non si può mordere le altre bestie... Non si può. -

Era appena scoppiata una tempesta che doveva durare tre giorni interi. Londra era scomparsa in una nuvola d'acqua e di fumo; le raffiche di vento schiantarono gli alberi dei parchi e mandarono qualche tetto a fare un volo. La French Fair dovette chiudere le tende e la sua gente si ritirò nelle roulottes o andò ad affogare le sue pene nelle osterie dei dintorni. Ma, a parte qualche bancarella rovesciata, la fiera non ebbe troppo a soffrire per il cattivo tempo e la vita normale riprese il suo corso. Prima di rimettere in moto la giostra, Gil fece un giro d'ispezione per vedere se ogni cosa era in ordine.

- Maledizione!- gridò a un tratto. -Sono tre giorni che non giriamo e le viti di questa dannata bestia non tengono più.- Si guardò intorno, ma non scorse Alerton che si era nascosto poco lontano presentendo che qualcosa di insolito stesse per accadere. Il vecchio diede un calcio a Sue borbottando: - Canaglia, come se non lo sapessi che sei stata tu, nessun altro che tu, a fare a pezzi Rabo.-

Faceva buio perché i teloni non erano ancora stati tolti e Al poteva distinguere soltanto le forme fantomatiche degli animali di legno e quella gesticolante del suo domestico.

-Ah! Baldracca...carogna-

- Cosa succede?- domandò Al uscendo dal suo nascondiglio.

- Niente di grave. Un chiodo della gola di Sue che mi ha graffiato.-

Per tutta settimana Gil Barker portò la mano fasciata. Durante la notte Al lo udiva spesso lamentarsi e bestemmiare sottovoce.

In un pomeriggio tetro e di pubblico scarso il motore della giostra si arrestò. La piattaforma fece ancora mezzo giro e stava per fermarsi quando, repentinamente, riprese il movimento in maniera disordinata. Al non poteva credere ai propri occhi: il merry-go-round girava sempre più in fretta e i pochi ragazzi che cavalcavano gli animali urlavano di terrore. Il movimento si accelerava fino a dare le vertigini in un silenzio vasto, pesante che accentuava la stranezza del fenomeno: infatti il meccanismo centrale restava muto, con i suoi fantocci fissati in una immobilità paurosa. Gli occhi di Al erano fissi su Sue. Il ragazzo che stava in sella si aggrappava al collo dell'animale piangendo e gridando che stava per cadere e ammazzarsi. Puf, puf, puf...il motore si rimise in marcia e i fantocci del perno centrale ripreso a batter tamburi e triangoli.

- Senti un po'- esclamò il monello che era saltato a terra appena la giostra aveva rallentato. -La tua bestiaccia suda, attacca e puzza...e come puzza! - e scuoteva le mani con disgusto. Al vide larghe chiazze umide luccicare sui fianchi di Sue, ma non cercò di capire. D'altraparte c'era forse qualcosa da capire?

Durante la notte egli udì un rumore come se una schiera di topi si desse da fare da qualche parte. E poteva darsi che fossero davvero topi , dato che a French Fair non ne mancavano. Ma la mattina seguente Gil Barker dovette staccare il leone Rabo che aveva i fianchi dilaniati; e Al vide che il vecchio toglieva di nascosto delle schegge di legno dalla bocca di Sue.

- Ehi, Blass- disse Sol Corter, l'illusionista, - forse che Barker ha ripreso il suo antico mestiere di domatore e si esercita di nascosto?-

- Cosa ti salta in mente?- si stupì Al.   

-Deve già una sterlina e quattro scellini a Grudden che ha una macelleria di carne di cavallo in Bricklane; e ieri, quando Grudden ha rifiutato di fargli ancora credito, si è quasi messo in ginocchio. Alla fine, è riuscito a portarsi via un po' di carnaccia.

Al riflettè un poco; poi, durante una breve assenza del suo domestico, andò a esaminare Sue con maggiore attenzione. Il legno con il quale la bestia era stata fabbricata non aveva mai olezzato di rosa, ma adesso esalava un fetore insopportabile di putrefazione. - Dove ho già sentito questa puzza?- mormorò Al. Più tardi, durante il giorno, si battè la mano sulla fronte: ricordava, ma era un ricordo che rendeva le sue idee ancora più confuse. Quel fetore era l'alito delle tigri del serraglio di Westlock.

Una notte Al Blass fu destato dal soffio freddo di uno spiffero; e, alla luce di un fanale che entrava da un finestrino della roulotte, vide che la cuccetta di Gil era vuota. Il fatto non aveva nulla di singolare, senonché dall'esterno giungeva un rumore strano che non era quello della pioggia che martellava i tendoni e le lamiere di copertura. Una lanterna era accesa all'interno della giostra e un triangolo di luce  usciva dal tendone. Udendo un rumore soffocato di colpi, di salti e di cadute, Al sgattaiolò dentro.

Accadde allora qualcosa di fulmineo e di confuso. Vide vicino al suo viso quello di Gil Barker, rosso di sangue, contratto dalla disperazione e dal dolore; e poi una forma che girava a vuoto. Urtò contro qualcosa, oppure fu urtato, e cadde con la faccia al suolo e un dolore lancinante che gli trafiggeva il petto. Nello stesso istante la lanterna si staccò dal palo e andò a sbattere contro la damigiana piena di gasolio. - Al fuoco- urlò Al. Ma già un cerchio di fiamme ruggenti lo circondava.  

Meno di un'ora dopo la povera casa di assi e di tela che era stata French Fair non era più che cenere rossa che sibilava sotto la pioggia. Per un vero miracolo la vittima fu una sola: Al Blass, il cui cadavere fu trovato semi carbonizzato tra i resti del suo merry-go-round.

- Sarà bene fare indagini- dichiarò il sergente di polizia che aveva assistito ai lavori di salvataggio.       

- Direi che questo colpo è stato tratto col coltello.-

Si cercò Gil Barker che era sparito, e non ci volle molto a trovarlo. Il suo cadevere giaceva nel settore di manovra di Shoreditch-Station. Il dottor Andrew Matthis che si era recato sul posto su invito della polizia raccontò: - è una fortuna che gli fosse rimasto un pezzo di testa che ci ha permesso di identificarlo. Il resto non era che poltiglia. Pareva che l'avessero passato al tritatutto per farne polpette. Gli era rimasto anche un pezzo di mano, però; quanto bastava per impugnare un'ascia dalla lama completamente storta e che sembrava intrisa di vischio o di melassa.-. Intorno al cadavere furono raccolti grossi pezzi di una sostanza verdastra, densissima, esalante un odore così nauseabondo che il dottor Matthis fu colto dai conati di vomito.

Dieci anni dopo, il dottor Andrew Matthis faceva parte di una spedizione scientifica inglese nel deserto del Gobi. Una sera la comitiva incontrò la spedizione del professor Hatterly, e nella triste solitudine del deserto i due gruppi di scienziati fraternizzarono.

- Abbiamo fatto una scoperta eccezionale, senza precedenti - raccontò il professore, - sulle rive di uno di quei maledetti laghi salati che pullulano da queste parti. Anzi, non dovrei maledirli, perchè è proprio grazie al sale delle loro acque che il cadavere è relativamente ben conservato.

- Un cadavere? Domandò il dottor Matthis. - Allora dev'essere bene avanti negli anni, perchè da secoli qui non ci sono altri esseri viventi all'infuori delle tarantole o delle cavallette.-

- Secoli? Dite pure millenni, caro collega- rispose l'americano ridendo. E diede ordine di aprire alcune casse.

