martedì 26 maggio 2026

"L'Albero"

Realizzato in collaborazione con Elena!

"Com'è rosso quel sommacco!".

Irene Barton stava dicendo una serie di cose ovvie, infilando un luogo comune dietro l'altro, perché l'albero le riportava in mente ricordi sgradevoli. 

La sua ospite, che non ne era al corrente, continuò imperterrita:

"Sai, Irene, quell'albero mi fa venire i brividi! Non saprei dirti perché, salvo che, uhm, ecco non è un buon albero. Guarda le foglie: sapresti dirmi perché diventano rosse in pieno agosto anziché in ottobre?"

"Certo che ti frullano in testa idee ben strane, May! È un comunissimo albero, benché mi faccia pensare a cose tristi. Il povero Spot, sai. Lo abbiamo sepolto ai piedi dell'albero due giorni fa. Vieni, ti mostro la sua tomba".

Le due donne lasciarono la terrazza dove aveva avuto luogo la breve conversazione e attraversarono lentamente il prato alla cui estremità, singolarmente solitario, cresceva il sommacco. La signora Watcombe, che aveva dimostrato tanto interesse per l'albero, chiese se si trattasse effettivamente di un sommacco, perché le foglie le sembravano "strane" ed i rami tanto contorti e bitorzoluti da renderlo quasi irriconoscibile. 

Viste più da vicino, le foglie erano screziate di uno spento color cremisi ed apparivano insolitamente carnose come se la loro crescita rigogliosa denotasse un alcunché di insano nella pianta.

Sostarono qualche istante in silenzio osservando la patetica e piccola tomba; poi la signora Watcombe, con gesto fulmineo, raccolse qualcosa ai piedi dell'albero.

"Irene, guarda! Un tordo morto. Povera bestiola! Che splendide piume e com'è leggero!"

La signora Barton osservò il tordo corrugando le sopracciglia.

"Senti, May, non riesco a capire che cosa stia capitando agli uccelli, a meno che qualcuno non li avveleni. Non facciamo che trovare uccelli morti in giardino, e di solito proprio sotto quest'albero o molto vicino".

È dubbio che la signora Watcombe la ascoltasse; quel mattino sembrava particolarmente distratta e svagata. Stava studiando con aria assorta i rami contorti del sommacco.

"Curioso, davvero curioso, che le foglie cambino colore in questo periodo dell'anno", borbottò. "Mi fa venire in mente la malattia della povera Geraldine. Quest'albero esercitava un fascino straordinario su di lei, come sai. Anche allora, benché si fosse in giugno, le foglie erano già scarlatte. 

Ricordo che non aveva neanche finito di fiorire".

"Mia cara May, questa mattina sembra tu abbia in testa soltanto foglie rosse", le rispose Irene incerta se irritarsi o sorridere delle fisime dell'amica.

"Non capisco perché ti interessi tanto il colore delle foglie. Se proprio lo vuoi sapere, si tratta di un effetto del caldo torrido di questi giorni, perché quando ho sepolto il povero, vecchio Spot non una sola foglia era rossa".

La conversazione continuò su questo tono per un po' e, benché si rendesse conto della banalità di quei discorsi, Irene continuò a pensare alla fatale malattia della cugina anche quando la signora Watcombe se ne fu andata. 

La tragica notizia era stata un vero e proprio fulmine a ciel sereno. La povera Geraldine, una donna così forte, se n'era andata da un giorno all'altro stroncata da anemia perniciosa.

Sembrava incredibile che la malattia l'avesse portata via in pochi giorni, ancora nel fiore degli anni.

Quell'evento luttuoso aveva avuto un risvolto positivo per Irene e suo marito che avevano potuto lasciare il loro appartamento di periferia, avendo ereditato da Geraldine la sua splendida tenuta di campagna, Cleeve Grange. 

Fin dal primo giorno ogni cosa l'aveva riempita di meraviglia e di ammirazione, e si era sentita come una dama nel suo castello. Era felice di vivere là, mentre suo marito Hilary non si era ancora familiarizzato con il posto, dato che gli affari lo trattenevano quasi sempre a Londra.

Nei giorni seguenti, trascorse molto tempo risistemando la nuova casa: spostò quadri e mobili, cambiò le tende. Circa una settimana dopo la visita dell'amica, vide che le foglie del sommacco erano tornate verdi, benché fossero un po' sciupate come se la pianta avesse bisogno d'acqua. 

Irene se ne accorse perché si recava ogni giorno sulla piccola tomba del cagnolino, cercando di farvi attecchire dei fiori; ma, a dispetto dei suoi sforzi, non volevano saperne di mettere radici. Sotto il sommacco non cresceva nulla, neanche un filo d'erba. 

In un momento di depressione, pensò che soltanto la morte allignava in quell'angolo del giardino, anche se non aveva più trovato uccelli morti, dopo quello scoperto dalla signora Watcombe.

Una sera, poiché in casa il caldo era insopportabile, uscì a passeggiare in giardino, e si diresse meccanicamente verso la piccola tomba sotto il sommacco. 

All'incerta luce della luna, il tronco contorto ed i rami del vecchio albero le suggerirono l'immagine di un rustico sedile e, sentendosi stanca, si arrampicò facilmente sul tronco, sistemandosi comodamente nell'incavo formato dalla biforcazione dei rami.

Inspirò profondamente l'aria della notte che sembrava più fresca tra le fronde dell'albero. Si assopì quasi subito e fece un sogno singolarmente vivido: Hilary, concluso un affare a Londra, ritornava a casa; era sera, lo incontrava nei pressi del castello del giardino, e lui la stringeva forte tra le braccia.

Poi, impercettibilmente, il sogno si trasformò in un incubo. Il cielo si fece minacciosamente nero, la stretta delle braccia allarmante, mentre il volto chino sul suo collo per baciarla non era più quello di Hilary, ma una faccia lasciva, malvagia, rugosa e deforme come il tronco di un albero segnato dalle intemperie. Agghiacciata dall'orrore, Irene lottò con tutte le sue forze per sottrarsi a quella stretta mostruosa e si svegliò di colpo gettando un grido. 

Per qualche istante il terrore dell'incubo continuò a sopraffarla, e le sembrava che le braccia la stritolassero in una morsa irresistibile. 

Finalmente si destò del tutto, scese dall'albero in fretta, attraversò di corsa il prato, raggiungendo la rassicurante porta di casa.

Il mattino dopo, la signora Watcombe tornò a trovarla. 

La osservava perplessa.

"Irene, come sei pallida. Ti senti bene?"

"Si, si, è soltanto un po' di stanchezza, sai, il caldo di questi giorni".

La signora Watcombe continuava a studiarla preoccupata, perché il pallore del volto di Irene era davvero impressionante. Per contrasto, una piccola macchia rossa spiccava vistosamente sul suo collo esile, qualche centimetro al di sotto dell'orecchio.

Irene, indovinando la domanda dell'amica, le disse:

"Mi fa un po' male. Devo essermi graffiata ieri sera, quando mi sono addormentata sul sommacco".

"Addormentata sul sommacco!" ripetè la signora Watcombe sorpresa. 

"Davvero curioso. Capitava anche alla povera Geraldine prima di ammalarsi, benché alla fine fosse letteralmente terrorizzata da quell'albero. Incredibile: guarda, le foglie sono di nuovo rosse!".

Irene osservo l'albero con una vaga ripugnanza.

La signora Watcombe aveva ragione: le foglie carnose, singolarmente rigogliose, avevano assunto una colorazione scarlatta. 

"Ah!" bisbigliò Irene visibilmente turbata e, volgendo le spalle al sommacco, si affrettò a raggiungere la casa. "Mi fa tornare in mente un incubo spaventoso: sono ancora scossa. Vieni, andiamo dentro e parliamo d'altro".

Anche quel giorno il caldo fu insopportabile, e a sera una quiete innaturale gravava sulla campagna riarsa, facendo presagire un violento temporale.

Non si udiva il canto di un uccello, non un alito di vento accarezzava le fronde degli alberi, ogni cosa, immobile e silenziosa, sembrava attendere la pioggia ristoratrice.

L'intervallo fra la cena e l'ora di andare a letto è particolarmente noioso per chi è abituato a stare in compagnia, ed Irene, rimasta sola, si sentì particolarmente nervosa, molto più del solito. 

Una cappa d'afa ristagnava sulla casa e, benché porte e finestre fossero spalancate, le sembrava di annaspare in cerca d'un filo d'aria; a un certo punto, non potendone più uscì in giardino. 

L'orizzonte era illuminato da vividi lampi, segno che il temporale si stava avvicinando. Non sapendo che fare, passeggiava stancamente, fermandosi, a volte, ad ascoltare l'eco di un tuono in lontananza. 

Alla fine, quasi senza accorgersene, si ritrovò davanti alla piccola tomba di Spot.

Si sentì ancora più sola e qualche lacrima le rigò il volto, ripensando al cagnolino morto.

Spinta da un misterioso impulso, Irene si arrampicò un'altra volta sull'albero; forse pensava di trovarvi un po' di frescura. In effetti, comodamente seduta nell'incavo dei rami, ben presto chinò il capo addormentandosi. In seguito, non avrebbe saputo dire se si fosse trattato di un incubo o di un sogno ad occhi aperti, nel torbido languire del dormiveglia.

Rifece il sogno della sera prima, ma questa volta fu più spaventoso, perché non ebbe inizio con la rassicurante immagine del giovane marito. 

Braccia fortissime, simili a robusti rami, la stringevano in una morsa terribile, tanto che le sembrava di non riuscire neanche a respirare. Il volto orrendo, devastato dal vizio e dalla malvagità, era chino sul suo collo bianco come una fiera sulla preda. 

Labbra immonde e fetide cominciarono a mordicchiarle la pelle... 

Lottò disperatamente, pazzamente, e le parve che i rami dell'albero, dotati di una misteriosa vitalità, la avviluppassero in una morsa mortale, lacerandole gli abiti. 

Un dolore acuto, provocato da qualcosa - forse un ramo - che le si stava conficcando nel collo, la aiutò a riscuotersi dall'incubo terrificante. 

Fu il suo stesso urlo a svegliarla e, nel medesimo istante, il fragore di un tuono dissolse completamente l'orrida immagine. 

Fuggì in casa sotto una pioggia scrosciante.

Guadagnato l'uscio e giunta trafelata in salotto, Irene si lasciò cadere in una poltrona, annaspando disperatamente per riempirsi i polmoni d'aria: le sembrava di non riuscire a respirare. Finalmente, fresche folate d'aria resero l'atmosfera più sopportabile, ma trascorse più di un'ora prima che trovasse la forza di alzarsi per salire in camera, trascinandosi penosamente per le scale. 

Raggiunta la stanza, Irene fu sconvolta da una scoperta tremenda. 

Lo specchio le rimandava un'immagine quasi irriconoscibile: era tanto pallida da sembrare completamente dissanguata, gli occhi febbricitanti erano cerchiati da occhiaie violacee, le labbra esangui, profonde rughe la facevano sembrare invecchiata di colpo.

Sul collo bianchissimo spiccava un grumo di sangue secco, dove il giorno prima c'era la macchia rossastra che tanto le doleva. Gli abiti erano stracciati.

Prese uno specchio da toilette per esaminare meglio la piccola ferita che sembrava esserle stata inferta dai denti aguzzi di qualche animale. Massaggiandola delicatamente con le dita, sentì un dolore lancinante…

La signora Watcombe, irrompendo in cucina la mattina seguente per proporre ad Irene una gita nei dintorni, rimase senza fiato vedendo l'aspetto spaventoso dell'amica e insistette per portarla subito da un medico.

Agitatissima, volle ad ogni costo esaminare attentamente la ferita sul collo di Irene, e quindi la accompagnò dal dottore del paese.

Questi sembrò singolarmente colpito dal malanno della sua nuova paziente, ma dichiarò che si trattava di una sciocchezza, ancorché ritenesse indispensabile bendare la ferita.

Giudicò invece più preoccupanti le condizioni di salute di Irene: a suo giudizio, essa soffriva di anemia.

Le consigliò riposo assoluto, nutrimento abbondante, finestre spalancate per respirare sempre aria fresca, e le prescrisse una quantità di tonici e di pillole vitaminiche.

Tuttavia, nonostante il medico si sforzasse di non apparire turbato, era evidente che le condizioni di salute di Irene lo preoccupavano, sicché né le due donne né l'uomo di scienza erano completamente soddisfatti.

Inoltre, non riuscì proprio a rassicurare la sua paziente; Irene era certa di non soffrire di anemia, mentre la signora Watcombe, dal canto suo, era ossessionata da oscuri presagi, indefinibili, ma non per questo meno inquietanti.

Più tardi, salutò Irene come se fosse l'ultima volta che la vedeva e questo non contribuì certo a rassicurare l'amica.

