Bateman odiava essere in ritardo. Era irritato per aver sprecato metà mattinata nel tentativo di convincere sua moglie ad andare con lui al funerale di Oscar. Adesso, salendo le scale che portavano al Crematorio di Pere Lachaise, era ulteriormente seccato di doversi fare strada in mezzo ad un gruppo di gatti che se ne stava al sole sui gradini. Quasi in cima, stanco di dover fare attenzione a dove metteva i piedi, calpestò sbadatamente una coda. Il lamento fu piuttosto acuto, pensò divertito, abbastanza da risvegliare il morto. Ma i gatti non si sparpagliarono allarmati. Invece inarcarono i propri corpi e lo fissarono con malevolenza. Lanciando uno sguardo di traverso ai gatti, Bateman entrò nelle fresche tenebre del crematorio. Sostò un istante sotto la porta della camera crematoria. Pierre se ne stava seduto in mezzo al gruppo di dolenti che fissavano lo sportello del forno funebre. Ciò ricordò a Bateman di quella volta in cui aveva scrutato l'aula del tribunale durante il divorzio di Pierre ed Alicia, dodici anni prima. Adesso esitava, mentre preparava una spiegazione per l'assenza di Alicia. Maledizione alla sua ostinazione! I bambini avrebbero potuto essere un'ottima scusa, naturalmente, o forse, avrebbero potuto avere un raffreddore. Un raffreddore, decise. Prima gli parlo dei bambini. Forse sarebbe riuscito ad evitare lo sguardo di rimprovero di Pierre, che lo faceva sentire sempre colpevole. Il portello della fornace si stava alzando per mostrare il bagliore rosso interno. Con un gemito del congegno automatico la semplice bara di pino scivolò all'interno. Bateman si sedette alle spalle di Pierre e sua sorella. Il portello si richiuse. Tutto fatto. Mentre il gruppo si alzava con un sospiro collettivo, Pierre si voltò e vide Bateman. Questi notò il suo disappunto nel non vedere Alicia al suo fianco. Bateman disse "Ci dispiace veramente, Pierre." Pierre rispose in maniera alquanto rude con un cenno sbrigativo e disse alla sorella di avviarsi a casa, che lui avrebbe aspettato le ceneri da solo. Il gruppo si mosse, ed i due uomini uscirono dal crematorio e passeggiarono per lo spazioso atrio pavimentato. Oscar, il morto, era il cognato di Pierre. Era morto ubriaco, si diceva, ma in maniera terribilmente macabra. Oscar era annegato dopo essere svenuto dal freddo sotto Pont Neuf durante un temporale; il fiume si era ingrossato intorno a lui. La polizia l'aveva trovato là senza carte d'identité. Gli avevano preso le impronte digitali, ma Oscar era nato a Toulouse, e prima che potessero rintracciare la famiglia il corpo era stato portato al Crematorio pubblico di Pere Lachaise, il famoso cimitero del XX arrondisment. Era più semplice portare a termine il funerale dei poveri. "Siamo stati fortunati che l'abbiamo cremato da solo", disse Pierre a Bateman. "Di solito cremano gli indigenti quattro alla volta." Bateman alzò lo sguardo sorpreso, ma non disse niente. Si trascinarono lungo uno dei sentieri di ghiaia del Cimitero, sbattendo le palpebre per le pozzanghere luccicanti che punteggiavano il terreno. Era un delizioso tardo pomeriggio, e le foglie degli alberi secolari stormivano sopra le loro teste. "Come sta?", chiese Pierre, sottointendendo Alicia. "Sta bene", disse Bateman, pensando di non essere più certo dei sentimenti di lei così come di quelli di Allan Kadek, il medium morto da tempo, davanti la cui tomba di granito stavano passando. "E Janine?" chiese Pierre. "Anche lei sta bene", disse Bateman. Janine era la figlia di Pierre. Era piccolissima quando Alicia aveva divorziato da lui. Pierre era un uomo malinconico, silenzioso per natura, ma oggi sembrava cercare a fatica una maniera per prolungare la conversazione. Bateman si sentì addolorato per lui, perché sapeva che Pierre aveva difficoltà a forzare la propria timidezza