-Fortunatamente la testa è quasi intatta- continuò, - mentre il resto del corpo si è in gran parte decomposto e disgregato. Ma lo portiamo via ugualmente; ci permetterà di fare ricerche più ampie.-

Il dottor Matthis trattenne a stento un'esclamazione di terrore quando Hatterly gli fece vedere una testa mostruosa, di una laidezza senza pari. - Sarebbe una tigre... ma con l'orrore in più!-

- Infatti. Non credo di sbagliare dicendo che si tratta di un machairodus, la tigre della preistoria. Osservate la testa, allungata, come quella di un cavallo o di un asino. E il muso: non ne trovate di simili in nessun altro grande animale feroce. Ma che razza di gigante doveva mai essere questo...Due volte le dimensioni di un bufalo, vi pare?- Indicò  un'altra cassa dalla quale usciva un odore ripugnante. - Muscoli quasi putrefatti. Osservate il loro strano colore verdastro e bronzeo; forse il sale ne è la causa, almeno in parte. Quanto al fetore, non penso che sia dovuto alla putrefazione ma che sia l'odore "sui generis" del mostro. Altrettanto insolita è la densità di questa sostanza: 6.50, pressapoco la stessa dell'antimonio.-

Richter, lo scienziato austriaco che faceva parte della spedizione americana e aveva passato molti anni in Siberia, disse a sua volta: - Nell'Ostrog, gli uomini delle tribù Schamanes scoprono qualche volta corpi simili imprigionati, ma si guardano bene dal toccarli, anzi si allontanano in fretta e vanno a rizzare le loro tende il più lontano possibile. E, non ho mai capito perché, chiamano quei corpi  "La cosa che resta terribile e non muore mai".-

Andrew Matthis si chiese allora dove avesse visto resti identici a quelli che esalavano lo stesso fetore pestilenziale. Se ne ricordò solo qualche giorno dopo, e la sua mente concepì un'ipotesi allucinante e spaventosa. Ma, riflettendo, si rese conto di quello che sarebbe avvenuto se l'avesse resa pubblica: la levata di scudi degli ambienti scientifici, le controversie appassionate, le risate di disprezzo, le ingiurie, perfino. E poichè ambiva a una cattedra a Oxford o a Cambridge, preferì tacere.


"Clarimonde"

Lei mi chiede, Padre, se io abbia mai goduto dei piaceri dell'amore. Ebbene, sì. Atroce e strana è la mia storia: tanto che, sebbene abbia ormai varcato la soglia dei settant'anni, ancora ho ritegno nel cercare le braci vive d'un tal ricordo fra le ceneri della memoria. Ma a lei non oso rifiutar nulla: sia chiaro, però, che a nessun animo meno esperto del suo farei mai il racconto delle mie esperienze.

Volle il fato ch'io mi trovassi, per più di tre anni, preda e prigione d'una illusione diabolica. Io, misero e solingo prete di campagna, ogni notte condussi in sogno (e volesse Iddio che fosse stato solo un sogno!) la vita d'un Sardanapalo. Per correre il rischio di perdere l'anima immortale, mi bastò l'aver gettato un solo sguardo, forse troppo partecipe, su una creatura di sesso femminile. Per buona sorte infine, col soccorso di Nostro Signore e del mio Santo Patrono, riuscii a scacciare lo spirito immondo che mi possedeva: ma il rischio fu immenso.

La mia esistenza, a un certo punto della mia vita, s'era complicata per l'aggiunta d'una esistenza notturna supplementare, in pieno contrasto con l'altro. Il giorno, ero un piccolo prete adorno della propria castità, tutto preso dalle orazioni e dai servizi santi: ma la notte, chiusi gli occhi, mi trasformavo in un baldo giovane, profondo conoscitore di femmine, cani e cavalli, giocatore di dadi, bevitore, bestemmiatore. E, al risveglio, nel chiaro dell'alba, pensavo di stare sul punto di addormentarmi per sognare d'essere un prete.

Di questa vita da sonnambulo, mi sono rimasti ricordi, ahimè, incancellabili di cose che mai avrei dovuto vedere e parole che mai avrei dovuto udire. E malgrado non sia mai uscito dalle mura del mio presbiterio, a sentirmi parlare si direbbe ch'io sia un uomo dal passato intenso, che ha goduto di tutti i piaceri del mondo, e che infine si sia accostato alla pace religiosa per chiudere nel grembo di Dio i suoi giorni troppo agitati: non certo l'umile seminarista che fui nella realtà, invecchiato nel silenzio, disperso nel cupo d'un bosco ove mai ebbei occasione d'avere rapporto alcuno con le cose del mondo.

Invece, ho amato come nessuno su questa terra ha amato mai, di un amore furioso, così violento, ch'io stesso mi stupisco che il cuore non me ne sia scoppiato. Che tensione paurosa! Che notti! Che notti!

La vocazione a farmi prete l'avevo subita fin dalla più tenera infanzia: per cui, tutti i miei studi furono orientati a tale scopo, tanto che la mia vita, fino ai ventiquattro anni, non fu che un lungo noviziato. Conclusi gli studi di teologia e superati tutti i gradi minori, malgrado la mia giovinezza, i superiori mi stimarono degno di varcare l'ultima soglia, la più temibile: si stabilì che avrei ricevuto gli Ordini Sacri, e nella settimana di Pasqua sarei diventato prete.

Mai, prima d'allora, ero stato al di fuori della cinta in cui erano racchiusi il collegio che avevo frequentato, e il seminario. Sapevo, certo, che esisteva qualcosa che chiamavano "donna": ma con estrema vaghezza, e senza mai che su tal pensiero la mia mente si fosse soffermata. Ero d'una innocenza pura e perfetta.

Nulla avevo da rimpiangere, e non provavo dunque la minima esitazione di fronte all'impegno irrevocabile che stavo per sigillare: anzi, la mia anima era piena di gioia e d'impazienza.

Non credo che alcun fidanzato abbia mai contato gli istanti che lo separavano dall'unione con la promessa sposa con un ardore più acceso del mio. Non riuscivo neppure a prendere sonno, eccitato com'ero all'idea che alfine avrei potuto celebrare la Santa Messa. Esser prete: nulla al mondo sapevo concepire di più bello. Senza esitare, avrei rifiutato d'esser re o poeta.

E venne il gran giorno. Mi diressi alla chiesa con passi tanto leggeri che mi pareva che sulle spalle mi sorreggessero le ali d'un angelo. Simile a un angelo, infatti, mi credevo e mi meravigliavo dei volti scuri e preoccupati che attorno a me esibivano molti dei miei compagni: perché eravamo in molti in procinto di ricevere gli Ordini. Avevo passato la notte in preghiera, ed ero così esaltato da rasentare l'estasi. Il Vescovo, un vegliardo venerando, mi pareva Iddio, in atto di contemplare la propria stessa eternità. Attraverso le volte del tempio, vedevo il cielo.

Lei, fratello mio, conosce i particolari della cerimonia: Benedizione, Comunione, unzione delle mani con l'olio dei catecumeni, e infine il Santo Sacrificio, che si offre insieme con il Vescovo. Oh! Come aveva ragione Giobbe! Quanto è imprudente non fare un patto preventivo con i propri occhi! Per caso, a un tratto, alzai la testa, e di colpo vidi davanti a me, tanto vicina da poterla toccare (benché, in realtà, fosse piuttosta lontana), una giovane donna di straordinaria bellezza, vestita come una regina. Fu come se delle scaglie mi cadessero dagli occhi: provai la sensazione di un cieco che ritrova all'improvviso la vista.

Il Vescovo, così splendido fino a quel momento, subito si spense, i ceri impallidirono nei candelieri d'oro come le stelle al mattino, e in tutta la chiesa si fece per me il buio completo. L'affascinante creatura si staccava da quel sipario d'ombra come una rivelazione divina: pareva splendesse di luce propria, che fosse essa stessa una fonte di luce.   

Abbassai le palpebre, deciso a non sollevarle mai più, per sottrarmi a ogni fascino che potesse provenire dall'esterno: perché in realtà mi sentivo sempre più distratto, e sempre meno mi rendevo conto di quel che facevo.

Un istante dopo riaprii gli occhi, perché anche attraverso le palpebre chiuse la vedevo brillare in una rossa penombra, come se stessi fissando il sole.

Quanto era bella! I più grandi pittori, anche quando vogliono raffigurare la Madonna, e cercano quindi di rappresentare l'ideale della bellezza, non si avvicinano neppure lontanamente a quella favolosa realtà. Nessuna tavolozza di pittore, nessun verso di poeta avrebbero potuto darne l'idea. Ancora non so se la fiamma che la illuminava provenisse dal cielo o dall'inferno: ma certo veniva o dall'uno o dall'altro.