Andandosene, notò che il vecchio sommacco era sempre più rosso e le foglie oscenamente carnose e gonfie, proprio come all'epoca della fatale malattia di Geraldine.

"Detesto quell'albero mostruoso!", borbottò.

Quindi, scossa da un'improvvisa premonizione, sussurrò fra sé e sé: "Suo marito deve sapere. Gli telegrafo immediatamente."

Irene, con un comportamento tipicamente femminile, mise a frutto la forzata inattività, progettando una ristrutturazione del solaio, l'unica parte della sua nuova casa che non aveva ancora "esplorato" come si deve.

Tra le cose inutili e bizzarre che lo riempivano e che avrebbe dovuto gettare nella spazzatura, scovò un piccolo quaderno, apparentemente mai usato.

Spinta dalla curiosità, lo raccolse dall'angolo polveroso dov'era finito e lo sfogliò stancamente.

Fu sorpresa di apprendere, da una breve annotazione, che era appartenuto a sua cugina, la quale intendeva usarlo come diario.

C'era una data - che si riferiva proprio a pochi giorni prima della scomparsa della povera ragazza - ma non vi era stata effettuata nessun'altra annotazione, benché scoprisse che le prime due pagine del quaderno erano state strappate.

Stava per riporlo dove lo aveva trovato, quando un pezzetto di carta scivolò fuori dalla copertina inferiore, fluttuando fino a posarsi ai suoi piedi.

Lo raccolse ed impietrì, rimanendo senza fiato leggendo le parole che la cugina vi aveva scritto: "...sommacco mi affascina..."

Quella frase si adattava perfettamente anche a lei.

Era evidente che si trattava del vecchio sommacco solitario all'estremità del giardino; e, non poteva negarlo, la affascinava oscuramente, benché, fino a quel preciso istante, non se ne fosse resa conto.

Raccolto di nuovo il quaderno, sfogliandolo accuratamente con mani tremanti, e, nascosti fra le ultime pagine, scoprì i minuti frammenti di alcuni fogli strappati, evidentemente le prime due pagine di un diario. Esaminò ansiosamente i pezzetti di carta: su alcuni poteva leggere qualche breve parola o parte di una frase, ma altri, più grandi, promettevano maggiori ragguagli sugli ultimi giorni della cugina.

Se li cacciò in tasca frettolosamente e, in preda a uno strano presentimento, si recò di corsa al suo scrittoio trascorrendo il resto del pomeriggio cercando di rimettere insieme le pagine strappate.

Nel frattempo, la signora Watcombe continuava a tormentarsi pensando all'improvvisa malattia di Irene.

Il suo pallore, la sua apatia, la strana ferita sul collo, la allarmavano grandemente, perché erano esattamente gli stessi sintomi accusati da Geraldine pochi giorni prima di morire.

Desiderò ardentemente che il medico condotto del paese non fosse andato in ferie, perché il sostituto, che aveva visitato Irene, non le dava nessun affidamento, e in quei frangenti paziente, parenti e amici avevano bisogno di certezze, non di frasi vaghe.

Sentendosi responsabile di Irene, in quanto sua amica, telegrafò ad Hilary, dicendogli della sua improvvisa malattia e avvertendolo di tornare senza indugi.

Il telegramma giunse puntualmente a destinazione, preoccupandolo assai, cosicché lasciò Londra immediatamente, raggiungendo il paese con il primo treno.

Quella sera era già a Cleeve Grange.

"Dov'è mia moglie?", chiese subito alla domestica appena entrato in casa.

"Di sopra. Si sentiva stanca e ha detto che voleva stendersi un po' a letto."

Salì di corsa nella stanza di Irene, ma vide che era vuota.

Suonò, chiamando la servitù. In un batter d'occhio nella casa regnò una confusione indescrivibile, perché tutti insieme cominciarono a cercare Irene, setacciando l'edificio da cima a fondo.

Nessuna traccia della giovane donna.

Pensando che potesse essere andata a far visita alla signora Watcombe, Hilary stava per avviarsi a quella volta, quando la domestica gli annunciò che la signora Watcombe lo attendeva in salotto.

"Ho visto passare un taxi...", cominciò, ma Hilary la interruppe bruscamente:

"Dov'è Irene?"

"Irene? Mio caro Hilary, ma non è qui?"

"No. Non riusciamo a trovarla. Ho pensato fosse venuta da te."

La signora Watcombe lo fissava sbalordita. Poi impallidì, gridando: "è su quell'albero! Ne sono certa! Presto, Hilary!"

Si lanciò di corsa sul prato, diretta verso il sommacco, seguita dall'uomo.

La notte era particolarmente buia, e un vento fortissimo li sferzava violentemente. Inciamparono più volte, ma finalmente distinsero il vestito bianco di Irene che risaltava come una macchia chiara sullo sfondo nero del cielo e dell'albero. Giunti a piedi del sommacco, aguzzarono la vista, videro che la donna giaceva profondamente addormentata fra i rami. 

Hilary e la signora Watcombe in un attimo le furono accanto; il vento faceva oscillare violentemente il vecchio albero, ed entrambi provarono la sgradevole impressione di dover, letteralmente, strappare la donna all'abbraccio del sommacco. 

Finalmente riuscirono a riportarla a terra e, guadagnato il sicuro riparo di casa, la deposero su un divano. Sembrava svenuta, più che addormentata, era pallida come una morta, ed il viso sconvolto rivelava una profonda sofferenza ed un grande terrore. 

La fasciatura era sparita e la ferita sul collo si era riaperta, umida di sangue.

Hilary si precipitò a cercare il medico, mentre la signora Watcombe e i domestici portarono Irene in camera sua. Passarono diverse ore prima che riprendesse conoscenza, e, per tutto questo lasso di tempo, il dottore vietò ad Hilary di entrare in camera. Sconcertato e addolorato, si trascinava da una stanza all'altra, finché la sua attenzione fu attratta da alcuni pezzi di carta sulla scrivania nello studio della moglie. Vide che aveva cercato di rimettere insieme dei fogli strappati. Non era riuscita a completare quel paziente lavoro, ma quanto poté leggere, bastò a sconvolgerlo completamente:

"...Il rustico sedile naturale formato dal tronco e dai rami del vecchio sommacco mi affascina. A volte mi ritrovo sull'albero senza accorgermene o vi vengo trascinata contro la mia volontà. Qui ho delle visioni terrificanti! Mi sembra di sprofondare nei più cupi abissi del terrore. Questi incubi cominciano a tormentarmi anche quando non mi trovo sull'albero, e mi sento ogni giorno più debole. Il dottor H. parla di anemia…"

Irene non era andata oltre ed Hilary, senza sapere bene perché, decise di portare a termine quello spaventoso puzzle. Prima che finisse albeggiava.

Stanco ed intirizzito, stava per alzarsi dalla sedia quando udì bussare alla porta, ed entrò la signora Watcombe.

"Irene sta meglio", gli disse subito. "Ora dorme e questa volta è immersa in un sonno naturale. Il dottor Thomson dice che non corre alcun pericolo immediato, ma è molto debole e ha perso parecchio sangue".

"May, dimmi, che significa tutto ciò secondo te? Perché Irene si è ammalata tutto d'un tratto? è sempre stata una ragazza sanissima. Non riesco proprio a capire!"

La signora Watcombe lo guardava con un'espressione innaturalmente grave.

"Anche il dottore confessa di non capirci granché", gli rispose stancamente. "Tutti i sintomi stanno ad indicare che ha subito una forte perdita di sangue, anche se nei casi di anemia acuta o perniciosa..."

"Cristo! Ma non vorrai dirmi che soffre dello stesso male della povera Geraldinе? Non posso crederci!"

"Neanch'io, se è per questo. Oh, Hilary, dimmi pure che sono pazza, ma secondo me c'è di mezzo qualcosa di misterioso; qualche maligna influenza è all'opera. 

Tre giorni fa Irene scoppiava di salute e lo stesso Geraldine prima di ammalarsi improvvisamente. E i loro due casi sembrano identici... Irene ha cercato di dirmi qualcosa riguardo un certo diario, ma era troppo esausta per parlare".

"Un diario? Pensi si tratti del diario di Geraldine? Di certo si riferiva ad esso. Ho appena finito di rimetterlo insieme, ma, francamente, mi sembra proprio senza capo né coda".

La signora Watcombe scorse in fretta il foglio rappezzato con la colla che Hilary le porse; poi lo rilesse con grande attenzione.

"Senti, Hilary! Questo passaggio mi sembra molto significativo":

"... Il dottor H. parla di anemia. Prego il cielo abbia ragione, perché a volte i miei pensieri sembrano procedere in una strana e terribile direzione; se avessi il coraggio di confidarmi con qualcuno, di certo direbbe che sto impazzendo. Devo lottare da sola, aggrappandomi all'idea che non è insolito, in persone affette da anemia, coltivare insane fantasie. Se soltanto non avessi letto quelle orribili ed insinuanti parole nel Barrett..."

"Barrett? Che intende dire, May?"

"Aspetta un attimo. Barrett? Ma sì, forse si riferisce a "Traditions of the County" del Barrett. Ho notato che in biblioteca ce n'è una copia. Vieni, andiamo a controllare. Può darsi si riveli una traccia utile."

Trovarono subito il libro, che si aprì alla pagina cui si riferiva Geraldine; infatti aveva sottolineato con la matita un passaggio abbastanza lungo.

"... A Cleeve mi narrarono un'altra di quelle singolari tradizioni che ormai stanno scomparendo rapidamente, con il diffondersi dell'istruzione. Aveva a che fare con l'antica credenza nei vampiri, spiriti di morti malvagi, che di notte potevano assumere forma umana vagando nel paese in cerca di vittime. Le persone sospettate di essere vampiri venivano sepolte con la bocca imbottita d'aglio e veniva loro trapassato il cuore con un paletto di legno per renderle inoffensive, o, quanto meno, per evitare che si allontanassero dal luogo della sepoltura. Circa trent'anni fa, un vecchio mi indicò un albero che si diceva fosse cresciuto da un paletto siffatto. Per quanto ricordo, si trattava di una singolare varietà di sommacco nel giardino del vecchio Grange..."

"Vieni, usciamo", disse la signora Watcombe rompendo il pesante silenzio che gravava nella stanza. "Voglio che tu veda quell'albero".

L'alba imporporava il cielo e i cespugli, le piante, i fiori e la rugiada assumevano una dolce sfumatura rosata. 

Soltanto il solitario sommacco, cupo e minaccioso, sembrava non partecipare al tripudio della natura che si stava risvegliando.

Durante la notte la disgustosa colorazione scarlatta delle foglie si era accentuata, tronco e rami risultavano innaturalmente rigogliosi, quasi gonfi, e, nell'insieme, l'albero aveva un aspetto oscenamente carnoso. 

La signora Watcombe, osservandolo di lontano, esclamò con voce rauca e impaurita: "Guarda, Hilary! Era proprio così quando... quando morì Geraldine!"

Al cader della notte, l'estremità del giardino appariva stranamente nuda e spoglia. Al posto del vecchio albero c'era un enorme mucchio di ceneri ardenti - enorme perché il sommacco era troppo gonfio di una linfa viscosa e nerastra per bruciare senza l'aiuto di una gran quantità di legna secca.

Passarono molte settimane prima che Irene recuperasse forza sufficiente per recarsi a visitare la piccola tomba di Spot. 

E rimase sbalordita scoprendo che il posto era quasi completamente ricoperto da piantine di aglio.

Più tardi Hilary le spiegò che era l'unica pianta ad aver attecchito dove cresceva il sommacco.


APPROFONDIMENTO SUL SOMMACCO

Info tratte da


Nota di Lunaria: non so in altre regioni d'Italia, ma dove sto io (Lombardia) questa pianta è praticamente ovunque, cresce allo stato brado anche all'interno dei giardini delle fabbriche\luoghi abbandonati.

Il Sommacco appartiene alla famiglia delle Anacardiacee; è originario degli Stati Uniti orientali.Questa famiglia comprende due generi coltivati, il Rhus e il Cotinus.

Il Rhus comprende 150 specie di alberi, arbusti e piante rampicanti.

Rhus coriaria è detto "il Sommacco dei conciatori" ed è ricco di tannino, che causa intossicazione.

Il fogliame del genere Rhus assume tonalità calde rosso-arancione in autunno; i ramoscelli ricordano le corna dei cervi.

Il Sommacco della Virginia può raggiungere i 4 o 6 metri, acquisendo una forma ad ombrello.

I rami contengono un succo denso e bianco.

Le foglie sono lunghe, composte da foglioline lanceolate ed ellittiche di color verde chiaro.

I fiori sono raccolti in grappoli terminali, di colore giallo e danno frutti a forma di pigna.

La versione Laciniata ha foglie composte, che possono arrivare a 50 cm, che conferiscono l'aspetto di felce.