e riservatezza. Ma anche Bateman non si sentiva del suo solito umore. Proprio allora la loro strada fu attraversata da alcuni enormi gatti che abitavano nel cimitero. Sembravano essere dappertutto, sbirciavano da dietro le lapidi o si nascondevano nelle volte muffite. Erano enormi, e Bateman suppose che si nutrissero di topi di campagna ed altri roditori. Pierre disse "Guarda i gatti. Sono così grandi." Bateman sorrise. Sentì di poter indovinare tutto ciò che Pierre avrebbe detto. La mente di quell'uomo era quella di un ingegnere, pensò, strettamente orientata verso ciò che è concreto e reale. Bateman guardava davanti a sé e poteva cogliere in maniera scrupolosa tutti i particolari dei sentieri del cimitero. Mentre passavano, Pierre glieli fece notare tutti. Bateman fu divertito dalla conferma della diversità dei loro caratteri. Egli era sempre stato in grado di ignorare l'ovvio, di agire come se le reali condizioni di vita ed i bisogni del dècoro semplicemente non esistessero. Anche Alicia era così. Quando la loro storia era cominciata in una piccola galleria a Rue du Bac, il resto del mondo era sembrato passare in secondo piano. Il suo matrimonio con Pierre, la loro bambina e la posizione di Pierre nella fabbrica di mattoni e tegole di suo padre erano diventate tutte cose secondarie rispetto all'evento sovrano delle loro vite: il loro reciproco amore. Bateman era in viaggio d'affari, per la collezione d'arte di un uomo che possedeva svariati grandi magazzini a New York City. Per molti mesi lui ed Alicia avevano infuocato la linea telefonica tra Parigi e New York. Aveva esaurito i suoi risparmi in biglietti aerei. Bateman convinse l'agiato Newyorchese a trasferirlo stabilmente a Parigi. Pochi mesi dopo, Bateman aveva aperto una sua galleria. Ma il periodo antecedente al divorzio fu doloroso per entrambi. Pierre era rimasto con Alicia tutto quel tempo per il bene di Janine, preparando biberon e lottando con le coliche mattutine. Alicia si era dedicata alla sua nuova carriera di artista e al suo amante americano, e in qualche modo tra le due cose aveva trovato il tempo per la sua bambina. Bateman immaginò che Pierre avrebbe preferito averle accanto a sé, anche senza l'amore di Alicia, piuttosto che non averle. Dopotutto non aveva mai più trovato una donna che lo soddisfacesse. Era stato un atto sacrificale di cui Bateman non sarebbe stato capace. Grazie a ciò Janine era cresciuta come una bambina felice. Durante l'anno Bateman ed Alicia avevano sconvolto i loro amici e la famiglia mostrando apertamente la loro relazione. Spesso lei aveva portato Janine a casa sua o alla galleria, ma più spesso l'aveva lasciata con il padre. Quando Bateman la chiamava da New York, era inevitabile che qualche volta rispondesse a Pierre. Bateman aveva riagganciato solo le prime volte, ma, con la graduale accettazione della situazione, aveva cominciato a chiedere di lei ed anche a lasciare messaggi. Pierre aveva sopportato tutto senza una sola parola di protesta verso Bateman. Bateman guardò Pierre, pensando che era stata proprio quella qualità di autocontrollo priva di immaginazione che gli aveva permesso di sopravvivere a quel duro periodo, per non parlare degli ultimi solitari dodici anni. Vide la coda di un gatto sparire dietro un albero. "Mi domando cosa mangiano i gatti", chiese. "Pensi che qualcuno li nutra?" Pierre rise in quel suo modo velato, una sorta di dondolio a dentri stretti della testa, da cui non scaturiva nessun suono di risa. I suoi occhi conservavano la loro eterna espressione triste, ma vi fu, per un istante, uno scintillio di animazione. Disse, "Ho parlato con uno degli uomini che lavorano al crematorio prima del tuo arrivo. Gli ho chiesto dei forni e del resto." "Cosa vuoi dire?" chiese Bateman. "La Delaye ha fatto un esame sul