Man mano che la contemplavo, sentivo schiudersi in me delle porte di cui non sospettavo nemmeno l'esistenza, e la vita mi appariva in una luce tutta diversa. Era come se nascessi a un nuovo essere, a un altro ordine di idee. Un'angoscia spaventosa mi mordeva il cuore, e ogni minuto che passava mi sembrava nello stesso tempo un secondo e un secolo.

La cerimonia, comunque, proseguiva, trasportandomi sempre più lontano da quel mondo di cui i miei nuovi desideri assediavano furiosamente l'entrata.

Comunque, nel momento fatale dissi "sì". Avrei voluto dire "no": tutto in me si rivoltava e protestava contro la violenza che la mia lingua stava facendo alla mia anima. Ma una forza occulta mi strappò la parola decisiva di gola, malgrado me stesso.

Qualcosa di simile deve accadare alle molte ragazze che vanno all'altare con la ferma risoluzione di rifiutare lo sposo che vien loro imposto contro la loro volontà: giunto il momento, nessuna ricusa le nozze. Qualcosa del genere deve anche accadere a tutte quelle povere novizie che finiscono col prendere il velo, anche quando sarebbero ben decise a farlo a brani al momento dei voti.

Poche osano far scoppiare scandali davanti a tutti, o deludere l'aspettativa di tante brave persone. Si indovinano, tese e concentrate sulla risposta che dovete dare, tutte le singole volontà dei presenti: i loro sguardi fissi opprimono come una cappa di piombo. E poi, ogni cosa è già predisposta, tutto è così ben regolato in anticipo, e appare così irrevocabile, che ogni reazione personale cede sotto quel peso immane e non può che arrendersi definitivamente.

Lo sguardo della bella sconosciuta mutava di espressione man mano che la cerimonia procedeva. Dapprima tenero e carezzevole, si coloriva sempre più di una sorta di sdegno e di disapprovazione, come per esprimere scontento per ciò cui doveva assistere.

Feci uno sforzo, da solo sufficiente a sradicare una montagna, per esprimere con un urlo la mia volontà di non farmi più prete: non riuscii a nulla. La mia lingua era incollata al palato, e non riuscii a tradurre la mia intenzione neppure col più insignificante cenno negativo. Sveglio, vivevo in una sorta di incubo.

Lei sembrò accorgersi del martirio che stavo subendo, e, come se mi volesse incoraggiare, mi lanciò un'occhiata piena di divine promesse. I suoi occhi erano un poema, di cui ogni sguardo costituiva una cantica.    

Pareva che mi dicesse: "Se vorrai essere mio, ti farò più felice di quanto possa renderti Dio in Paradiso; gli angeli ti invidieranno. Strappa il lugubre sudario con cui stanno per avvolgerti: io sono la bellezza, la gioventù, la vita. Vieni da me: insieme, saremo l'amore. La nostra vita scorrerà come un sogno, non sarà che un lungo, eterno bacio. Spargi a terra il vino del calice che ti porgono, e sarai libero. Io ti guiderò verso isole sconosciute: dormirai sul mio seno, in un letto d'oro e sotto un baldacchino d'argento; perché io ti amo, e voglio sottrarti a Dio, verso il quanto tanti cuori riversano torrenti d'amore, che non arrivano nemmeno fino a lui."

Mi pareva di udire queste parole accompagnate da una musica dalla dolcezza infinita, perché il suo sguardo sembrava parlare, e le frasi che i suoi bellissimi occhi trasmettevano vibravano in fondo al mio cuore, come se una bocca invisibile me le soffiasse nell'anima. Mi sentivo prontissimo a rinunciare a Dio, ma intanto continuavo a compiere macchinalmente tutte le formalità del rito.

La bella mi gettò uno sguardo così carico di supplica e talmente disperato, che fu come se mille lame acuminate mi trafiggessero il cuore.

Ma, ormai, era fatta: ero prete.

Mai viso umano espresse un'angoscia più straziante: la giovinetta che vede cadere al suo fianco il promesso sposo fulminato da una sincope, la madre che trova vuota la culla del suo bambino, l'avaro che scorge una pietra al posto del suo oro, il poeta che ha lasciato scivolare nel fuoco l'unica copia della sua opera più importante, non avrebbero avuto un'espressione più desolata e inconsolabile. Il suo viso si fece bianco come il marmo, le braccia bellissime le caddero lungo il corpo. Si appoggiò a una colonna, come se le gambe non la reggessero più.

Quanto a me, ero livido, in un bagno di sudore più bruciante di quello del Calvario. Mi diressi barcollando verso il portale della chiesa. Soffocavo, e le volte pareva mi schiacciassero le spalle: era come se dovessi sostenere da solo l'intero peso della cupola.

Stavo per oltrepassare la soglia, quando una mano afferrò la mia: una mano di donna! Non ne avevo mai toccate: era fredda come la pelle d'un serpe, eppure mi rimase la sensazione come del marchio d'un ferro rovente. Era lei.

"Sciagurato! Che hai fatto!", mi sussurrò a bassa voce. Poi, svanì tra la folla. Mi passò davanti il vecchio Vescovo. Mi osservò con aria severa. In effetti, il mio contegno doveva apparirgli assai strano: impallidivo e arrossivo continuamente e, senza apparente ragione, ero in preda alle vertigini. Uno dei miei compagni si accorse del mio stato, e si prese cura di accompagnarmi: da solo, non avrei ritrovato neppure la strada del seminario.

Alla svolta di una viuzza, mentre il mio compagno guardava da un'altra parte, un paggetto negro, bizzarramente vestito, mi venne incontro e, senza fermarsi, mi consegnò un piccolo portafogli preziosamente istoriato, facendomi segno di nasconderlo. Lo feci scivolare nella manica, e non lo tolsi che quando fui solo nella mia cella. Feci saltare il fermaglio: dentro, c'erano due soli foglietti con queste parole: "Clarimonde, Palazzo Concini".

Conoscevo, così poco, a quell'epoca, delle cose del mondo, che non sapevo nulla di Clarimonde, anche se in giro si parlava molto di lei, e ignoravo poi del tutto dove si trovasse il Palazzo Concini. Feci infinite congetture, l'una più stravagante dell'altra: ma, in verità, quel che desideravo era di riuscire a rivederla, e ben poco mi importava di quel che fosse, gran dama o cortigiana.

Questa passione, appena nata, si era radicata in maniera incrollabile e non mi veniva nemmeno fatto di pensare alla possibilità di sradicarla. Quella femmina mi dominava ormai interamente: con un solo sguardo aveva fatto di me un altro uomo, mi aveva iniettato la sua volontà. Mi comportavo in modo assurdo, baciavo la mia mano nel punto in cui lei l'aveva sfiorata, stavo ore intere a ripeterne il nome. Appena chiudevo gli occhi, la vedevo così distintamente come se fosse presente, e mi ripetevo di continuo le parole che lei aveva pronunciato sul portale della chiesa: "Sciagurato, che hai fatto?".

Mi rendevo conto dell'orrore della mia situazione, e tutti gli aspetti più tristi del mio stato mi rivelavano con chiarezza: essere prete voleva dire rimanere casto, non fare all'amore, non badare mai né al sesso né all'età, distogliere gli occhi da ogni bellezza, comportarsi come un cieco, strisciare sempre nell'ombra gelida di un chiostro o di una chiesa, non avere contatti che con i moribondi, vegliare cadaveri di sconosciuti, e portare sempre il lutto, con quella sottana nera che, così com'era, avrebbe potuto servire benissimo anche come sudario per avvolgermi nella bara!

Come fare per rivedere Clarimonde? Non avevo alcun pretesto per uscire dal seminario, poiché non conoscevo nessuno in città. Non dovevo poi nemmeno rimanerci a lungo: stavo anzi aspettando che mi destinassero a una parrocchia. Tentai di scalzare le sbarre della mia finestrella, ma ero a un'altezza impressionante, e poi non possedevo una scala a pioli, dunque era inutile pensarci.

D'altra parte, non sarei potuto scendere che di notte, e come avrei saputo districarmi nel labirinto delle strade, che conoscevo appena? Tutte queste difficoltà, che a un altro sarebbero apparse insignificanti, erano invece invalicabili per un misero seminarista, neonato all'amore, senza esperienza, senza soldi e senza vestiti.