è resistente ad insetti e malattie e si adatta a terreni aridi, ma per prosperare richiede molto sole.

è una pianta tossica, quindi non deve essere toccata dai bambini.


mercoledì 20 maggio 2026

"La Canzone degli schiavi"

Gender si fermò in cima al nudo pendio, si asciugò la fronte arrossata e grondante di sudore sotto l'ampia tesa del cappello, e si voltò a guardare i suoi quarantanove prigionieri. Nudi e neri, stavano risalendo a passo lento e strascicato l'antico e stretto sentiero degli schiavi che attraversava la giungla. Quarantanove uomini catturati per mano stessa di Gender e imprigionati con un collare ad un'unica, lunga catena, destinati a lavorare nella sua piantagione al di là dell'oceano...

Gender sorrise scostando lievemente i baffi spioventi e sparuti, un ghigno cupo di avido trionfo.

Da anni aveva sognato e fatto piani per quell'avventura, come altri uomini avevano sognato e fatto piani per viaggi avventurosi in Europa, pellegrinaggi santi o ritorni ai beneamati luoghi d'origine. Aveva detto a se stesso che sarebbe stato un affare assai vantaggioso e pratico. Gli schiavi passavano per così tante mani: il razziatore, il carovaniere, l'agente di terra, il capitano della nave negriera, il trafficante a New Orleans o all'Havana o a Charleston, dove viveva.

Ciascuna di quelle mani avide si sarebbe impossessata di un profitto considerevole, e tutti gli utili dovevano provenire, in ultima analisi, dal prezzo pagato dal proprietario della piantagione. Ma lui, Gender, si era recato in Africa da solo, con la propria nave; con una dozzina di fedeli ruffiani del Benguela era riuscito a penetrare nella regione del Bihé-Bailundu, aveva saccheggiato un villaggio e catturato quarantanove indigeni tra la notte e l'alba. Soltanto un collare della lunga catena con cui li aveva imprigionati rimaneva vuoto, ma Gender era sicuro di riuscire a utilizzare anche quello prima di raggiungere la nave. Grazie a Dio, riusciva a far soldi in quel modo, quasi coniandoli da sé: ne valeva sempre la pena per un colono di Charleston del 1853.

Così egli ragionava tra sé e sé, e questo credeva in realtà, ma ciò che gli procurava una gioia genuina era nascosto nel cantuccio più nero del suo cuore.

Aveva concepito quella razzia al villaggio per seguire un istinto che si nutriva di crudeltà e desiderio di dominio. Un uomo meno violento e crudele si sarebbe ritenuto soddisfatto di cacciare leoni o elefanti, ma Gender doveva cacciare uomini in carne  e ossa.

A dire la verità, il denaro ricavato o risparmiato dal viaggio sarebbe stato poca cosa, ammesso che fossero riusciti a ricavarne o a risparmiarne.

Ma la soddisfazione sarebbe stata comunque enorme. Ogni giorno il suo ampio torace si sarebbe dilatato nel percorrere con lo sguardo con la sua proprietà, scorgendovi gli schiavi zappare il cotone sulla spiaggia o potare le piante dell'indaco: i suoi 49 schiavi, catturati, imbarcati e addestrati dalle sue stesse grandi e forti mani, assai più eloquenti nella loro sfrenata certezza di possesso di tutte le teste di animali feroci che giravano nei negozi degli imbalsamatori.

Improvvisamente, qualcosa gli ronzò nelle orecchie, simile al ritmico ronzio di uno sciame di api. Gli uomini stavano mormorando sommessamente una canzone.

Proveniva dalla lunga colonna degli schiavi dai volti tormentati. Gender li fissò, e diede fiato ad una delle imprecazioni che teneva sempre sulla punta della lingua.

"Silva!", gridò.

Il portoghese scarno che camminava, libero, alla testa della colonna, si girò e si avvicinò a Gender.

"Patrao?", chiese rispettosamente, con un sorriso bianco e luccicante che si apriva in un viso color nocciola.

"Che cosa stanno cantando?", chiese Gender. "Non credevo che avessero motivi per farlo."

"è una canzone che cantano gli schiavi, patrao"; la mano affusolata di Silva con il braccialetto d'argento al polso, fece un aggraziato gesto di commiato.

"Non è niente. Una di quelle cose che gli indigeni si inventano e cantano mentre camminano o lavorano."

Gender colpì lo stivale con la frusta di pelle di ippopotamo che teneva in mano. Il sole del pomeriggio, scivolando lungo gli imponenti alberi della giungla, accendeva pallidi e freddi bagliori nei suoi sottili occhi azzurri. "Cosa dice quella canzone?", insistette.

I due si avvicinarono alla carovana mentre, incitati da una dozzina di negri dal cappello rosso, gli uomini avanzavano faticosamente lungo il sentiero.

"è soltanto una canzone cantata dagli schiavi, patrao", ripeté Silva. "Significa pressappoco: anche se mi porti via incatenato, quando morirò sarò libero. Tornerò per stregarti e ucciderti."

Il corpo pesante di Gender sembrò dilatarsi, e i suoi occhi si socchiusero. "E così, è questo che cantano, hmmm?"

Lanciò un'altra imprecazione. "Ascolta!"

L'infelice processione stava intonando un breve ritornello ritmato: "Hailowa - Genda! Haipana! Genda!"

"Genda, quello è il mio nome", sbraitò il colono.

"Stanno cantando qualcosa su di me, vero?"

Silva fece un altro gesto fluido, ma Gender gli sventolò la frusta sotto il naso. "Non cercare di prendermi in giro. Non sono un bambino che si può circuire così facilmente. Che cosa stanno cantando su di me?"

"Niente di importante, patrao", si affrettò a rassicurarlo Silva. "Potrebbe essere qualcosa come Stregherò Gender, ucciderò Gender"

"Allora mi minacciano!"

Un rossore si diffuse sul grande viso di Gender. Corse verso i neri in catene e li frustò con tutta la forza che aveva nel braccio. La canzone si mutò in disperati gemiti di dolore.

"Vi darò io una bella lezione di musica!", infuriò Gender, e fustigò gli uomini agitandosi per tutta la lunghezza della colonna, fino a quando fu coperto di sudore per lo sforzo.

Ma non appena Gender si voltò, la canzone riprese.

"Hailowa Genda! Haipana Genda!"

Girandosi di scatto, Gender inferse una nuova pioggia di frustate. Anche Silva, affrettandosi ad assecondarlo, frustò gli schiavi e li insultò nella loro stessa lingua. Ma quando entrambi furono esausti, i prigionieri ripreso il mormorio, sommessamente ma ostinatamente, la medesima cantilena.

"Lasciali piagnucolare", ansimò Gender alla fine. "Una canzone non ha mai ammazzato nessuno."

Silva rise nervosamente. "Certo che no, patrao. Questa è solo una stupida credenza indigena."

"Intendi dire che pensano che una canzone possa uccidere?"

"Sì, e anche di più. Dicono che se cantano tutti insieme e pensano tutti ad una persona odiata, i loro pensieri e il loro odio diventerà una vera e propria forza capace di colpire e di punire al posto loro."

"Sciocchezze!", sbottò Gender.

Ma quando quella notte si accamparono, Gender dormì solo a tratti un sonno turbato, e nei suoi sogni udì una canzone che si faceva sempre più profonda e pensante, fino a diventare visibile come una nuvola densa e scura che lo sommergeva.

La nave che Gender aveva noleggiato per la spedizione giaceva in un estuario paludoso, lontano da qualsiasi città costiera. Quando caricò le merci a bordo, l'alba si profilò stranamente fiammeggiante e minacciosa. Dunlapp, il vecchio capitano che avrebbe comandato in sua vece, lo raggiunse in cabina.

"Tutto pronto, signore?" chiese a Gender. "Possiamo salpare con la marea. C'è un sacco di posto nella stiva per quella marmaglia che ha portato. Dirò agli uomini di togliergli i ferri."

"Al contrario", esclamò Gender, "Dite agli uomini di ammanettare tutti gli schiavi, uno per uno."

Dunlapp guardò Gender stupito. "Ma questa non è una buona cosa per i negri. Quando sono in catene si ammalano, non mangiano. A volte finiscono per morire."

"Ti pagherò bene, Capitano", tuonò Gender. "Ma non per darmi dei consigli. Ascolta quei selvaggi." 

Dunlapp si mise in ascolto. Un lamento li raggiunse.

"Hanno cantato quella maledetta canzone su di me per tutta la strada fino alla costa", spiegò Gender. "Sanno che la odio... Li ho frustati giorno dopo giorno... ma continuano a cantarla. Non toglierete loro le catene fino a quando non staranno zitti."

Dunlapp si inchinò in segno di sottomissione e si allontanò per impartire gli ultimi ordini prima della partenza. Più tardi, quando salparono, raggiunse Gender sul ponte di poppa.

"Anche a me sembra che siano piuttosto testardi con quella cantilena", osservò.

"Ho sentito dire", replicò Gender, "che cantano insieme perché pensano che molte voci e cuori infondano potere all'odio, o ad altri sentimenti". Si accigliò. "Fantasie pagane!"

Dunlapp fissò alcuni gabbiani bianchi sopra la cresta delle onde.

"Potrebbe esserci qualcosa di vero in questa credenza, signor Gender; a volte è così nella fede dei popoli selvaggi. Ascolti bene, ho visto più di millecinquecento maomettani pregare tutti insieme nelle regioni barbare. Quando si inchinano, il rumore di tutte quelle teste che si appoggiano al solo risuona come lo schianto di un'enorme roccia. E quando si rialzano, il movimento dei loro indumenti produce un sibilo simile alle raffiche di una burrasca. Non ho potuto impedirmi di pensare che quella loro preghiera avesse una qualche forza."

"Non sono che idiozie da selvaggi", interloquì Gender, assottigliando nervosamente le labbra.

"Be', anche in territori cristiani abbiamo qualche esempio, signore", proseguì Dunlapp. "Se ci pensa bene, una folla potrebbe essere capace di infuriarsi e di bruciare o impiccare qualcuno. Ma un uomo solo, potrebbe farlo? Ogni singolo uomo di quella folle potrebbe farlo? No, ma insieme il loro odio e la loro risolutezza diventano..."

"Non è affatto la stessa cosa" lo interruppe bruscamente Gender. "Gradirei cambiare argomento."

Il pomeriggio seguente, una vela bianca scivolò sull'orizzonte dietro di loro. Sull'albero maestro brillava una piccola macchia di colore. Il capitano Dunlapp osservò attraverso un telescopio, e imprecò con una tipica bestemmia da uomo di mare.

"Una nave da guerra britannica", annunciò. "Ci sta inseguendo."

"E allora?", chiese Gender.

"Ma non capisce, signore? L'Inghilterra ha giurato di abolire il commercio di schiavi. Se ci acciuffano con questo carico di uomini, sarà la fine per noi."

Poco dopo, gemette in preda all'apprensione.

"Ci stanno superando. Ecco il segnale di fermarci e di aspettarli. Dobbiamo farlo, signore?"

Gender scrollò violentemente la testa. 

"Non noi! Fagli vedere come ce la filiamo, capitano."

"Ci prenderanno. Navigano a tre piedi contro i nostri due."

"Non prima che faccia buio", disse Gender. "Quando scenderanno le tenebre, troveremo un mezzo per... rendere meno evidente il nostro imbarazzo."

E così la nave con il suo carico di schiavi si diede alla fuga, inseguita da quella inglese. Nell'arco di un'ora, il sole era sceso sull'orizzonte, e Gender sorrideva sinistramente.

"Tra pochi minuti sarà buio", disse a Dunlapp. "Non appena sarai sicuro che non possano più distinguere quello che facciamo a bordo con cannocchiali o cose simili, fai salire gli schiavi sul ponte."

Nella luce del crepuscolo i quarantanove prigionieri erano allineati lungo la battagliola. Nonostante le catene che imprigionavano loro collo e caviglie, gli uomini non avevano né una postura né uno sguardo servile. Uno di essi iniziò a cantare e gli altri gli fecero eco, mormorando la canzone che li aveva accompagnati lungo il sentiero.

"Hailowa - Genda! Haipana - Genda!"

"Continuate pure a cantare", sbottò Gender, e si diresse all'estremità della fila di schiavi, a prua. In quel punto giaceva il collare vuoto.

Gender lo afferrò e piegandosi oltre la battagliola, lo agganciò all'anello di una pesante ancora che ondeggiava sopra il gancio di un mulinello.

Poi si voltò di nuovo e guardò la linea degli schiavi dalla quale si levava il canto lamentoso.

"Fatevi un bel bagno per rinfrescare i bollori", li schernì Gender, e liberò il moschettone.