rivestimento dei mattoni", disse Pierre. Delaye era il nome da signorina di Alicia, ed il nome della società di suo padre, per la quale Pierre ancora lavorava. "Oh, capisco" "Le mattonelle devono essere risistemate circa ogni quattro anni. Non è stato un lavoro grosso." "Dio mio, guarda la stazza di quel gatto", disse Bateman. "Deve pesare un buon dieci chili". Pierre guardò il gatto soriano. "è proprio grosso, vero", disse. "Il tizio mi ha raccontato una strana storia sui gatti. Non so se crederci o meno." "Quale?" Il gatto soriano stava fissando Bateman, con quella folle espressione che assumono i gatti quando hanno fame. "I forni hanno dei bruciatori a gas", disse Pierre. "Raggiungono i duecento gradi, ma il gas è così caro in questi giorni che cercano di risparmiare riducendo il tempo tra le cremazioni, in modo che i forni non abbiano il tempo di raffreddarsi." "Mi sembra ragionevole." "Sì, se non per il fatto che devono rimuovere il cadavere precedente in anticipo. Spesso, con un corpo grande, specialmente se è stato congelato, le ossa non si riducono completamente in cenere." "Stai scherzando" disse Bateman. "Cosa fanno allora?" "Beh, generalmente rompono le ossa con la raclette" "La raclette?" "Più o meno. Ma questo non è il peggio. Il cranio ed il cervello sono il vero problema." "Il cervello?" "Oh, sì. Puoi immaginare." è racchiuso e circondato da un fluido. è molto difficile bruciarlo. E, sai, d'estate, i corpi devono essere tenuti congelati. Ci vuole molto di più a bruciare un corpo congelato." "Capisco quello che vuoi dire", disse Bateman e nel suo stomaco cominciò a manifestarsi un vago senso di nausea. "In ogni caso, il tizio stava dicendo..." Pierre divenne silenzioso mentre giravano l'angolo. Erano arrivati ad una sezione di tombe coperte da graffiti, molti dei quali osceni. "Voglio scoparti, Jim", "Il Serpente", "Patrick, Harley Davidson, 1984" ed infine, spruzzato nei colori del day-glo su una lastra di granito non scolpita, l'epigrafe: "Jim Morrison, The Doors" Rimasero a fissare le centinaia di iscrizioni scritte con il gesso, dipinte e scolpite. Alcune erano là da anni, ma altre sembravano recenti. Era spaventoso per Bateman. Sembravano allucinanti, si vergognava del suo paese, anche dopo tutto quel tempo. C'era un piccolo gruppo di ciclisti che si stava riposando in quella curva del sentiero. La bicicletta era un mezzo perfetto per visitare il cimitero. Era pieno di sentieri, ed anche poco trafficati, ma non si poteva gironzolare tra le lapidi. Avevano lasciato le biciclette incatenate le une alle altre e si erano allontanati tra le tombe circondate dalle erbacce. Bateman e Pierre potevano sentire le loro risate mentre esaminavano le iscrizioni in vecchio stile. I ciclisti si diressero verso di loro parlando inglese, due ragazzi e due ragazze che camminavano dritti in mezzo alle tombe senza curarsi del sentiero che vi passava in mezzo. Bateman distolse lo sguardo. Il sole andò dietro una nuvola ed egli pensò di guardare l'orologio. Già le cinque e trenta? Si stava facendo tardi. Percorse per un breve tratto il sentiero, non volendo vedere le dissacrazioni che sarebbero state compiute per commemorare una rock-star americana. Pierre rimase sul posto, a leggere i nomi e i commenti. Pochi istanti dopo Bateman si guardò alle spalle e vide Pierre inginocchiato vicino alle biciclette che parlava con uno dei ragazzi, senza alcun dubbio di macchine. Bateman poteva vedere la piazza del crematorio e dall'altra parte il Colombarium, dove venivano riposte le urne con le ceneri. I suoi occhi vennero catturati da una strana scena. In mezzo alla piazza un enorme pastore tedesco se ne stava immobile. Anche a quella grande distanza poteva vedere le zanne ostentate e la coda abbassata in mezzo alle gambe. Intorno al cane vi erano