Ah! Se non fossi stato prete - mi dicevo - avrei potuto vederla ogni giorno; sarei diventato il suo amante, il suo sposo (tanto ero cieco) e, invece di starmene avviluppato nel mio sinistro sudario, avrei portato vestiti di seta e velluto, catene d'oro, spada e piume, come tutti i bei cavalieri.

I miei capelli, invece d'essere umiliati da una larga tonsura, si sarebbero avvolti intorno al collo in un gioco di riccioli. Avrei avuto dei bei baffi impomatati, sarei stato un giovane di mondo. Invece, una sola oretta passata davanti a un altare, da qualche mezza parola sussurrata a malapena, erano bastate a tagliarmi fuori dal novero dei vivi: io stesso avevo murato la mia tomba, io stesso avevo serrato il catenaccio della mia prigione!

Mi affacciai alla finestra: il cielo era splendidamente azzurro, gli alberi avevano indossato la loro livrea primaverile, la natura risplendeva di una gioia che a me appariva beffarda. La piazza del paese era piena di gente: chi andava, chi veniva. Giovani coppie si dirigevano, abbracciate, verso l'ombra dei giardini e dei pergolati. Alcune comitive passavano, tra risa e canzonacce, di bevitori: un tale movimento, lo slancio e l'allegria generale facevano risaltare ancor più miseramente il mio lutto e la mia solitudine.

Non riuscii a sopportare tale spettacolo: chiusi la finestra e mi gettai sul letto, col cuore pieno di odio e gelosia irrefrenabili, mordendomi le dita e rodendo la coperta, come farebbe una tigre digiuna da tre giorni.

Non so per quanto tempo rimasi così; ma, mentre mi rivoltavo nel mio giaciglio tra spasimi rabbiosi, scorsi d'un tratto l'Abate Serapione, immobile nel mezzo della camera, che mi osservava attentamente. Ebbi vergogna di me stesso e, chinata la testa sul petto, mi coprii gli occhi con le mani.

"Romualdo, amico mio, ti sta accadendo qualcosa di anormale", mi disse con voce calma Serapione, dopo qualche minuto di silenzio.

"Il tuo contegno è davvero inesplicabile. Un essere pio, calmo e dolce come te, si agita nella sua celletta come una belva. Fa' attenzione, fratello, a non prestare orecchio ai suggerimenti del Diavolo, perché di certo il Maligno, rabbioso nel saperti ormai consacrato al Signore, ti ronza intorno e fa l'ultimo sforzo per attirarti a lui. Invece di lasciarti abbattere, caro Romualdo, edifica una corazza di preghiere e mortificazioni, e combatti con forza il nemico: solo così vincerai. La prova è indispensabile alla virtù. Anche le anime più agguerrite hanno patito momenti simili. Prega, medita, digiuna: il Maligno batterà in ritirata."

Il discorso dell'Abate Serapione mi aiutò a ritrovare me stesso, e a ridarmi un po' di calma.

"Venivo ad annunciarti la tua nomina alla parrocchia di C... è morto il prete che la teneva, e il Vescovo ha designato te come suo successore. Sii pronto domani."

Assentii con un cenno del capo, e l'Abate mi lasciò di nuovo solo.

Aprii il messale, e cominciai a leggere una preghiera, ma le parole mi ballavano davanti agli occhi e il volume mi scivolò di mano senza che facessi nulla per trattenerlo.

Partire l'indomani, senza averla più vista! Aggiungere un'ulteriore impossibilità a tutte quelle che si frapponevano tra noi. Perdere per sempre la speranza di incontrarla di nuovo, a meno d'un miracolo. E se le avessi scritto? Ma chi avrebbe potuto recarle la lettera? Con chi potevo confidarmi, vestito com'ero dei sacri paramenti?

Provai un'angoscia indicibile. Mi tornò in mente quel che l'Abate mi aveva detto circa le manovre del Diavolo: la singolarità di tutta l'avventura, la bellezza soprannaturale di Clarimonde, il bagliore fosforescente dei suoi occhi, il tocco bruciante delle sue mani, il turbamento in cui mi aveva gettato, la metamorfosi che si era operata in me, la mia devozione dissolta in un istante, tutto provava senz'ombra di dubbio la presenza di Satana, e forse quella mano di seta non era che il guanto che ricopriva il suo artiglio.

Questi pensieri mi gettarono in un immenso terrore: raccolsi il messale e mi rimisi a pregare.

Il giorno dopo, Serapione venne a prendermi. Due muli ci attendevano alla porta, con i nostri scarsi bagagli. Lungo le vie della città, scrutavo ansiosamente ogni finestra, per vedere se mai vi apparisse Clarimonde, ma era ancora troppo presto, e la città non aveva ancora aperto gli occhi. Con lo sguardo, cercavo di penetrare al di là dei tendaggi che coprivano le finestre dei palazzi lungo il nostro cammino. Serapione doveva attribuire questo mio interessamento all'ammirazione per l'elegante architettura di quei luoghi, a me quasi ignota, perché rallentava il passo della sua cavalcatura, per darmi il tempo di vedere ogni cosa.

Superammo, infine, le porte della città, e cominciammo a salire sulla collina. In cima, mi volsi un'ultima volta per rivedere i luoghi in cui viveva Clarimonde. L'ombra di una nuvola ricopriva tutta la città. I tetti azzurri e rossi si confondevano in una mezza tinta generale, su cui aleggiavano, come bianchi fiocchi di spuma, le brume del mattino.

Un singolare effetto ottico faceva spiccare, dorato dall'unico raggio di luce, un edificio che superava in altezza tutte le costruzioni vicine, immerse nella nebbia; sebbene si trovasse in realtà a più di una lega da noi, mi appariva come vicinissimo, e potevo distinguerne tutti i particolari.

"Che cos'è quel palazzo illuminato dal sole?", chiesi a Serapione. Si fece schermo alla luce con la mano e mi rispose: "è l'antico palazzo che il Principe Concini ha regalato alla cortigiana Clarimonde. Dicono sia teatro di orge mostruose."

Proprio in quell'istante, realtà o illusione che fosse, mi parve di scorgere sulla terrazza una figuretta chiara che brillò un secondo e subito si spense. Era Clarimonde! Forse sapeva che in quello stesso momento, dall'alto di quel sentiero scosceso che mi allontanava ancor più da lei, io covavo con gli occhi la sua casa, che un beffardo gioco di luci sembrava mettermi a portata di mano, quasi per invitarmi a farvi il mio ingresso da padrone?

Certo, lei doveva saperlo: la sua anima era troppo affine e in assonanza con la mia per non avvertire i miei stessi turbamenti, ed era certo questo il sentimento che l'aveva spinta di prima mattina, ancora avvolta nei suoi veli notturni, a uscire sulla terrazza.

L'ombra ingoiò infine anche il palazzo, e di fronte non mi rimase ce un oceano immobile di tetti, di cui altro non si distingueva che un'ondulazione montagnosa. Serapione spinse il suo mulo, e il mio lo seguì. Una curva del sentiero mi tolse per sempre dalla vista la città di S..., in cui non dovevo più tornare.

Dopo tre giorni di viaggio, attraverso squallide campagne, vedemmo spuntare la cima del campanile della chiesa in cui dovevo servire. Percorso qualche sentiero tortuoso costeggiato da capanne e cortili, arrivammo davanti alla facciata. A sinistra c'era il cimitero, pieno di erbacce e con una gran croce di ferro al centro; a destra il presbiterio, nudo e misero.

L'Abate Serapione mi aiutò a installarmi, e dopo qualche giorno ritornò al seminario. Rimasi dunque solo, senz'altro sostegno che me stesso. Il pensiero di Clarimonde continuava a ossessionarmi e, per quanti sforzi facessi per cacciarlo via, non ci riuscivo.