L'ancora cadde. Lo schiavo più vicino venne trascinato con essa, e così seguirono gli schiavi dopo di lui. Gli altri videro, urlarono e cercarono di abbracciarsi, quasi a proteggersi contro il destino avverso; ma i compagni che erano già finiti sott'acqua erano troppo pesanti per loro. Rapidamente, uno dopo l'altro i prigionieri balzarono dal ponte e finirono in acqua. Gender si sporse e guardò l'ultimo uomo inabissarsi.

"Mio Dio, signore!" esclamò Dunlapp con voce roca.

Gender gli si parò dinnanzi con fare quasi minaccioso.

"Che cos'altro si poteva fare, hmmmm? Sei stato tu a dire che non avremmo potuto sperare alcuna pietà dagli inglesi."

La notte trascorse, e alle prime grigie luci dell'alba la nave inglese li aveva raggiunti. Una voce che parlava in un megafono li chiamò a distanza; quindi una palla di cannone scavalcò la prua. Al compiaciuto cenno di assenso di Gender, Dunlapp ordinò ai suoi uomini di mettersi alla cappa. Una barca venne calata in acqua dalla nave degli inseguitori, e in breve tempo un ufficiale britannico e quattro marinai si issarono a bordo.

Inchinandosi con falsa riverenza, Gender invitò il drappello a perquisire la nave. Così fecero, e ritornarono sul ponte con la coda tra le gambe.

"Dunque signore", si rivolse Gender all'ufficiale, "non crede di dovermi delle scuse?"

L'uomo si fece pallido. I suoi tratti erano magri e netti e aveva una dentatura forte e bianca. "Non posso fare quello che mi chiede", disse in tono sommesso ma funesto. "Non ho trovato schiavi, ma ne ho sentito l'odore. Erano a bordo di questa nave non più di dodici ore fa."

"E dove sarebbero adesso?", lo derise Gender.

"Sappiamo entrambi dove sono", fu la risposta. "Se potessi provare in un tribunale ciò che mi suggerisce il mio intuito, lei si imbarcherebbe subito con me per l'Inghilterra. Molto probabilmente, verrebbe impiccato dai pennoni della mia stessa nave."

"Ha approfittato troppo dell'ospitalità, signore", replicò seccamente Gender.

"Me ne vado. Ma mi sono procurato il suo nome e quello della sua città. Da qui mi dirigerò a Madeira, dove incrocerò un battello postale diretto ad ovest, verso Savannah. Quel battello recherà una lettera ad un mio amico di Charleston, e i vostri vicini sapranno che cos'è accaduto sulla vostra imbarcazione." 

"Sbalordirete gente che ha alle proprie dipendenze degli schiavi con una storia di schiavi?", chiese Gender, con quello che considerava un sottile buonumore.

"Una cosa è mettere a lavorare degli uomini nei campi di cotone, un'altra strapparli dalle loro abitazioni, raggrupparli come animali in catene a bordo di una fetida nave, e annegarli per sottrarsi alla giusta punizione della legge."

L'ufficiale sputò sul ponte. "Buon giorno, assassino. Sappia che tutta Charleston saprà che cosa ha fatto."

La piantagione di Gender occupava una grande isola circondata da ripide scogliere alla foce di un fiume, e guardava verso l'Atlantico.

Solitamente era quella che veniva definita un'isola paradisiaca, persino dai seguaci più esigenti di Chateaubriand e Rousseau; ma in quella prima notte da quando aveva fatto ritorno, Gender odiava i campi e il paesaggio di acqua fresca e salata.

La sua abitazione, posta su una lingua di terra rivolta verso il mare, risuonava del borbottio delle sue imprecazioni mentre reclamava la cena e mangiava voracemente ma senza gustare il cibo.

Con una voce che vibrava di rabbia, esclamò che non si sarebbe recato a Charleston mai più.

A quel proposito, in effetti avrebbe fatto bene a starsene alla larga per qualche tempo. L'ufficiale britannico aveva tenuto fede alla sua promessa, e tutta la città era venuta a conoscenza del viaggio in Africa di Gender e di quello che aveva fatto.

Con una perversa scrupolosità morale che andava oltre la comprensione del colono, tutti coloro che avevano saputo erano pieni di disgusto invece che di ammirazione.

Il capitano Hogue si era rifiutato di bere con lui alla Jefferson House.

Il suo più vecchio amico, Lloyd Davis di Davis Township, aveva attraversato la strada per evitare di incontrarlo.

Persino il reverendo Dottor Lockin si era voltato freddamente dall'altra parte quando lo aveva visto passare, e giravano voci che il reverendo avesse tenuto un sermone che accusava i saccheggiatori e rapitori di povera gente indifesa.

Che cosa diavolo avevano tutti?, si chiese selvaggiamente Gender tra sé e sé; in fondo, anche gli uomini che lo evitavano e lo snobbavano avevano degli schiavi.

Era addirittura possibile che alcuni di loro tenessero schiavi che venivano freschi freschi da villaggi assaliti e depredati dell'Equador… Era sleale! Eppure non poteva fare a meno di sentire l'animosità di molti cuori adirati che gli pesavano sulla coscienza.

"Brutus", si rivolse allo schiavo che stava riassettando la tavola. 

"Credi che l'odio possa assumere una qualche forma?"

"Odio, Marsa?". Il viso scuro dello schiavo era solennemente rispettoso.

"Sì, Odio, di molte persone insieme."

Gender sapeva che non poteva fare troppo affidamento su uno schiavo, e scelse attentamente le proprie parole.

"Supponi che molte persone odino la stessa cosa, e forse cantano una canzone su questa cosa..."

"Oh, sì, Marsa", annuì Brutus. "Ho sentito dire questo, da vecchio nonno, quando io piccolo. Lui vivere in Africa, lui diceva molte volte loro possono far morire con una canzone."

"Far morire con una canzone?" ripeté Gender. "E come?"

"Loto cantare che lo uccidono. Dopo un poco, forse giorni interi, lui morire..."

"Chiudi il becco, furfante negro!"

Gender si alzò di scatto dalla sedia e si attaccò ad una bottiglia.

"Hai sentito raccontare questa storia da qualche parte e adesso osi cercare di darmela a bere!"

Brutus scomparve dalla stanza, spaventato a morte.

Gender cercò di inseguirlo, ma ci ripensò e percorse a passi pesanti il salotto.

La vasta sala rivestita di pannelli marroni sembrava rimandargli un'eco ancora più greve dei suoi passi.

Le finestre si riempivano con le prime ombre dell'oscurità, e una lampada sospesa proiettava raggi di tremula luce gialla negli angoli della stanza.

Sul tavolo centrale si trovava della posta, un giornale piegato e una lettera.

Gender si versò del whisky da una caraffa, lo mescolò con acqua fresca e si lasciò cadere su una sedia. Per prima cosa aprì la lettera.

"Proprietà Stirling" recava il mittente in alto sul foglio.

Il cuore di Gender ebbe un sussulto. Evelyn Stirling… aveva riposto le sue speranze su di lei… ma quella missiva era scritta con pugno maschile e con una calligrafia decisa e affrettata.

Signore, circostanze di cui sono venuto a conoscenza mi obbligano doverosamente ad ordinarle di non rivolgere più attenzioni a mia figlia.

Gli occhi di Gender si adombrarono per la rabbia. Un altro risultato della lettera dell'ufficiale inglese, non aveva alcun dubbio.

Ho manifestato a mia figlia il desiderio che non intrattenga ulteriori comunicazioni con lei, e sono stato sufficientemente esplicito nel convincerla di quanto Lei sia indegno della sua stima e attenzione.

è superfluo da parte mia fornirle i motivi che mi hanno indotto a questa conclusione, e posso solo aggiungere che niente di ciò che Lei dirà o farà potrà mutare il mio giudizio.

In fede, GIUDICE FORRESTER STIRLING

Gender inghiottì d'un sorso una parte del suo drink, e appallottolò la lettera in una mano. Così, quello era il bel modo di interferire del giudice... Sembrava quasi che avesse copiato quella lettera da un manuale per padri severi.

Nella sua mante, Gender cominciò a formulare una lettera che gli rispondesse per le rime.

Signore, La sua spietata ed arbitraria lettera ammette un'unica risposta. In qualità di gentiluomo volgarmente maltrattato, chiedo soddisfazione sul campo dell'onore. Tutti gli accordi sono rimessi nelle mani di...

A quale amico avrebbe potuto affidare quel messaggio di sfida? Sembrava che improvvisamente fosse rimasto a corto di amici. Bevve altro whisky allungato con acqua, e strappò la carta in cui era avvolto il giornale.

Era una pubblicazione del Massachusetts, e all'incirca in fondo alla prima pagina vi era una grande croce di inchiostro, usata per richiamare l'attenzione su qualcosa in particolare.

Si trattava di una poesia, evidentemente, divisa in strofe di quattro versi.

Il titolo non gli diceva nulla… "I Testimoni". Autore, Henry W. Longfellow.

Gender lo identificò vagamente come imbrattacarte di scadenti versi abolizionisti.

Perché mai quella poesia era raccomandata ad un colono del sud?

Nei vasti domini dell'Oceano

sepolti nelle sabbie

giacciono scheletri incatenati

con mani e piedi chiusi nei ceppi.

Gender bestemmiò di nuovo, ma l'imprecazione gli tremò sulle labbra.

I suoi occhi si fermarono su una strofa più sotto.

Queste sono le ossa degli Schiavi

che brillano nell'abisso,

che gemono dalla voragine delle onde...

A Gender sembrava quasi di udire, e non solo di leggere, quel lamento.

Balzò in piedi, lasciando cadere il giornale e il bicchiere. Le sue labbra sottili si schiusero, le orecchie si tesero. Il suono era debole, ma inconfondibile: molte voci cantavano.

Forse i negri nelle baracche? Eppure nessun negro della sua piantagione avrebbe potuto conoscere quella canzone. Il lamentoso ritornello iniziò: "Hailowa - Genda! Haipana - Genda!"

I baffi sottili del colono si rizzarono come quelli di un felino.

Quella era certamente il raffinato estremo a cui avevano portato la sua persecuzione, quella strana cantilena sotto i davanzali delle sue finestre.

Ora il suono si era fatto più intenso.

Stregherò, ucciderò… ma chi mai avrebbe potuto conoscere quel modo feroce di prendersi gioco di lui?

L'equipaggio della sua nave certo; avevano udito quel canto sulla labbra avvizzite degli indigeni nel momento stesso in cui si erano inabissati. E quando la nave era arrivata a Charleston, senza alcun profitto di cui far vanto, Gender non li aveva licenziati con un bel gruzzolo che li avrebbe certamente fatti tacere.

Quei marinai disgustosi dovevano essersi risentiti. Lo avevano dunque seguito e avevano intonato quella sadica serenata.

Gender fece rapidamente il giro del tavolo e si diresse alla finestra. Tirò la tenda con tanta violenza che quasi ruppe i vetri, e si sporse con fare selvaggio.

Il canto si interruppe all'istante, e Gender poté solo scorgere il declivio della propria terra affacciata sul mare, fino al promontorio che sovrastava le acque. Oltre a questo si apriva una distesa di onde, illuminate a tratti da una grande luna giallo-arancione, che persino ora faceva alzare la rumorosa marea fino ai piedi della scogliera.

Lì non c'erano alberi né cespugli in cui i fantomatici autori di quel tiro mancino si sarebbero potuti nascondere; ora, improvvisamente silenziosi, dovevano trovarsi in una barca sotto la scogliera.

Gender attraversò la stanza a passi furiosi, spalancò la porta quasi scardinandola, e corse verso il fiume. Si fermò sul ciglio della scogliera.

Non si vedeva niente né sotto di lui né in lontananza.

Quei mascalzoni, se erano stati lì, se l'erano già data a gambe.

Gender ringhiò inferocito, fulminò con lo sguardo l'oscurità che lo circondava e tornò a casa. Entrò di nuovo in salotto, abbassò la tenda e cercò nuovamente la sua sedia. Scegliendo un altro bicchiere, si mise a mischiare whisky e acqua.

Ma si interruppe ben presto a metà.

Eccola di nuovo, quella canzone, adesso più vicina.

Gender si alzò, fece un passo in direzione della finestra, poi ci ripensò. Aveva già dato un avvertimento ai visitatori, e loro si erano nascosti. Perché non lasciare che si avvicinassero e sperimentassero direttamente la violenza che Gender non vedeva l'ora di riversare su qualche creatura vivente?

Si spostò, non per andare alla finestra, ma ad una mensola dalla parte opposta. Da una custodia di legno scuro e ben lucidato estrasse una pistola, quindi un'altra. Erano armi da duello, finemente lavorate, con grilletti sensibilissimi; e Gender era un tiratore scelto. Con la consueta rapidità di movimenti, versò della polvere vetrosa da una borraccia, scoperchiò due proiettili di piombo, e mise le capsule a percussione sui foconi.