circa una dozzina di gatti. Uno di essi avanzò verso il cane, e l'anello di gatti gli si strinse intorno. Il gatto più vicino diede una zampata al cane e si capì che erano sul punto di attaccarlo en masse quando dal Crematorio uscì un uomo che brandiva un lungo bastone verso i gatti accovacciati. Questi arretrarono e guardarono l'uomo che trascinava via il cane. Ci fu un suono di risate e una specie di lite tra i ragazzi e le ragazze alla curva del sentiero. Non gli prestò molta attenzione. Pierre era ancora là dentro. Bateman sapeva che il sepolcro che conteneva le ceneri di Victor Hugo era in quella sezione. I sepolcri erano originali. Alcuni erano arredati con una specie di seggiolino basso munito di uno schienale imbottito, disegnato per pregare in ginocchio, chiamato prie-dieu. Alcuni avevano dei ganci sulle pareti per appendere le corone di fiori. Benché molte delle tombe fossero chiuse a chiave, alcune erano aperte, e scrutò nelle ombre di una che era stata usata come rifugio da generazioni di ubriaconi, a giudicare dal numero di bottiglie di vetro verde sul pavimento. Arrotolato sul sedile consumato del vecchio prie-dieu c'era un grande gatto dagli occhi gialli. Era la sua immaginazione o il gatto lo stava fissando con uno sguardo particolarmente ferale? Non era mai stato un amante dei gatti. Quando aprono le loro bocche, mostrando la punta delle loro lingue, ed i loro occhi si tingono di un'estasi felina umanamente inimmaginabile, li trovava assolutamente disgustosi. Voleva uscire da quel posto. Guardò di nuovo l'orologio. Quasi le sei! Doveva proprio andarsene. Si voltò per chiamare Pierre e si ritrovò a fissare la sua faccia. Nascose lo spavento con una risata nervosa. "Oh, allora eccoti!" disse Bateman. "Pensavo che te ne fossi andato in bicicletta con loro." "No" disse Pierre, accigliandosi. "Io devo proprio andarmene", disse Bateman. "Ho detto a mia moglie che saremmo andati fuori a cena stasera." Per un istante si era dimenticato a chi stava parlando. Ma era troppo tardi per recuperare in maniera elegante. "Naturalmente, intendo Alicia", disse. "Naturalmente", disse Pierre. "Anch'io. Ho... ho del lavoro da sbrigare." "Guarda, Pierre", disse Bateman. "Mi dispiace." "Per cosa?" chiese Pierre, con occhi improvvisamente fiammeggianti. Era arrabbiato. Bateman se ne rese conto. Bateman era sconcertato. Era la prima volta che vedeva Pierre mostrare questo sentimento. Pierre aveva qualcosa in mano, un pezzo di metallo, e lo stava tormentando con le dita. In un silenzio teso percorsero un tratto tra le fila di tombe decrepite ed il folto fogliame. Le ombre si stavano allungando e Bateman si sentiva a disagio a camminare davanti a Pierre. Sentì una vampata allo scalpo. Aveva paura che Pierre potesse, dopo tutti questi anni, prendersi qualche specie di vendetta fisica? Non aveva mai proferito una parola contro Bateman, non aveva mai riagganciato il telefono, non aveva mai lasciato che un messaggio non fosse comunicato. Mentre lui gli metteva le corna, pensò Bateman, aveva collaborato quanto più non poteva essere immaginabile. Bateman si dispiacque immediatamente per quel pensiero. Pierre era dieci volte più generoso di quanto lui non fosse. Meritava la sua simpatia, non la sua derisione. "Mi stavi dicendo qualcosa prima", disse Bateman voltandosi. Pierre stava camminando con gli occhi rivolti verso il basso, le mani unite sulla schiena, e Bateman fu ancora più dispiaciuto per la sua tacita derisione. Pierre alzò lentamente lo sguardo. Sembrava che Bateman avesse disturbato un monologo interiore. "Sì", disse, "ma non ci credo nemmeno io. Penso che sarebbe interessante conoscere la verità." "Ti sto ascoltando", Bateman. "I gatti", disse, "ti chiedevi come mai fossero così grassi. Ci si aspetterebbe di vederli famelici. E sono