Una notte, suonarono con forza alla porta. La vecchia perpetua andò ad aprire, e un uomo dalla pelle bruna, riccamente vestito, si mostrò sulla soglia. Qualcosa nel suo aspetto spaventò la vecchia; ma l'uomo la rassicurò, e disse che era venuto a prendermi per una questione che riguardava il mio ministero. La sua padrona - aggiunse - una gran dama, stava morendo, e aveva il desiderio di un prete. Presi l'occorrente per l'Estrema Unzione, e mi affrettai a seguirlo.

Davanti alla porta scalpitavano impazienti due cavalli, neri come la notte, e un fumo bianco usciva dalle loro narici. L'uomo mi aiutò a montare su uno dei due destrieri, e saltò sull'altro. Spronò e lasciò libere le briglie al suo cavallo, che partì come una freccia; il mio lo seguì, divorando la strada. Vedevo la terra filare sotto di noi, grigia e solcata: le sagome nere degli alberi ci fuggivano di lato come un esercito in rotta.

Traversammo una foresta così scura e gelida che sentii corrermi sotto la pelle un brivido di terrore superstizioso. Le scintille che i ferri dei nostri cavalli facevano sprizzare dai sassi formavano dietro di noi una scia di fuoco: se qualcuno avesse visto me e la mia guida a quell'ora della notte, ci avrebbe preso per due spettri a cavallo di un incubo. La criniera dei due cavalli si arruffava sempre di più, e rivoli di sudore scorrevano sui loro fianchi; ma quando li vedeva rallentare, lo scudiero, per rianimarli, emetteva un grido stridulo, che non aveva nulla di umano, e la corsa riprendeva con ancor maggiore furia.

Infine quel turbine cessò: una massa nera, costellata di qualche punto luminoso, ci si parò all'improvviso davanti. Il passo delle nostre cavalcature risuonò più rumoroso su una pavimentazione ferrata, e passammo sotto una cupa arcata sinistra che si apriva fra due immense torri.

Nel castello c'era una grande agitazione: gruppi di domestici, torce alla mano, traversavano il cortile in tutti i sensi, e luci diverse salivano e scendevano da un piano all'altro. Vidi confusamente nel buio immense architetture, arcate, colonne, rampe; era un insieme di costruzioni degno di una reggia.

Un paggetto nero, il medesimo che mi aveva consegnato il biglietto di Clarimonde e che riconobbi all'istante, mi aiutò a scendere di sella; un maggiordomo, vestito di velluto nero, venne verso di me, appoggiandosi a un bastone d'avorio. Grosse lacrime gli colavano dagli occhi sulla barba bianca.

"Troppo tardi!", mi disse scuotendo il capo. "Troppo tardi. Ma, Padre, se non ha fatto in tempo a salvarle l'anima, venga almeno a vegliare il povero corpo."

Mi prese un braccio, e mi guidò verso la camera ardente. Io piangevo quanto lui, perché avevo ormai indovinato che la morta altri non era che la mia Clarimonde, così disperatamente amata.

Mi inginocchiai, senza osar di gettare un'occhiata nel catafalco al centro della stanza, e mi misi a recitare i salmi con fervore, ringraziando Dio di aver posto un sepolcro fra me e quella donna, il che mi permetteva di pronunciare nelle mie preghiere il suo nome, ormai santificato.

Ma a poco a poco il mio fervore diminuì, e cominciai a fantasticare. Quella camera non aveva nulla di una camera mortuaria. Invece dell'atmosfera fetida e cadaverica che si respirava sempre in tali luoghi, un languido profumo d'essenze orientali, un non so quale afrodisiaco odore di donna aleggiava dolcemente nell'aria tiepida. La tenue luce della stanza pareva un'illuminazione sapientemente predisposta per la voluttà, piuttosto che il livido riflesso dei ceri che di solito palpita accanto a un cadavere. Pensavo al caso singolare che mi aveva fatto ritrovare Clarimonde proprio nel momento in cui la perdevo per sempre, e un sospiro di dolore mi sfuggì dal petto.

Mi parve di udire un sospiro anche alle mie spalle, e mi voltai istintivamente. Era soltanto l'eco, ma in quel movimento gli occhi mi caddero sul catafalco che prima avevo cercato di non guardare. I drappeggi di damasco rosso lasciavano vedere la morta, distesa con le mani incrociate sul petto. Era avvolta in un sudario di lino, d'un bianco abbagliante che risaltava ancor più accanto al colore sanguigno dei tendaggi, e così lieve che nulla riusciva a nascondere della sagoma seducente del suo corpo. Si sarebbe detta una statua di alabastro, oppure una giovane dormiente, su cui fosse caduta la neve.

Non riuscivo più a trattenermi: quell'aria di alcova mi aveva eccitato, e camminavo a lunghi passi per tutta la stanza, fermandomi di continuo a contemplare la bella defunta, sotto la trasparenza del sudario. Strani pensieri mi passavano per il capo. Immaginavo che non fosse davvero morta, e che tutto fosse una sua manovra per attirarmi nel castello e parlarmi del suo amore.

E poi mi dissi: "Sarà proprio Clarimonde? Che prove ne ho? Quel paggetto nero potrebbe aver cambiato padrona. Sono davvero un pazzo a disperarmi così."

Mi avvicinai al catafalco, e guardai con un'intensità anche più grande la causa dei miei tormenti. Devo confessarlo? La perfezione delle sue forme mi turbava in modo indicibile, e quel suo giacere era così simile a un semplice sonno che chiunque avrebbe potuto restarne ingannato.

Dimenticai che ero venuto in quel luogo per un servizio funebre, e mi figurai come uno sposo per la prima volta nella camera della giovane moglie che si copre il volto, pudica. Sconvolto dal dolore, rapito dalla gioia, tremante a un tempo di timore e piacere, mi chinai verso di lei e sollevai l'angolo del lenzuolo, trattenendo il respiro come per paura di svegliarla.

Era davvero Clarimonde, come l'avevo vista in chiesa il giorno in cui ero stato ordinato prete: era seducente come allora, e la morte sembrava aggiungerle una civetteria supplementare. Rimasi a lungo assorto in quella muta contemplazione e, più la guardavo, meno potevo convincermi che la vita avesse potuto veramente abbandonare quel corpo stupendo. Le toccai lievemente il braccio: era freddo, ma non più della sua mano quando aveva sfiorato la mia sotto il portale della chiesa.

Ah! Che atroce sentimento di disperazione e d'impotenza! Che agonia era per me quella veglia! La notte avanzava, e con l'alba sentivo avvicinarsi il momento della separazione eterna. Non potei impedirmi la triste e suprema dolcezza di deporre un lieve bacio sulle labbra di colei che aveva avuto tutto il mio amore.

O prodigio! Un tenue respiro si mescolò al mio, e le labbra di Clarimonde risposero alla pressione delle mie: i suoi occhi si aprirono, si illuminarono, e lei, sospirando, aprì le braccia e me le passò attorno al collo, con un'aria di estasi ineffabile.

"Romualdo", mi disse con voce profonda e dolce, simile alle vibrazioni finali di un'arpa. "Che fai? T'ho atteso così a lungo che ne sono morta. Ma ormai siamo uniti l'uno all'altra. Potrò vederti e venire da te. Addio, Romualdo, addio. Ti amo, e offro a te questa vita, che tu hai richiamato in me per un istante con un bacio. A presto."

Reclinò la testa, mentre le sue braccia ancora mi circondavano. Un turbine di vento spalancò la finestra ed entrò nella stanza. I lumi si spensero, e io caddi svenuto sul petto della bella defunta.

Quando rinvenni, mi trovai nel mio letto, nella piccola camera del mio presbiterio. La vecchia perpetua si dava da fare nella stanza con un'agitazione senile; apriva e chiudeva i cassetti, mescolava polverine nei bicchieri.

Vedendomi aprire gli occhi, la vecchia diede un grido di gioia; ma io ero così debole che non riuscii a dire una parola né a fare alcun gesto. Seppi poi che ero rimasto in quello stato per tre interi giorni, senza dare altro segno di vita che una respirazione impercettibile. La governante mi riferì che lo stesso uomo dalla pelle scura che mi era venuto a prendere la notte prima, mi aveva riportato la mattina dopo in una lettiga, e se ne era andato via subito.