Tornando alla sedia, mise le armi sul tavolo centrale, poi si alzò in punta di piedi per spegnere la lampada appesa alla parete.

Nella stanza rimase una sola luce accesa, quella di una candela vicino alla porta, che Gender portò alla finestra, mettendola su una mensola. Si sedette nuovamente al centro della stanza oscura e impugnò le pistole.

Adesso la canzone era più forte, come se fosse intonata da molte voci.

"Hailowa - Genda! Haipana- Genda!"

Indubbiamente gli autori dello scherzo si trovavano sulla terraferma adesso, dopo essere giunti sulla sommità della scogliera.

Adesso sarebbe stato possibile scorgerli, Gender ne era sicuro, dalla finestra.

Si sentì del sudore sulla mascella, e alzò una manica per asciugarsi. Stavano cercando di spaventarlo, hmmm? Cantando di stregoneria e uccisioni? Ebbene, gli avrebbe fatto vedere chi era il vero assassino.

Le voci si erano fatte più vicine, erano fuori dalla casa. Strano come i marinai, o chiunque fosse, avessero imparato quel canto così bene!

Gli ricordò il sentiero degli schiavi, la giungla, la lunga processione dei prigionieri che cantavano sommessamente.

Ma non era il momento per pigre fantasticherie su scene svanite.

Il silenzio era calato di nuovo, e Gender poteva soltanto indovinare la presenza di molte creature all'esterno.

Scratch-scratch-scratch: assomigliava allo strisciare furtivo del serpente su un ramo scabro.

Quello scricchiolio proveniva dalla finestra dove qualcosa venne improvvisamente illuminato dalla luce della candela.

Gender fissò lo sguardo, alzando le pistole.

Il palmo di una mano, grigia come un pesce, si posò sul vetro.

Era umida; Gender poteva vedere lo sgocciolio dell'acqua colare lungo il vetro.

Qualcosa tintinnò, quasi musicalmente. Un'altra mano raggiunse quella posata contro il vetro, e tra le due mani oscillarono gli anelli di una catena.

Era uno scherzo diabolico, maledettamente elaborato, pensò Gender nel parossismo della rabbia. Persino le catene, per simulare meglio la realtà… Ma mentre fissava seppe, in un attimo di terrore che gli staccò la carne dalle ossa, che non si trattava affatto di uno scherzo.

Un viso era stato illuminato dalla luce della candela, anch'esso premuto contro il vetro tra i due palmi.

La pelle era più scura di quella delle mani, di un colore sporco, simile all'ardesia. Ma non era il colore di qualcosa di morto, non con quegli occhi vitrei e fissi che si muovevano lentamente nelle orbite coperte di vesciche… non morto, sebbene fosse fetido e umido, le sue labbra carnose fossero aperte, e le alghe fossero incollate alle gote, anche se le narici schiacciate sembravano sgretolate e morsicate dai pesci. Quegli occhi indagavano qua e là, spostandosi dal pavimento alle pareti del salotto.

Poi si fermarono sul viso di Gender.

Era come se dell'acqua di mare stagnante gli fosse gocciolata addosso investendolo con un soffio di putredine, ma la sua mano destra impugnava saldamente la pistola. Prese la mira e fece fuoco.

Il vetro si infranse con fragore, sparpagliandosi in mille frammenti sul pavimento sotto il davanzale.

Gender fece un passo avanti, lasciò cadere la pistola scarica sul tavolo e afferrò quella carica. Con un paio di balzi fu alla finestra, prima di indietreggiare.

Il viso non era caduto. Continuava a fissarlo a circa un metro di distanza. Tra gli occhi fissi e vivi vi era un buco nero e rotondo in cui era scomparso il proiettile. Ma quella cosa rimaneva in piedi senza batter ciglio, quasi serenamente. Le sue mani si muovevano lentamente, metodicamente, per togliere le schegge di vetro residue.

Gender tremò nell'esatto punto in cui si trovava, incapace per il momento di ordinare al suo corpo di indietreggiare. Spuntarono le spalle che appartenevano a quel viso. Erano nude, bagnate e intensamente scure, simili all'oscurità stessa, e facevano tintinnare il collare sotto il mento molle.

Improvvisamente, le due mani sbucarono nella stanza, con i palmi simili al dorso di pesci morti aperte verso Gender.

L'uomo lanciò un urlo, e riuscì finalmente a correre via.

Quando si girò, il canto riprese di nuovo, altisonante e orribilmente spavaldo, per nulla simile al tono sommesso degli schiavi miserabili.

Gender raggiunse la porta d'uscita che dava verso il mare, la aprì, e il suo sguardo cadde su un insieme di figure nere e bagnate, legate di catene, che lo aspettavano. Gridò di nuovo, e cercò di richiudere la porta.

Non poté: una mano era incollata contro lo stipite… una moltitudine di mani.

Il legno si copriva di scure dita luccicanti. Gender lasciò la maniglia, e cercò di fuggire all'interno della casa.

Qualcosa lo afferrò per il cappotto, qualcosa che non aveva il coraggio di identificare. Dibattendosi come una furia per liberarsi, piroettò attraverso la porta d'ingresso e uscì all'aperto, immergendosi nel paesaggio illuminato dalla luna.

Era circondato da figure, figure nere, nude, bagnate; morti per ciò che riguardava i volti incavati e i muscoli flaccidi, ma orribilmente vivi per gli occhi, le mani tremanti e le bocche mollemente aperte che davano forma alle parole stranamente primitive del canto; figure singole, eppure tutte legate insieme per mezzo di una grande catena e dei collari, figure simili ad un pesce ripugnante preso all'amo da un diabolico pescatore.

Gender vide tutto questo in un momento di panico, inondato dalla luce lunare, mentre si sentiva soffocare e vomitava per il puzzo nauseabondo di morte che sentiva, un odore denso come nebbia.

E, nonostante ciò, cercò di scappare, ma quelle figure si muovevano intorno a lui in un crescendo angoscioso, impedendogli la ritirata verso la piantagione. Un intrico di mani si tendeva verso di lui, mani incatenate e gocciolanti. L'unico pensiero di cui si sentiva capace Gender era di sfuggire al contatto con quelle dita inzuppate, e vi era un'unica via aperta… la via del mare.

Corse verso l'orlo della scogliera. Sarebbe saltato in acqua, allontanandosi a nuoto.

Ma quelle figure pazzesche lo inseguirono e lo raggiunsero, circondandolo. Gender si ricordò che aveva una pistola carica, e fece fuoco in quella massa oscura. Ma non servì a nulla. Avrebbe dovuto saperlo che quei colpi non sarebbero serviti a nulla.

Qualcosa lo stava afferrando. Un grande artiglio che non aveva niente di umano, forse? No, era un collare metallico legato ad un pezzo di catena, un collare che un tempo era stato stretto ad un'ancora e aveva trascinato nelle profondità degli abissi una fila di uomini incatenati.

Si spalancò su di lui, sorretto da molte mani gocciolanti. Gender cercò di scansarsi, ma il collare si richiuse intorno al suo collo, chiudendosi di scatto.

Era freddo… o scottava?

Gender seppe, mentre l'orrore scolpiva vividamente quella consapevolezza nel suo cuore, che infine era un tutt'uno con quella grande processione incatenata.

"Hailowa - Genda! Haipana - Genda!"

Gender ritrovò un filo di voce: "No! No!", supplicò, "No, nel nome di..."

Ma non fece in tempo a pronunciare il nome di Dio.

All'improvviso, quella moltitudine si mosse all'unisono fino all'orlo della scogliera.

Un solo grido lamentoso si sollevò da tutte quelle gole morte mentre si tuffavano nelle onde sottostanti.

Gender non sentì lo strattone della catena che lo trascinava, solo.

Non sentì neppure l'acqua che si richiudeva sopra la sua testa.


"Il Violino a Corde Umane"

Correva l'anno 1831.

Paganini, il diabolico Paganini, si era prodotto al teatro dell'Opera in sei concerti, suscitando entusiasmi anche maggiori di quelli che lo avevano accompagnato nelle sue trionfali escursioni in Italia e Germania. In presenza dell'artista fenomenale, alcuni professori d'orchestra del grande teatro avevano spezzato i loro strumenti.

Alla medesima epoca, era in Parigi un altro violinista dotato di un'abilità straordinaria, ma tuttora ignorato nel gran mondo dell'arte.

Si chiamava Franz; era nato a Stoccarda, e in quella città avea trascorso la gioventù nella pace della famiglia, alternando alle severe meditazioni della filosofia, gli esercizi dell'istrumento a quattro corde.

All'età di trentacinque anni, Franz era rimasto orfano e solo. Al morire della madre che lo avea adorato, che aveva esaurite per l'unico figlio tutte le economie di un patrimonio assai tenue, Franz si era accorto di esser povero.

La prospettiva dell'avvenire gli si era affacciata alla mente coi più lugubri colori.

Che fare? Il suo vecchio maestro di musica Samuele Klauss si era incaricato di rispondere alla terribile domande. E la risposta, muta di parole, era stata eloquente.

Klauss aveva preso per mano il suo allievo diletto, e, condottolo nella piccola sala dove tante volte avevano diviso insieme i fantastici diletti della musica, gli aveva additato la piccola cassetta dove il violino stava rinchiuso come un essere vivente in una tomba obbliata.

Quel cenno apriva a Franz una nuova carriera. Vendute le mobilie e le suppellettili della casa, l'artista era partito per Parigi in compagnia del suo maestro ed amico.

Prima che Paganini avesse dato al teatro dell'Opera i suoi meravigliosi concerti, Franz si era fatta, per una serie di esperienze e di raffronti, una convinzione superba ed un proposito irremovibile. La convinzione era questa: di ritenersi superiore a tutti i più rinomati violinisti ch'egli aveva uditi nella capitale della Francia; il proposito era di spezzare il proprio istrumento, e con esso la sua esistenza, qualora non fosse riuscito a tenere il primo posto fra i suonatori dell'epoca. Il vecchio Klaus si compiaceva di quel nobile orgoglio, e credeva, lusingandolo, di compiere in buona fede una sant'Opera.

Ma prima di prodursi al cospetto del pubblico, Franz aveva aspettato con trepida impazienza che il tanto decantato italiano facesse le sue prove a Parigi.

Il nome di Paganini era stato, per alcuni mesi, una spina rovente al cuore di Franz, un incubo, un fantasma minaccioso allo spirito del vecchio Samuele.

Sì l'uno che l'altro aveano più volte tremato per quel nome di artista, sì l'uno che l'altro avevano presagito sinistramente della sua venuta a Parigi.

Chi può descrivere le ansie, gli spasimi, gli atroci entusiasmi di quella nefasta serata? Franz e Samuele, alle prime arcate di Paganini, avevano rabbrividito.

Il maestro e l'allievo, compresi da un entusiasmo che era per entrambi angoscia tremenda, non osarono guardarsi in faccia, non che ricambiarsi un accento.

A mezzanotte, dopo il concerto, rientrarono muti e lugubri nel loro appartamento.

"Samuele!", disse Franz gettandosi sovra una seggiola con portamento disperato "va!... noi altri non siamo buoni a nulla; hai capito? a nulla!... proprio a nulla!..."

Le rughe del vecchio maestro divennero livide. Dopo breve silenzio, Samuele riprese con voce cupa: "Eppure tu hai torto, Franz; io ti ho insegnato quanto si può insegnare da un maestro, e tu hai tutto imparato ciò che l'uomo può imparare dall'uomo. Qual colpa ci ho io, se questi dannati italiani, per primeggiare nel regno dell'arte, hanno ricorso alle ispirazioni del diavolo ed agli obbrobri della magia?..."

Franz fissò gli occhi nel vecchio maestro con espressione sinistra: quello sguardo parea dire: "Ebbene! A che mai tanti scrupoli?... pur di elevarmi a tanta potenza nell'arte, ed io pure mi darei al diavolo, anima e corpo!"

Samuele indovinò quell'atroce pensiero, e riprese la parola con calma simulata: "Tu conosci la storia miseranda del celebre Tartini. Egli morì in una notte di sabato, strangolato dal suo demonio familiare che gli aveva insegnato la maniera di dare anima al violino, incorporando in esso lo spirito di una vergine. Paganini ha fatto di più. Paganini, per comunicare al proprio istromento i gemiti, i gridi desolati, le note più strazianti della voce umana, si è fatto assassino dell'uomo che più gli era affezionato sulla terra, e coi visceri della sua vittima ha composto le quattro corde del suo violino fatato. Eccoti il segreto di quel fascino, di quella potenza irresistibile di suoni, che tu, mio povero Franz, non potresti mai uguagliare, se prima..."

E il vecchio troncò a mezzo la frase.

La sua voce era paralizzata da uno sgomento misterioso.