Appena potei connettere i miei pensieri, ripassai mentalmente tutte le circostanze di quella notte fatale. Dapprima pensai d'essere stato vittima di un'illusione: ma l'evidenza di circostanze reali e palpabili cancellò ben presto quest'ipotesi. Non potevo credere d'aver sognato, dal momento che anche la governante aveva visto l'uomo dai due cavalli neri, di cui ricordava quanto me i medesimi particolari. Tuttavia, nessuno pareva sapere dell'esistenza nei dintorni di un castello simile a quello in cui avevo rivisto Clarimonde.

Un mattino, vidi entrare l'Abate Serapione. Mentre mi chiedeva notizie della mia salute, con tono ipocritamente mielato, fissava su di me le sue gialle pupille da leone, e immergeva i suoi sguardi come una sonda nel fondo dell'anima mia. Mi fece poi varie domande su come dirigevo la mia parrocchia, se mi trovavo bene, come impiegavo il tempo libero, quali erano le mie letture favorite e altre questioni insignificanti del genere.

Questa conversazione non aveva palesemente alcun rapporto con quanto in realtà era venuto a dirmi. D'un tratto, senza preamboli e come se d'improvviso si fosse ricordato di qualcosa che aveva paura di dimenticare, mi disse con voce alta e vibrante, che mi riecheggiò all'orecchio come le trombe del Giudizio Universale:

"La cortigiana Clarimonde è morta, nei giorni scorsi, dopo un'orgia durata otto giorni e otto notti. è stata una cosa paurosa e infernale. Si sono ripetute le azioni immonde dei festini di Balthazar e di Cleopatra. I suoi convitati erano serviti da schiavi di pelle nera che parlavano una lingua sconosciuta, e che sicuramente non erano altro che demoni. Su Clarimonde sono corse infinite, orride leggende, e tutti i suoi amanti sono finiti in maniera miserabile o violenta. S'è detto perfino fosse un Vampiro. Ma per me, è Belzebù in persona."

Tacque, e mi osservò con ancor maggiore attenzione, quasi volesse cogliere l'effetto che su di me avevano avuto le parole. Non avevo saputo reprimere un sussulto al sentir nominare Clarimonde, e turbamento e terrore comparvero sul mio viso, benché facessi di tutto per dominarmi.

Serapione mi lanciò allora un'occhiata preoccupata e severa. Poi mi disse: "Figlio mio, ti devo mettere in guardia. Hai già un piede nell'abisso: guardati dal precipitarvi. Satana ha lunghi artigli, e le tombe non sempre sono definitive. Bisognerebbe chiudere la lastra sepolcrale di Clarimonde con un triplo sigillo, perché pare che questa non sia neppure la prima volta che è morta. Che Dio vegli su di te, Romualdo."

E Serapione, voltandomi le spalle, lentamente se ne andò.

Infine mi ristabilii, e ripresi le mie funzioni abituali. Il ricordo di Clarimonde, e le parole del vecchio Abate, erano sempre nel mio spirito, tuttavia nessun evento straordinario venne a confermare le funeste previsioni di Serapione, e cominciai a pensare che i suoi timori e i miei terrori fossero eccessivi. Poi, una notte, feci un sogno.

Mi ero appena addormentato, che sentii sollevarsi le cortine del mio letto. Mi drizzai bruscamente, e vidi che un'ombra femminile mi stava dinanzi. Riconobbi Clarimonde. Aveva in mano un lumino di quelli che si mettono sulle tombe, il cui bagliore rendeva ancor più trasparenti le sue dita affusolate. Come unico abbigliamento, aveva un lieve sudario, le cui pieghe raccoglieva sul ventre, come se si vergognasse di essere così scarsamente vestita; ma la sua piccola mano non raggiungeva completamente lo scopo.

Era così bianca che il candore del velo si confondeva col pallore della sua carne, sotto il tenue raggio della lampada. Avviluppata in quel fine tessuto che rivelava ogni forma del suo giovane corpo, si sarebbe detta più il ritratto marmoreo di un'antica bagnante che una donna viva. Ma, morta o viva, statua o donna, ombra o corpo, la sua bellezza era sempre la medesima: solo il verde bagliore del suo sguardo era lievemente smorzato, e la sua bocca era livida. Poggiò la lampada sul tavolo e si sedette ai piedi del letto, poi mi disse, china su di me, con la sua voce a un tempo argentina e vellutata, che non ho mai sentito in nessun altro:

"Mi sono fatta attendere molto, mio caro Romualdo: forse hai pensato che t'avessi dimenticato. Ma sono dovuta venire da molto lontano, da un luogo da dove nessuno ritorna. Non c'è né sole né luna nel paese da cui vengo, né spazio, né ombra, né sentiero per il piede, né l'aria per le ali. E tuttavia, eccomi qui: il mio amore è più forte della morte, e infine vincerà. Quanti visi pallidi e orrendi ho visto nel mio viaggio. Con quanta pena la mia anima, tornata alla vita, per la forza della volontà, s'è dovuta riadattare al corpo. Che fatica per sollevare la terra con cui mi avevano ricoperta. Guarda: il palmo delle mie mani è tutto martirizzato. Baciale: solo tu puoi guarirle, amore mio diletto."

Mi applicò sulle labbra, l'una dopo l'altra, le sue gelide palme. Le baciai infinite volte, mentre lei mi guardava con un sorriso indecifrabile.

Confesso, a mia vergogna, che avevo ormai del tutto dimenticati gli ammonimenti dell'Abate Serapione, e il mio stesso abito talare. Ero caduto al primo assalto, senza opporre alcuna resistenza. Non avevo neppure provato a respingere la tentazione.

La freschezza che emanava dalla pelle di Clarimonde scendeva nella mia, e mi sentivo correre lungo il corpo brividi di voluttà. Povera bambina! Malgrado tutto quel che vidi poi, stento ancora a credere che fosse un demone. In quel momento, almeno, non ne aveva certo l'aria: Satana non ha mai nascosto meglio i suoi artigli.

Era accucciata sul bordo del mio lettuccio, in un atteggiamento pieno di civetteria spontanea, e ogni tanto mi faceva scorrere le dita tra i capelli e formava dei riccoli, come se volesse provare l'effetto, intorno al mio viso, di diverse acconciature. Io la lasciavo fare col più colpevole compiacimento, mentre lei accompagnava i suoi gesti col più seducente cinguettìo.

"Ti amavo infinitamente già prima di vederti, caro Romualdo. E ti ho cercato ovunque. Ti scorsi poi nella chiesa in quel fatale momento e mi dissi subito: è lui. Quanto sono gelosa di Dio, che ami più di me. Quanto sono infelice. So che non avrò mai il tuo cuore per me sola, io che per te ho vinto il sepolcro, e vengo a dedicarti la mia vita, io che mi sono ripresa unicamente per farti felice."

Ogni frase era interrotta da carezze deliranti e lascive, che mi stordirono al punto che, per consolarla, osai pronunciare un'orrenda bestemmia: le dissi che l'amavo almeno quanto Dio. Le sue pupille subito si ravvivarono.

"è vero. Tu mi ami quando Dio", esclamò abbracciandomi. "E poiché è così, verrai con me e mi seguirai dove vorrò. Lascerai questi lugubri vestiti neri. Sarai il più bello, e il più invidiato dei cavalieri, il mio amante. è un gran destino essere l'amante riconosciuto di Clarimonde, di colei che ha rifiutato un Papa! Che dolce vita felice e dorata condurremo. Mio signore, quando partiamo?"

"Domani! Domani!", gridai nel mio delirio.

"Va bene, domani", rispose Clarimonde. "Avrò il tempo di cambiarmi: l'abito che porto è troppo succinto, inadatto a un lungo viaggio. Bisogna anche che avvisi i miei servitori, che mi credono morta. Denaro, abiti, carrozza, tutto sarà pronto domani. Verrò a prenderti a questa stessa ora."

Mi sfiorò la fronte con le labbra gelide, poi la lampada si spense, le cortine si chiusero, e non vidi più nulla. Un sonno di piombo, un sonno senza sogni, mi avvolse, lasciandomi immoto fino all'indomani mattina.