Franz, abbassando gli occhi, uscì dopo alcuni minuti in questa domanda: "E tu credi, Samuele, che arriverei anch'io ad ottenere gli effetti inauditi, a suscitare gli entusiasmi di Paganini, qualora le corde del mio istromento fossero composte di fibra umana?"

"Pur troppo!", esclamò il maestro con singolare espressione, "ma per ottenere l'intento, non basta che le corde siano composte di fibra umana; è necessario che questa fibra abbia parte di un corpo simpatico. Tartini comunicò la vita al proprio violino, introducendo in esso l'anima di una vergine, ma quella vergine era morte di amore per lui; e il satanico artista, assistendola nelle ultime agonie, a mezzo di una cannuccia, avea fatto passare nello istromento lo spirito della moribonda.

Quanto a Paganini, t'ho già detto che egli assassinò il migliore dei suoi amici, la persona che più gli era legata di benevolenza, e la assassinò per strappargli le viscere e per convertirle in altrettante corde da suono."

"Oh! la voce umana! Il miracolo della voce umana!", proseguì Samuele dopo un breve silenzio. "Credi tu dunque, mio povero Frantz, che io non ti avrei insegnato a produrla, se questa si potesse ottenere coi mezzi dell'arte, di quell'arte nobile e santa che vuol vivere di se stessa, che vuol risplendere della propria luce, che disdegna le bassezze e le ciurmerie, che ha in orrore i delitti?"

Franz non ebbe forza di proferire un accenno. Si levò in piedi con pacatezza sinistra che rivelava la più profonda agitazione, prese in mano il violino, fissò nelle corde un'occhiata sprezzante e minacciosa e poi, afferratele con impeto convulso, le strappò dallo istrumento.

Il vecchio Samuele mandò un grido. Le corde ridotte a gomitolo erano state lanciate nella brage del caminetto, e quivi si contorcevano stridendo, come al contatto del fuoco un gruppo di serpenti assiderati.

Samuele tolse dalla tavola un candeliere, e si avviò alla sua camera da letto senza salutare l'allievo.

Passarono settimane, passarono mesi. Una cupa malinconia si era impossessata di Franz. Il violino, vedovo delle corde, pendeva dalla parete, polveroso e negletto. Samuele e Franz pranzavano insieme ogni giorno e ogni sera stavano assisi l'uno di fronte all'altro, nel medesimo salottino, ma l'uno non osava rivolgere all'altro la parola; si guardavano in silenzio come due muti.

Dal momento che il violino non ebbe più corde, anche quei due esseri animati parvero smarrire l'uso della favella.

"è tempo che ciò finisca!", esclamò finalmente il vecchio Samuele.

E quella sera, prima di ritirarsi nella camera da letto, si accostò all'amico per imprimergli un bacio sulla fronte. Franz si riscosse dal suo letargo, e ripeté meccanicamente le parole del maestro "è tempo che ciò finisca!"

Si separarono e ciascuno andò a coricarsi.

All'indomani quando Franz aperse gli occhi alla luce del giorno, si meravigliò di non trovare vicino al suo letto il vecchio maestro che era solito levarsi prima di lui.

"Samuele mio buono... mio ottimo Samuele!" gridò Franz balzando dalle coltri per slanciarsi nella camera del maestro.

Franz fu atterrito dalla propria voce, ma più ancora dal silenzio lugubre che a quella rispose.

Presso al letto dei cadaveri e nel vano delle tombe, il silenzio acquista un'intensità misteriosa che colpisce l'anima di terrore.

La severa testa di Samuele giaceva irrigidita sul capezzale; i contorni salienti di quella testa erano una fronte calva sfolgorante di luce e una barba grigia acuminata che pareva erigersi al cielo.

Alla vista di quel cadavere, Franz provò una scossa terribile, ma la natura dell'uomo e la natura dell'artista si risentirono in lui ad un medesimo tempo, e in quella lotta di sentimenti, il dolore rimase ben tosto paralizzato.

Le passioni dell'artista prevalsero sui più teneri istinti dell'uomo, e li soffocarono.

Una lettera all'indirizzo di Franz giaceva sulla tavola da notte. Il violinista l'aperse tremando: 

"Mio caro Franz, al momento in cui leggerai questo scritto, avrò compiuto il più grande e l'ultimo sacrifizio che io, tuo maestro e tuo unico amico, poteva fare per la tua gloria. La persona, che al mondo ti amava sopra ogni altro, non è più che un corpo insensibile: del tuo vecchio maestro non rimane oggimai a te dinanzi che la materia organica impassibile. Io non ti suggerirò ciò che ti resta da fare. Non lasciarti atterrire da scrupoli vani o da stolte superstizioni. Io ti immolo il mio cadavere perché tu abbia da usarne per la tua gloria: ti macchieresti della più nera ingratitudine rendendo vano il mio sacrificio. Quando tu avrai ridonate le corde al tuo violino; quando queste corde si comporranno della mia fibra, e avranno la voce, il gemito, il pianto del mio fervido amore, allora, o Franz, non temere di nessuno, allora prendi il tuo istrumento, mettiti sulle orme dell'uomo che ci ha fatto tanto male, presentati nel campo dov'egli superbamente ha potuto imperare fino a questo giorno, gettagli in volto il tuo guanto di sfida! Oh! Sentirai come la nota di amore uscirà potente dal tuo violino, quando tu, accarezzando le corde, ti sovverrai che d'esse furono parte del tuo vecchio maestro, che ora ti bacia per l'ultima volta e ti benedice."

Due lagrime sgorgarono dagli occhi di Franz, ma tosto parvero essiccarsi per effetto di una vampa latente. Le pupille del fantastico suonatore, fisse nel morto, lampeggiarono come quelle della strige.

La nostra penna rifugge dal descrivere ciò che accadde in quella stanza di morte, dacché i medici ebbero praticata l'autopsia del cadavere. A noi basti accennare che le ultime volontà dell'eroico Samuele vennero compiute, che Franz non esitò punto a procacciarsi le corde fatali onde egli sperava dar anima al suo violino.

Quelle corde, di là a quindici giorni, erano distese sullo stromento. 

Franz non osava guardarle. Una sera volle provare a suonare, ma l'arco gli tremava nella mano come lama di stocco nel pugno di un assassino esordiente.

"Non importa!" esclamò Franz, rinserrando il violino nella cassetta "questi sciocchi terrori spariranno quando io mi troverò in presenza del mio potente rivale. La volontà del mio povero Samuele vuol essere compita... sarà un grande trionfo per me e per lui... se riuscirò ad uguagliare... a superare Paganini!"

Ma il celebre violinista non era più a Parigi. A quell'epoca Paganini dava al teatro di Gand una serie di concerti.

Una sera, mentre il diabolico artista sedeva a mensa circondato da una eletta compagnia di musicisti, Franz entrò nella sala d'albergo, e muovendo all'indirizzo di Paganini, senza dir motto, gli consegnò un biglietto da visita.

Paganini lesse; lanciò sullo sconosciuto una di quelle occhiate fulminee cui l'occhio più temerario non può sostenere, ma vedendo che l'altro teneva fermo e pareva a sua volta sfidarlo colla impossibilità dello sguardo: "Signore", gli disse con voce secca, "i vostri desideri saranno esauditi".

E Franz, salutando cortesemente i convitati, uscì dalla sala.

Due giorni dopo, nella città di Gand era esposto un avviso che annunziava l'ultimo concerto di Paganini.

Nelle ultime linee del programma, stampato a lettere cubitali, spiccava una nota singolare che eccitava in sommo grado la pubblica curiosità, ed era oggetto di mille commenti!

In detta sera, diceva la nota, si produrrà per la prima volta l'egregio violinista alemanno signor Franz, il quale si è recato espressamente a Gand per gettare il guanto di sfida all'illustre Paganini, dichiarandosi pronto a competere con lui nella esecuzione dei pezzi più difficili.

Avendo l'illustre Paganini accettata la sfida, il signor Franz dovrà eseguire, in confronto all'insuperato violinista, la famosa Fantasia-Capriccio che si intitola "Le Streghe".

L'effetto di quell'annunzio fu magnetico. Paganini, che in mezzo alle agitazioni ed ai trionfi, non perdeva mai d'occhio il punto luminoso della speculazione, credette bene, per quella occasione, di rincarare del doppio il prezzo dei biglietti. è inutile dire ch'egli aveva calcolato perfettamente. 

Tutta la città di Gand, quella sera, parve riversarsi in teatro.

All'ora terribile del cimento, Franz si recò nella sala del ridotto, dove Paganini lo aveva preceduto.

"Bravo figliolo! avete fatto bene ad anticipare la vostra venuta", disse Paganini, "sarà bene che noi invertiamo l'ordine del programma. Mi preme di sbrigare questa faccenda, per non essere disturbato nella esecuzione degli altri miei pezzi. Siete voi pronto?"

"Io sono ai vostri ordini", rispose Franz pacatamente.

Paganini fece alzare il sipario e tosto si presentò al proscenio fra un uragano di applausi e di grida frenetiche.

Non mai l'artista italiano, nell'eseguire quella diabolica composizione che si intitola "Le Streghe", aveva rivelato una potenza così diabolica. Le corde del violino, sotto la pressione delle falangi scarnate, si contorcevano come viscere palpitanti; l'occhio satanico del violinista evocava l'inferno dalle cavità misteriose del suo istromento.

I suoni prendevano forma, e, intorno a quel mago dell'arte, parevano danzare oscenamente delle figure fantastiche. Nel vuoto del palcoscenico una inesplicabile fantasmagoria formata dalle vibrazioni sonore rappresentava le orge invereconde e gli osceni connubi del Sabba.

Quando Paganini poté finalmente ritirarsi dalla scena, ove ad ogni tratto lo richiamavano le strepitose acclamazioni del pubblico, nella sala del ridotto incontrò Franz che aveva finito di accordare il violino, e già muoveva per slanciarsi nell'arringo.

Paganini rimase stupito nel mirare l'impassibilità del suo competitore, e l'aria di sicurezza che gli brillava nel volto.

Franz si avanzò verso il proscenio, accolto da un silenzio glaciale. Soggiogati dal fascino di Paganini, gli spettatori guardavano il nuovo arrivato come si guarda un povero ebete, che affronta un assurdo cimento.

Nullameno, alle prime arcate di Franz, l'attenzione degli spettatori si fece vivissima.

Franz era un esecutore abilissimo, uno di quegli esecutori pei quali la difficoltà non esiste. Il vecchio Samuele non aveva mentito il giorno in cui gli aveva detto: "Io ti ho insegnato tutto ciò che si può insegnare, e tu hai imparato tutto quello che si può apprendere."

Ma ciò che Franz aveva sognato di ottenere per effetto delle corde simpatiche; il gemito della passione, il grido straziante dell'agonia, il ruggito della foresta e l'ululo dei dannati, ciò che il vecchio Samuele avrebbe voluto comunicare al suo allievo ed amico, immolandogli se stesso e dotando di corde umane lo strumento di lui, tutto questo edifizio di illusioni, di speranze, che nell'anima dell'artista alemanno si erano tramutate in fede sicura, tutto svanì in un istante.

Sotto il colpo di un terribile disinganno, Franz smarrì il coraggio e le forze… invocò sommessamente il nome del defunto maestro, lo pregò… lo maledì nel segreto dell'anima sua, lo gridò traditore, scellerato.

Poi, stanco della prova, disperato dell'esito, strappò dal violino le corde fatali; le gettò al suolo, e si fece a calpestarle con rabbia feroce.

"è pazzo! è pazzo! fermatelo... soccorretelo!", gridarono cento voci dalla platea.

Franz si allontanò dal proscenio, ed entrato precipitosamente nelle quinte, andò a prostrarsi ai piedi di Paganini.

"Perdono! mille volte perdono!", gridò Franz con accento disperato, "io aveva creduto... io aveva sperato..."

Paganini stese le braccia a quel povero sconfitto; lo sollevò da terra, e, abbracciandolo come un fratello, gli disse: "Tu hai suonato divinamente... tu sei un grande artista... ciò che ti manca..."

"Oh! so ben io ciò che mi manca", esclamò Franz singhiozzando, "ma il vecchio Samuele mi ha tradito!..."

E Franz narrò a Paganini l'istoria delle corde umane, esponendogli ingenuamente le illusioni a cui si era affidato.

"Povero Franz", esclamò il violinista italiano con sarcastica pietà, "tu hai dimenticato una circostanza per la quale le corde del tuo violino non potevano competere colle mie nella vivacità, nel calore, nell'impeto della passione... Non hai tu detto che il tuo vecchio maestro era tedesco?"

"Senza dubbio, egli era tedesco come io lo sono..."

"Ebbene: ecco appunto la circostanza sfavorevole", proseguì Paganini, battendo sulla spalla del povero Franz.

"Un'altra volta quando vorrai comunicare al tuo violino l'anima, il fuoco, la passione, la vivacità che io possiedo, fa che le tue corde siano composte di fibra italiana."

E soggiunse sottovoce: "E fa anche di procacciarti, se lo puoi, un'anima da italiano."


"I Crisantemi"

I fiori d'autunno hanno una grazia e una delicatezza singolari, e insieme non so qual fascino malinconico da cui si sentono presi anche  gli spiriti meno sentimentali. Portano, inoltre, nel loro colore e nella qualità delle loro foglie un'apparenza di vitalità quasi direi umana, ma di vitalità sofferente; e per questo attraggono più che le ricche e voluttuose fioriture d'estate e risvegliano in chi li contempla una specie di pietà e di tenerezza: la misericordia per gli esseri fragili, solitarii ed infermi.

Ancora mi si leva nella memoria, con una limpida evidenza, l'aspetto d'un orto abbandonato, in una villa lontano, dove io ero giunto da poco, uscito novellamente d'un male.

Erano i giorni placidi e tepidi dell'estate di San Martino; un velo di sopore aleggiava su la campagna gaudente in quegli ultimi abbracci del sole.

Ancor debole, io non usciva che nella prima ora del pomeriggio, sopra una vasta terrazza solatia, rimanendo quasi immobile contro il parapetto, dando la faccia al calore pieno, chiudendo le palpebre, provando un senso tremulo di piacere nella gola a quella blandizia.

Le voci rare che giungevano dai sentieri, il suono delle campane, gli odori della terra umida mi suscitavano visioni confuse, infinite visioni, di mezzo a cui, non so perché, fiorivano certi ricordi vaghi della prima infanzia: il ricordo, per esempio, di tanti gigli che mi assopirono col profumo una sera di giugno nella stanza di mia sorella; il ricordo d'un grappolo di nidi che io feci cadere con una donna dalla grondaia, una mattina di primavera, per rapire alle rondini le piccole uova perlate che si infransero sul balcone.

Quando socchiudeva gli occhi, io vedeva a traverso il tessuto vivente delle mie palpebre un bagliore roseo, e poi come una magica selva rosea fiorire.

In verità, non mai il senso dell'essere è più dolce e più profondo che in tempo di convalescenza; e non mai l'anima è più ferace d'imaginazioni.

Un giorno, poiché per un caso io era solo, mi venne un sùbito ardimento. Discesi piano piano, la scala esterna che si divideva in due rami; e, come fui su lo spiazzo, varcai il cancello e m'incamminai verso la villa di Bellante ch'era discosta mille passi, disabitata in quella stagione.

Da principio il moto mi animò. Su quelle alture i vapori bianchi si sollevavano dal suolo a poco a poco e si fondevano nell'aria; e come le alture si umiliavano al piano, succedeva ai vapori un vivo scintillìo di brina recente. Tutto il terreno pareva sparso di cristalli, e su quel mobile campo di splendori gli alberi nudi sorgevano come fredde forme di pietra. Un branco di pecore stavano con la testa alta, con gli orecchi rosati contro la luce, su l'erbe corte; e due o tre poppanti cercavano irrequietamente i capèzzoli tra le zampe delle madri.

Quando giunsi al limitare dell'orto solitario, io ero già stanco.

Non di meno spinsi il cancello sgangherato ed entrai. Una moltitudine di canne alte ed acute come lance assediava un pozzo, là di innanzi.

Un roseto erasi moltiplicato fuor di misura e chiudeva un sentiero; e tra gl'intrecci dei rami spinosi s'intravedevano una erma tutta quanta vestita di verde dai muschi e dai licheni. Subitamente mi occupò l'animo un'inquietudine misteriosa.

Procedendo con passi cauti, oltrepassai quella prima selva selvaggia e mi ritrovai nel mezzo dell'orto abbandonato. Qua e là cominciava ad apparire qualche fiore alto su lo stelo. I bussi e i lauri facevano ombra. E la luce in quel luogo era così strana e direi quasi soprannaturale, ch'io ripensai il verso di Percy Shelley: "Un paradiso di folte ombre, rischiarato dagli sguardi dei fiori..."

Quei fiori, in fatti, mi guardavano. Come più io avanzava, più diventavan numerosi.

Certi grandi fiori paonazzi si aprivano in forma di coppa, sorgevano da terra su lunghi tubi, senza fogliame. Certe borse, rosee come la pelle umana, si gonfiavano su i gambi contorti.

Certe bocche, tinte di scarlatto cupo, emettevano stami simili a piccole lingue giallicce. I petali avevano quasi il viscidume dei funghi; gl'involucri sparsi di cavità parevano favi di cera.

Alcune delle piante da cui sgorgavano tali fiori erano composte di grosse foglie carnose, d'un color bruno pendente nel violetto, consparse di pelurie come di una muffa; o pure partorivano ramificazioni nane, ignude, simili a rettili morti e a bruchi enormi; e si dividevano in lame piatte di un color verde pallido; rigate di bianco e maculate come il dorso delle rane o delle salamandre di acqua.

Le vitalbe sembravano viluppi di ragni pelosi o mazzi di piume grigiastre.

I crisantemi erano in copia grande; gialli, ma così lievemente che apparivano bianchi, e con l'estremità dei petali appena appena soffusa di viola; e rammentavano il pallore della carne d'una bimba assiderata.

E tutti quei fiori mi guardavano; e mi mettevano nel cuore una immensa pietà e una immensa tristezza.

Io mi chinai non di meno a cogliere i crisantemi.

Come gli steli erano tenaci, io li recideva con l'unghia.

Dopo qualche minuto, avevo la punta delle dita agghiacciata. E d'un tratto mi prese uno sbigottimento; poiché io sentiva a poco a poco le forze diminuire e il freddo giungermi ai precordii.

Allora lasciai i fiori, e mi mossi per uscire dall'orto.

Le ginocchia, ad ogni passo, mi si piegavano; ma, pensando che se fossi caduto sarei rimasto là senza spiriti a morire nell'umidità della sera, feci uno sforzo sovrumano e giunsi alle canne.

Anzi mi abbracciai alle canne per sostenermi, e l'urto propagò alle prossime in giro un fremito singolare.

Come volse agli occhi, vidi la muta erma verde drizzarsi tra le spine e n'ebbi quasi paura, poiché mi parve che si mettesse a vivere e mi saettasse con occhi ostili.

Varcato con ultimo sforzo il cancello, udii voci note su la strada, che mi chiamavano; e ripresi animo.

Ieri, su la mensa d'un'amica bella e benigna, si levava un gran mazzo di crisantemi, gialli ma così lievemente che apparivano bianchi e con l'estremità dei petali soffusi di viola a pena a pena. Io, in tutto il tempo che durò il pranzo cortese, non potei distaccare gli occhi dalla coppa d'argento. 

E mi ritornava alla memoria l'orto abbandonato.


"Aura-Eloim"

I

La lettura fu l'occupazione prediletta della mia vita. Non di libri italiani, che sono per la maggior parte noiosi, ma degli stranieri; degli inglesi specialmente e dei tedeschi; e negli inglesi comprenderete gli americani di genere letterario.

Da giovane avevo un'abitudine. Leggevo spesso ad alta voce, quei brani che mi parevano belli, perché esaltavano la mia fantasia e commuovevano il mio cuore. Leggendo ad alta voce mi pareva di gustarli meglio e più facilmente poi ricordarli.

Una sera, il cielo era una cappa di piombo taciturna; l'aria tetra, immobile, soffocata dalla nebbia; i rumori, che salivano dalla terra, dileguavano crudi e senza eco, come ricacciati indietro da quell'aria soffocata, e un sussurrio indistinto e pauroso circolava tutto intorno per l'ambiente.

Io era triste, molto triste.

Pensava ad una donna che era l'oggetto di tutti i miei pensieri, l'idolo dei miei desiderii.

Eppure l'avea vista soltanto, non le avea mai parlato, neppure una volta. Alle volte gli occhi s'incontrano, cozzano gli sguardi, dal cozzo salta fuori una scintilla, e quella scintilla provoca una lagrima che vela e fa tremolare il vostro sguardo.

E un palpito, allora, sposta ed affretta il ritmo del cuore, sposta ed affretta il passo della vita.

Alla mia tristezza, quella sera, non restava altro conforto che la lettura.

Nessun'altra cosa potea svagare il mio pensiero, e riposarlo per poco dalle sue amarezze.

Era solo. E leggeva.

Leggeva ad alta voce per meglio distrarmi, per più gustare la lettura.

E si era fatto un gran silenzio attorno a me, e la mia voce cominciava a suonar paurosa in quel silenzio: quando d'un colpo io m'arresto, sento un brivido nel sangue e per le ossa, le mani mi si fanno di ghiaccio, le guance e la fronte di fuoco, levo gli occhi dal libro e guardo intorno per la camera… Nulla!...

Io ho sentita una voce, mi pareva di averla sentita distintamente, una voce che ripeteva con me le ultime parole da me lette nel libro. E somigliava tanto alla mia voce! No: era più fioca, più triste, più musicale della mia. Avea non so che accento di preghiera, un accento di stanchezza e di preghiera... Sarà stata un'illusione, un'allucinazione nervosa. Cerchiamo di calmarci e non ci pensiamo. La fantasia esaltata è l'istrione, il prestigiatore dell'anima: non può far vive e palpitanti ai sensi immagini vane e cose insussistenti. Non ci pensiamo più.

Mi alzo, fo un giro per la camera, guardo per la camera attigua. In casa con me non aveva che un servo, che quella sera m'aveva chiesto il permesso di andare alle marionette, e non era ancora ritornato.

Mi assicuro che son solo, vado un po' alla finestra, apro le imposte, guardo fuori un momento: il cielo è sempre una cappa di piombo taciturna, l'aria tetra, susurrio indistinto e pauroso che circola tutt'intorno per l'ambiente; ed allora non so altro che fare: chiudo le imposte e ritorno alla lettura.

Ma questa volta, cautela forse o paura inconsapevole, questa volta leggo, scorrendo semplicemente con gli occhi le pagine. Ho l'orecchio teso, senza volerlo, come per dar la caccia al minimo tremito dell'aria.

E leggo un bel pezzo, scorrendo con gli occhi le pagine.

Il libro è un'opera poetica, ma non ha nulla di romanzesco o di pauroso: quella lettura anzi mi calma, smorza e sopisce a poco a poco la mia emozione: io mi distraggo in essa pienamente. E sono tranquillo. Ho dimenticato per poco le mie tristezze e le mie paure, e leggo: leggo, come se nulla più mi premesse al mondo.

Nell'oblio che mi vien dalla lettura - quell'oblio era tutto il conforto che io cercava - mi capita sotto gli occhi un brano splendido di affetto e di pensiero.

Io sorrido, e me ne compiaccio.

Rileggo, come al solito per gustarlo meglio, rileggo quel brano ad alta voce… Ho uno schianto che per poco non mi arresta il respiro e il battito del cuore. Lo spavento questa volta è forse anche più terribile, ma dura poco. Io mi riscuoto subito, sento dispetto della mia paura, chiudo il libro e resto chiuso in me stesso, a meditare.

Io ho sentito anche più distinta quella voce sentita poco fa.

Non potrei assicurare che abbia ripetute le ultime parole da me lette nel libro; ma questa volta era anche più fioca, più triste, più musicale di prima.

Ed aveva un accento di preghiera, una accento di stanchezza e di preghiera che vibra ancora con tutte le fibre del mio animo… Ed ora vorrei sentirla un'altra volta quella voce: un'altra volta, ma senza provocarla. Già, nel silenzio, sarebbe anche più terribile… ma chi m'assicura che io non sia gabbato dalla mia fantasia, giocato dai miei pensieri e dai miei nervi?

Guardo l'orologio: un quarto alle dodici. è tardi per uscire, per uscire e cercar di qualche amico.

Di leggere più non me la sento. Anzi, non so perché, metto da parte il libro in un posto dove non lo veda. Di sonno non parlo.

Nessuna voglia di dormire.

Proprio stasera quel tanghero di Antonio doveva andare alle marionette!

Dopo poi andrà all'osteria o peggio…

Mi ha fatto sempre grande antipatia vederlo entrare in camera, quando sono occupato a lavorare; eppure stasera lo vedrei tanto volentieri, lo farei anche sedere, gli farei persino un discorsetto.

In questo punto mi pare di sentire un rumore, come di passi lontani. Mi alzo istintivamente dalla sedia, mi avvio verso la porta delle scale, parmi e non parmi udire il rumore di passi che s'avvicinano, ed io vacillo, poi resto, resto immobile un momento; poi mi scuoto e levo la mano in atto di aprir la porta della sala, levo la mano e me la sento afferrare… me la sento afferrare e stringere dolcemente da una mano piccola e fredda, morbida e delicata come la mano d'una fanciulla. Do un grido, ma non vedo nulla.