Mi svegliai più tardi che d'abitudine, e il ricordo di quella apparizione mi turbò durante tutto il giorno. Finii col convincermi che era stata un frutto della mia immaginazione esaltata. Tuttavia, le sensazioni erano state così vive che mi era difficile credere che non fossero reali; non fu senza apprensione, dunque, che mi misi a letto la sera, dopo aver pregato il Signore di distogliere da me ogni laido pensiero, e di proteggere la castità del mio sonno.

Mi addormentai subito d'un sonno di piombo, e la visione della notte innanzi riprese. Le cortine si sollevarono, e apparve Clarimonde, non più nel suo diafano e bianco sudario, ma gaia e splendente in un superbo vestito di velluto verde con ricami d'oro. I suoi riccioli biondi sfuggivano da un ampio cappello nero, ornato di piume bianche; teneva in mano un frustino che aveva in cima un fischietto d'oro. Mi toccò leggermente e mi disse: "Allora, bell'addormentato? è così che ti prepari? Pensavo di trovarti in piedi. Lesto, non c'è tempo da perdere. Vèstiti e partiamo."

Saltai giù dal letto. Lei stessa mi porse gli abiti, togliendoli da un bagaglio che aveva portato, ridendo della mia goffaggine, e indicandomene il giusto uso, quando, per inesperienza, mi sbagliavo. Mi pettinò lei; porgendomi poi uno specchio, mi chiese: "Ti piace? Vuoi prendermi come tua cameriera personale?"

Non ero più lo stesso, non somigliavo a quello che ero prima più di quanto una statua non ricordi la pietra informe da cui è stata ricavata. Ero bello, e la mia vanità si gonfiava in seguito a questa prodigiosa metamorfosi. Quei vestiti eleganti, quella ricca giacca ricamata, facevano di me una persona completamente diversa. Lo spirito del mio costume entrava nella mia pelle.

Feci qualche passo su e giù per la stanza, per acquistare scioltezza di movimenti. Clarimonde mi osservava, soddisfatta dell'opera sua: "Bene, ora basta con le bambinate, Romualdo carissimo. Dobbiamo andare lontano: è tempo di incamminarci, se vogliamo arrivare". Mi tese quindi la mano e mi trascinò con lei. Tutte le porte si aprivano al suo solo apparire.

Fuori trovammo Margaritone, il cupo scudiero che mi aveva fatto la prima volta da guida. Reggeva per la briglia tre cavalli neri, uno per ciascuno di noi. Quei cavalli dovevano certo essere nati da giumente fecondate dal vento, perché correvano più veloci del turbine, e la Luna, che s'era levata al momento della nostra partenza per illuminarci, girava nel cielo come una ruota staccata da un carro: la vedevamo saltare d'albero in albero, come affannata per tenerci dietro.

Da quella notte in poi, la mia natura si sdoppiò: c'erano in me due uomini, di cui uno era ignoto all'altro. A volte, mi credevo un prete che ogni sera pensava d'essere un giovin signore; altre volte, un giovin signore che sognava d'essere un prete. Non riuscivo più a distinguere il sonno dalla veglia, né sapevo dove cominciasse la realtà e dove finisse l'illusione.

Il giovin signore vanesio e libertino si faceva beffe del prete, il prete detestava la condotta dissoluta del giovin signore; due spirali incastrate l'una nell'altra, senza tuttavia mai toccarsi, rappresenterebbero bene l'immagine di quella vita bicefala che era diventata la mia. Malgrado la stranezza della situazione, non credo tuttavia d'aver mai sfiorato la pazzia, neppure per un istante. Ho sempre conservato la percezione precisa delle mie due esistenze. C'era soltanto un fatto assurdo che non riuscivo a spiegarmi: il sentimento cioè di uno stesso "io" che conviveva in due uomini così differenti.

C'era poi la circostanza che io ero, o credevo di essere, a Venezia. Ancor oggi non so ben distinguere quanto vi fosse di realtà e quanto di illusione nella mi bizzarra avventura. Abitavamo in un lussuoso palazzo di marmo sul Canal Grande, ricco di statue e d'affreschi, con due Tiziano dell'epoca migliore esposti nella camera da letto di Clarimonde. Avevamo a disposizione una gondola e un barcaiolo ciascuno, la nostra sala da musica e il nostro poeta personale.

Conducevo la vita d'un principe, e mi davo da fare come se appartenessi alla famiglia di uno dei dodici Apostoli o dei quattro Evangelisti. Frequentavo la miglior società: figli di papà, magari rovinati, attrici, scrocconi, parassiti e spadaccini.

Tuttavia, malgrado i costumi dissoluti di tutti, restai sempre fedele a Clarimonde. Averla, era come godere di venti amanti diverse, come possedere tutte le donne, tanto lei era mobile, mutevole, multiforme: un vero camaleonte. Con lei, compivo tutte le infedeltà che avrei potuto compiere con altre, capace com'era di assumere completamente il carattere, l'andatura e il tipo di bellezza di qualsiasi donna mi avesse colpito.

Sarei stato del tutto felice, senza quel maledetto incubo che mi tornava ogni notte, e mi faceva credere d'essere un pretino di campagna che stava a macerarsi e a far penitenza per i suoi stravizi diurni. Rassicurato dall'abitudine di stare con Clarimonde, neppure pensavo più al modo singolare in cui ci eravamo conosciuti. Tuttavia, di tanto in tanto, le parole dell'Abate Serapione mi tornavano in mente, angosciandomi.

Da quache tempo la salute di Clarimonde era meno perfetta. La sua carnagione diventava ogni giorno più pallida: i medici nulla capivano della sua malattia, e non sapevano che fare. Prescrissero qualche medicina inutile e non tornarono più.

Ma lei continuava a impallidire a vista d'occhio, e la sua pelle era sempre più fredda. Era ormai bianca e smorta come in quella notte fatale, nel castello sconosciuto. Mi disperavo nel vederla deperire così. Commossa dal mio dolore, lei mi sorrideva dolcemente con l'espressione melanconica di chi sa di dover presto morire.

Una mattina, stavo facendo colazione accanto al suo letto, per non lasciarla sola nemmeno un minuto. Mentre tagliavo un frutto, mi procurai per caso al dito una ferita abbastanza profonda. Il sangue ne uscì subito fuori in un rivolo rosso e qualche goccia sprizzò su Clarimonde. I suoi occhi subito brillarono, e il suo volto si atteggiò ad un'espressione di gioia selvaggia, che non avevo mai visto.

Saltò giù dal letto con agilità ferina, come un gatto o una scimmia, e si precipitò sul mio dito, mettendosi a succhiarlo con indicibile voluttà. Suggeva il sangue a piccoli sorsi, lentamente e preziosamente come un buongustaio che assapori il miglior vino di Xères. I suoi occhi erano socchiusi, e la sua pupilla era diventata oblunga. Ogni tanto s'interrompeva per baciarmi la mano, poi ricomincava a premere le sue labbra sulle labbra della ferita, per cercare di estrarne qualche altra goccia purpurea.

Quando vide, infine, che il sangue non sarebbe più uscito, si alzò con gli occhi umidi e brillanti, più rosea dell'aurora di maggio, il viso ricomposto, la mano umida e calda: insomma, più bella che mai e in forma perfetta.

"Non morirò più. Non morirò più!", gridò, pazza di gioia, avvinghiandosi al mio collo. "La mia vita è nella tua, e tutto quel che è mio viene da te. Poche gocce del tuo ricco e nobile sangue, più prezioso di qualsiasi elisir, mi hanno restituito la vita."

Questo evento mi lasciò a lungo pensieroso, suscitando in me i più strani pensieri su Clarimonde. Quella sera stessa, appena il sonno mi ricondusse nel mio presbiterio, rividi l'Abate Serapione, più serio e preoccupato che mai. Mi osservò attentamente e mi disse: "Non contento di perdere l'anima, ora vuoi perdere anche il tuo corpo. Sciagurato, sei caduto in un'orribile trappola."

Il tono con cui pronunciò queste poche parole mi colpì vivamente, ma l'impressione non durò a lungo.

Una sera, però, in uno specchio di cui lei non aveva calcolato la posizione traditrice, vidi che Clarimonde mi stava versando una polverina nella coppa di vino aromatizzato che usava offrirmi sempre alla fine del pasto.