Non sento più la mano che ha serrata la mia, ma sento ancora su la palma la sua impronta fredda e delicata…

Dio! L'avessi stretta quella mano; m'avesse pure trascinato con sé fuori dal mondo, fuori del mondo del mio fastidio e delle mie paure…

II 

Din-din-din! Tirano il campanello. Ma sì che tirano il campanello, che dubbio? è Antonio che ritorna. Fo un salto e m'avvio per aprire; ma il passo mi pesa, mi pesano le gambe. Io ho paura di andare e di restare, ho paura persino del mio servitore… povero diavolo!


Din-din-din! Questa volta mi slancio verso la porta, come se fossi inseguito, e chiamo ad alta voce: "Antonio! mentre afferro convulsamente il lucchetto ed apro d'un colpo."

"Antonio?"

"Signore, che cos'è?"

"Tu sei tu, non è vero?"

"Come a dire?"

è il mio servitore. Una beata faccia di ebete mi rassicura passabilmente.

è il mio servitore, non c'è dubbio.

Egli entra ed io mi scosto. Egli cammina ed io lo guardo da capo a piedi, negli occhi specialmente, che ora cominciano a sembrarmi pieni d'intelligenza. Egli sorride ed io m'imbarazzo; egli s'imbarazza ed io sorrido.

M'avvio nella mia camera. Vorrei e non vorrei che mi seguisse. Non vorrei voltargli le spalle, non vorrei staccarmi da lui. Gli voglio dire non so che cosa e non gli dico nulla, ossia non so io stesso quel che gli dico. Gli fo un cenno che ei non intende, e io stesso non intendo quel che accenno… - per Dio, non vorrei far ridere il mio servitore! - Fo uno sforzo da eroe, in barba al proverbio che dice: nessuno è eroe innanzi al suo cameriere.

"Vieni qua", gli dico, "perché così tardi?..."

E rientro frattanto nella mia camera seguito da Antonio, che mi pare ad ogni istante mi si debba avventare addosso, per stringermi fra le sue braccia di scheletro, che sono invece braccia di uomo vivo, sano e amante della fatica.

Nel rientrare in camera, la prima cosa che io guardo è lo scrittoio, presso il quale era stato seduto a leggere. Vi ho detto che il libro lo avea già chiuso e messo in disparte, in luogo dove non lo vedessi: ma ora invece lo vedo o mi pare di vederlo, spiegato alla pagina su cui avevo interrotta la lettura, e nel punto più visibile del mio scrittoio. 

"Non è possibile".

Allucinato com'ero, avrò creduto metterlo da parte; ma, in realtà, l'ho lasciato dove stava.

"Signore, voi m'avete dato il permesso. Io sono andato alle marionette; cioè, non voglio dire la bugia, sono stato al teatro dei personaggi a sentire il Vero lume fra le ombre, ossia il Verbo Incarnato. Che bella cosa, signore! E quelli or ora hanno terminato."

L'affare del lume fra le ombre, che in altra occasione mi avrebbero dato ilarità, questa volta mi fa un effetto molto serio. Io guardo sempre il mio servitore con sospetto, con aria di chi ha paura di aver paura; mi pare che ad ogni istante quell'apparenza di bonomo popolano mi si debba trasformare in non so che… Ma Antonio tutto a un tratto si conturba, e poi il suo volto si abbuia, e un velo nero sempre più fitto, sempre più fitto scende a nascondere la sua persona, e la sua persona, sotto quel velo, si dilegua; ma prima io vedo gli occhi che si oscurano, si convellono sprofondando nell'orbita, e poi non vedo più nulla.

Buio d'un istante. Io mi sento immediatamente sollevare e, come uscito fuori all'aria libera, io vedo il cielo sereno, e due stelle che mi si avvicinano; ma quelle stelle sono due occhi, due occhi soli librati nel vuoto dell'aria.

Due occhi pieni di grazia e di languore, che mi guardano con la passione del mio animo.

Come sono belli quegli occhi! Belli di una bellezza che scolora ogni altro fascino. Non c'è spaventi o terrori sulla terra, che reggano dinanzi a quell'incanto. Io resto muto ed estatico ad ammirare, e quegli occhi mi parlano: mi parlano con quella voce che avea udito poco fa, ma sempre più fioca, più triste, più musicale di prima; mi parlano con armonie di sospiri, di profumi, di palpiti aerei; e quella musica ha un accento di preghiera - preghiera stanca, perché già troppo fervida; stanca, perché già troppo pura.

Quella prece mi calma, quella musica m'inebbria: m'inebbria e mi assopisce… io non so che ne è di me per parecchie ore: perché nel ridestarmi, mi trovo disteso sul letto; e Antonio, che mi è al fianco, mi fa certe domande che m'infastidiscono; ed io lo prego di lasciarmi e andare a riposare…

"Sì, iersera non mi sentiva bene; poi, come tu dici, caduto in deliquio, ossia mi sono addormentato: ma ora sto bene, benissimo. Ti prego, ti supplico: lasciami, va a dormire dico, vattene."

Il primo raggio dell'alba entrava già per le fessure delle imposte; il riposo e la luce del mattino dileguavano dalla mia testa i sogni della veglia; io mi sentiva la mente vuota, un'acre aridità in fondo all'anima, e un freddo per le ossa e per la cute.

III

Io non so che fermento mi si facesse nel cervello quella notte, in cui ebbi tante paure ed emozioni. Ma il giorno che succedette a quella notte, una febbre mi scoppiò nel sangue: una febbre di desiderio irresistibile, una smania di passione violenta, una sete d'amore per quella donna, che era già l'oggetto di tutti i miei pensieri e diveniva ora il palpito stesso del mio cuore, la vita di tutta la mia vita.

Il mio ingegno, la mia passione e i casi, che questa volta son propizii, mi mettono su la via del mio amore. Io conosco già la famiglia, e vi sono accolto con segni di deferenza.

Una sera son presentato a quella donna, che io vedo già dappertutto intorno a me. E la sua veste quasi sfiora il mio abito, il suo alito quasi si mescola al mio, il suo occhio è immobile, immobile il mio sguardo; e quegli occhi e quello sguardo si parlano coi raggi della luce, che sgorga dalle nostre pupille scintillanti.

Io le porgo la mia mano, la sua si muove per venire incontro alla mia; è così breve il cammino, e noi siamo stracchi prima di arrivare; le nostre mani si arrestano per via, le nostre labbra non han lena da articolare una parola, noi sediamo a due angoli opposti della sala; il mio volto impallidisce ai primi echi della sua voce musicale, il suo volto era già pallido al primo lampo della mia malinconica pupilla. Per fortuna, il chiasso faceto e l'allegro cicalio della brigata ci proteggono dalla profana curiosità dei convitati. Essa schiva di parlare, io rispondo a casaccio alle domande che mi si fanno.

Parlo di musica, di mode, del caldo, del freddo, del comitato di beneficienza e delle dame filantrope… per verità, non so io stesso quel che dico, ossia mi è indifferente checché si dica da me e dagli altri. La mia parola qualche volta è strana, spesso colorita; io acquisto fama di originale e di distratto: la mia fortuna in conversazione è assicurata… ma io non ho avuto cuore di accostarmi, di rivolgere una parola a quella donna!

E quella sera, e altre dopo, ci vedemmo; ma non corse una parola fra di noi. La sua voce, quando parlava con le amiche, mi sembrava velata, sempre più fioca e velata ogni volta che l'udiva: eppure sempre più dolce, più triste, più musicale ogni volta che l'udiva. Ma il suo sguardo, quando si rompeva nel mio, l'occhio restava immobile un istante e un fremito armonioso le scorreva per tutta la persona, come se un'aura lieve le sussurrasse intorno e la baciasse tutta; e, a quel bacio e a quel fremito, una lagrima le tremolava negli occhi, le oscurava la pupilla, ed io sentiva una stretta al cuore ed abbassava gli occhi, palpitando…

IV

Finalmente ci parliamo per la prima volta. Ed era la prima volta che ci vedevamo soli, per un viale di larici e cipressi che costeggiava una spiaggia silenziosa.

Il cielo era triste, monotono di nebbia. Il mare calmo, troppo calmo: pareva uno specchio velato a bruno per nascondere i suoi misteri paurosi. L'aria umida e piuttosto tiepida; ma una luce scialba, monotona dappertutto, dava un senso di freddo e di solitudine alla terra e all'aria circostante.

Com'era bella quella donna, al raggio di quella fredda luce! E come consolava quella solitudine! Che aura di sogni inebbrianti, che voluttà d'infiniti desideri le vaporava da tutta la persona? Aveva la fronte limpida, diafana come il raggio della luna, gli occhi sereni e immobili come le stelle del cielo boreale… com'era bella quella donna!

"Eloim, ho una smania irresistibile, un fatale implacabile desiderio: ho desiderio di morire."

Non so perché, al suonar di quella voce, non si spezzarono le fibre del mio cervello, non si spezzarono le fibre del mio cuore.

Io sentii uno scatto dentro l'anima, e credei fosse quella la mia morte.

La sua voce, questa volta non era fioca e velata come l'avevo udita finora, come l'avevo udita quando parlava con le amiche, e di cui l'eco soltanto mi faceva impallidire; la sua voce questa volta era… io non so dire: per me non c'è cosa che l'esprima su la terra.

Io non vedo, non sento, non ricordo più nulla; tutta la mia anima è assorta nell'udito; quella voce è tutto il mondo per me...

"Eloim, io t'ho veduto prima di conoscerti; ed ora, che ti conosco, non ti vedrò più."

"Nessun dubbio al mondo! Sia pure il dio dei cieli che scenda qui per negalo, più nessun dubbio al mondo! Aura, io t'ho udita prima di vederti; ed ora che ti vedo non ti udrò più. Ho anch'io una smania irresistibile, un fatale implacabile desiderio: ho desiderio di morire. La vita non è fatta per l'amore."

"Io ho pregato molto. Mia madre, fin da che io ero bimba, bimba di pochi anni, m'ha imparato a pregare, a pregare tutte le sere, in ginocchi, le mani giunte e la faccia al cielo.

Allo spirito invisibile era rivolta la mia preghiera. Non profanare mai la tua preghiera, mi diceva mia madre: non profanare mai la tua preghiera innanzi ad una immagine, che non è bella, non è santa come te. Ed io pregava lo spirito invisibile, l'anima custode delle anime; pregava ed implorava la pace, l'amore, la beatitudine. Ma cresceva di giorno in giorno il travaglio della vita, il travaglio di affannosi desiderii, e più fervida di giorno in giorno, più ardente si facea la mia preghiera.

Io pregava lo spirito invisibile, l'anima custode delle anime; ma l'invisibile, Eloim, stanca: stanca perché non risponde, perché non guarda, non palpita, non soffre come te…

Io pregava lo spirito invisibile, e la preghiera era lo sfogo della mia anima ; ma l'Invisibile, Eloim, stanca ed io era stanca della mia preghiera.

Una sera sola nella mia cameretta… no, Eloim, non ero sola. Avea compagno il raggio della luna, che pallido e silenzioso mi veniva incontro di lontano, entrava per la mia finestra, e mi pareva stanco esso pure: stanco della sua vita senza fine, della sua luce senza ombra; e, fra le ombre della mia cameretta, entrava a rifugiarsi e a riposare… Ed io era in ginocchio, le mani giunte e la faccia al cielo; e quel raggio si posava su la mia fronte come un bacio di gelide labbra; e al mio occhio vaporava in quella luce; come in aere di profumi inebrianti. Io pregava, pregava e sentiva piovermi nell'anima un soffio sempre più freddo, sempre più freddo, un soffio ed un sopore assideranti come l'aura del deliquio… Tu allora sei venuto, sei venuto incontro a me; ma io non ti vedeva: vedeva i tuoi occhi soli librati nel vuoto dell'aria.

E quegli occhi mi parlavano con la mia voce, con la voce dei miei infiniti desiderii, con la voce della mia stanca preghiera. E sai che mi dicevano quegli occhi?... Ecco, eccoli che ritornano, librati nel vuoto dell'aria… Ma falli almeno tacere un istante, spezza un momento quegli accordi di funebre armonia… Eloim, hai voluto essere inesorabile? Ed ora i tuoi occhi sprofondano nel buio, nell'orbita d'un buio che è la morte."

Ecco: io comprendo finalmente quella voce che spezzò la mia lettura: "Quando m'avrai conosciuta, non m'udirai più!"

Io sento afferrarmi la mano da una mano piccola e fredda, e un occhio è impietrito nel mio sguardo, e quell'occhio non mi vede, non vede più: all'oblio dell'amore, è successo l'oblio della morte…

Aura io voleva narrar la tua storia, e ho narrato invece i sogni della mia anima inferma. Perdonami, se puoi, dal fondo del tuo sepolcro.