Presi la coppa, finsi di portarla alle labbra, e poi la posai su un mobile, come se avessi l'intenzione di finirla in seguito. Ma, appena la bella mi voltò le spalle, ne versai rapidamente il contenuto sotto il tavolo. Andai poi nella mia camera e mi stesi sul letto, deciso però a non dormire per rendermi conto di quello che sarebbe successo.

Non dovetti attendere molto. Clarimonde entrò in camicia di notte e, liberatasene, si sdraiò vicino a me nel letto. Si accertò che stessi veramente dormendo, poi mi denudò un braccio e, togliendosi dai capelli uno spillone d'oro, cominciò a mormorare sotto voce: "Una gocciolina, solo una gocciolina, un puntino scarlatto sul mio spillone! Povero amore mio, berrò il tuo bel sangue, così vigoroso. Dormi, bimbo mio, non ti farò male, prenderò della tua vita solo quel che basta per non estinguere la mia. Se non t'amassi tanto, potrei servirmi delle vene di qualche altro amante; ma da quando ti conosco chiunque altro mi ripugna. Che bel braccio, rotondo, bianco. Non so decidermi a pungere questa bella, piccola vena, amore mio."

E, mentre parlava, piangeva, e io sentivo le lacrime cadermi sulla pelle. Infine si decise, praticò una piccola incisione con la spilla, e si mise a succhiare il sangue che ne sprizzava. Appena ne ebbe sorbita qualche goccia, il timore d'esaurirmi la spinse a mettermi un cerottino, dopo aver medicato la ferita con un unguento che la cicatrizzò immediatamente.

Non potevo avere più dubbi, l'Abate Serapione aveva visto giusto. Tuttavia, malgrado l'acquisita certezza, non potevo fare a meno di amare Clarimonde, e le avrei dato volentieri tutto il mio sangue pur di prolungare la sua esistenza artificiale.

D'altra parte, non avevo nemmeno una gran paura. A quell'epoca avevo vene copiose, che non si sarebbero certo esaurite tanto presto, e non stavo a mercanteggiare la mia vita goccia a goccia. Mi sarei anche volentieri aperto da solo le vene e le avrei detto: "Bevi". Ma volevo evitare di alludere al narcotico e alla scena dello spillone, per non turbare il nostro accordo che continuava perfetto. 

Solo i miei scrupoli di prete continuavano a tormentarmi, e non sapevo quali nuove penitenze inventare per vincere e mortificare la mia carne. Per evitare di cadere in balìa di quelle penose visioni, mi costringevo a non dormire; mi tenevo le palpebre aperte con le dita, e rimanevo in piedi, appoggiato alla parete, lottando con tutte le forze contro il sonno.

Ma la sabbia dell'assopimento mi bruciava gli occhi ben presto e, vedendo ogni lotta inutile, lasciavo cadere le braccia per lo scoramento e la stanchezza, mentre di nuovo la corrente mi trascinava verso le perfide rive della mia vita da dissoluto. Serapione mi faceva le esortazioni più vive, e mi rimproverava della mia ignavia e del mio scarso fervore.

Un giorno in cui ero più turbato del solito, mi disse: "Per liberarti dell'ossessione che ti travaglia non c'è che un rimedio e, benché sia estremo, converrà adottarlo. Io so dove Clarimonde è sepolta. Bisogna disseppellirla, in modo che tu veda quale sia in realtà l'oggetto delle tue insane passioni. Non sarai più tentato di perdere l'anima immortale per un immondo cadavere, roso dai vermi, vicino a dissolversi in polvere. Tornerai certamente in te, dopo questa esperienza."

Io ero così esaurito da quella doppia vita che acconsentii. Volevo sapere una volta per tutte chi, tra il prete e il giovin signore, era la vittima dell'illusione. Ero deciso a far perire, a vantaggio dell'uno o dell'altro, uno dei due uomini che vivevano in me; altrimenti, ad annientarli entrambi, perché una vita simile non poteva continuare.

L'Abate Serapione si munì di un badile, una leva e una lanterna, e a mezzanotte ci trovammo al cimitero di ***, di cui conosceva perfettamente la disposizione. Dopo aver illuminato parecchie lapidi con la lanterna, finalmente giungemmo a una pietra seminascosta dalle erbe, divorata dal muschio e dalle piante parassite, su cui si leggeva ancora un inizio di iscrizione:


Qui giace Clarimonde

la più bella delle donne

che, quando visse...


"Eccola", disse Serapione e, posata a terra la lanterna, inserì la leva nella fessura terminale della lapide, e cominciò a sollevarla. Il marmo cedette, e lui cominciò a lavorare col badile. Io lo guardavo fare, cupo e silenzioso come la notte. Quanto a lui, curvo sulla sua macabra operazione, era in un bagno di sudore, ansimava, e il suo respiro spezzato pareva il rantolo di un agonizzante.

Era uno strano spettacolo: chi ci avesse visti, ci avrebbe preso per profanatori o ladri di tombe, piuttosto che per due preti. Lo zelo di Serapione aveva qualcosa di duro e selvaggio, che lo rendeva più simile a un demone che a un apostolo, e il suo volto dai rudi tratti severi, profondamente marcati dal riflesso della lanterna, non aveva nulla di rassicurante.

Sentivo un sudore di ghiaccio colarmi lungo le membra, i capelli mi si drizzavano in testa, nel fondo di me stesso vedevo l'atto dell'austero Serapione come un abominevole sacrilegio, e avrei voluto che dalle nubi oscure che rotolavano su di noi scaturisse un fulmine per ridurlo in cenere. I gufi, appollaiati sui cipressi, turbati dal bagliore della lanterna, venivano a battere pesantemente contro il vetro le loro ali polverose, emettendo lugubri gemiti. Le volpi guaivano in lontananza, e mille suoni sinistri laceravano il silenzio.

Infine, il badile di Serapione urtò la bara, e le assi risuonarono con un rumore secco e sonoro, lo spaventoso rumore sordo che esce dal nulla quando lo si sfiora. Serapione alzò il coperchio, e vidi Clarimonde, bianca come il marmo, a mani giunte.

Il candido sudario l'avvolgeva con un unico drappeggio. Una goccia vermiglia sembrava una rosa sull'angolo della sua pallida bocca.

Serapione nel vederla fu scosso da un'ira paurosa: "Eccoti qui, demone, lurida cortigiana, succhiatrice di sangue e d'oro."

Asperse d'acqua benedetta il corpo e la bara, e con l'aspersorio tracciò un segno di croce. La povera Clarimonde, appena spruzzata dalla santa annaffiatura, si disfece in polvere: non ne restò che una miscela informe di ceneri e ossa mezzo consumate.

"Ecco la tua amante, signor Romualdo. Ti dice ancora qualcosa di bello l'idea di fare una passeggiata al Lido, con questa bellezza?"

Chinai il capo. Qualcosa era finito, dentro di me. Tornai al presbiterio, e il giovane Romualdo, l'amante di Clarimonde, si divise dal povero prete, a cui per tanto tempo aveva tenuto una compagnia così singolare.

La notte seguente, vidi ancora un'ultima volta Clarimonde.

Mi disse: "Sciagurato, che hai fatto? Perché hai ascoltato quel prete imbecille? Non eri forse abbastanza felice con me? Che t'avevo fatto di male per darti il diritto di violare così la mia povera tomba, mettendo a nudo le miserie del mio niente? Ogni legame tra le nostre anime e i nostri corpi è ormai spezzato per sempre. Mi rimpiangerai."

Svanì quindi nell'aria come nebbia, e non la rividi mai più. Purtroppo, con le sue ultime parole aveva detto il vero. L'ho rimpianta più di una volta e la rimpiango ancora. Ho acquisito ormai la pace dell'anima, ma a ben caro prezzo: l'amore di Dio non è stato poi eccessivo per sostituire il suo.

Ecco, Padre. questa è la storia della mia giovinezza. Non guardi mai nessuna femmina, e cammini sempre con gli occhi bassi: perché, per casto e tranquillo che lei si senta, un istante di distrazione è sufficiente per perdere l'eternità.