così tanti." "Sì" "Ma, ritengo che tu abbia ragione", disse. "Qualcun'altro li ha probabilmente nutriti. Benché gli uomini del Crematorio sembrassero seri." "Pierre", disse, "ci stai girando intorno. Vorrei tanto che uscissi allo scoperto e dicessi cosa intendi dire." "Come fai tu?", chiese Pierre. "Non capisco di cosa stai parlando", disse. "Non importa. Andiamo. Posso mostrarti quello che i gatti mangiano." Erano arrivati, passando per la strada sul retro, al Colombarium. Non era nient'altro che un muro di nicchie in cui venivano riposte le urne. In ogni loculo era posta una placca scolpita con il nome e la data. Alcune erano vuote ed erano segnate con "Reservé". Attraversarono il largo cortile davanti al Crematorium, la massiccia costruzione adesso illuminata in controluce dal sole al tramonto. Lasciarono il piazzale e continuarono verso l'uscita attraverso una sezione più antica di tombe, terrazzate a vari livelli. Questo doveva essere adesso un distretto a "basso-costo", con molte tombe abbandonate e ben poche splendide e curate. "Ha detto che lo mette da queste parti", disse Pierre, risalendo un declivio per raggiungere un livello superiore. Erano in mezzo a grandi alberi che ostruivano il sole. Due volte Bateman inciampò su delle rampicanti mentre cercava di seguire i passi di Pierre. "Incredibile", sentì dire a Pierre, "quel tizio stava dicendo la verità!" Bateman emerse in un'area densa di verde quasi nascosta dalle zone circostanti. Vi era un piccolo gruppo di sepolcri di famiglia, con portali di ferro battuto arrugginito. Pierre si era inchinato sul cuscino logorato dello sgabello per le preghiere, esaminando il contenuto del piattino. Con molta cautela arretrò per uscire dalla piccola struttura di pietra. "Dai un'occhiata", disse, "fai attenzione, c'è merda di gatto dappertutto." "Non mi sorprende", disse Bateman, "guarda là". Vi erano non meno di venticinque grossi gatti riuniti intorno al portale di un altro sepolcro. Rabbrividì e scrutò nell'oscurità della tomba, cercando di capire cosa ci fosse nel piattino di ceramica. Non desiderava sporcarsi i pantaloni in quel pavimento. "Non puoi vederlo da lì", disse Pierre. "è troppo buio là dentro." Bateman si chinò in quell'augusta oscurità. Alla sua destra c'era una corona di fiori sbiadita ed una croce di plastica appesa a dei ganci. Dovette chinarsi sul prie-dieu per dare un'occhiata a quello che c'era nel piatto. E lo capì immediatamente. Non c'è niente che assomigli al tessuto celebrale, con le sue convulsioni frenetiche. Ma non aveva mai visto un cervello così grande, ed era già stato parzialmente consumato, dai gatti, supponeva. Ebbe un violento sussulto per via di un ragno che avanzava sulla sua mano. Lo spiaccicò contro il muro di pietra con il dorso della mano. Vi fu un leggero tonfo ed un cadere di foglie come se qualcosa atterrasse sul tetto, un gatto, senza alcun dubbio. Qualcuno suonava un fischietto. Era ora di chiusura. Iniziò ad alzarsi dal prie-dieu e sentì un forte cigolio. Sentì la porta della tomba chiudersi contro le suole delle sue scarpe. Non era stato un incidente. Ci fu un sonoro scatto metallico. Si voltò, a fatica, in quel luogo angusto. Guardò la porta e vide il riflesso di una robusta serratura a combinazione, del tipo usato per le catene delle biciclette. Doveva essere stato Pierre, ma non riusciva a vedere nessuno. Urlò, "Apri, Pierre!" Non ci fu risposta. Era sicuro che Pierre fosse ancora nelle vicinanze. Si ricordò di averlo visto inginocchiato con i ragazzi vicino alla tomba di Jim Morrison. Dopo che se ne erano andati aveva un pezzo di metallo splendente in mano. "Miaooo", sentì, insieme ai tonfi sordi di svariate paia di zampe. La grande faccia di un gatto apparve alla grata della finestra di fronte alla porta chiusa, i suoi folli occhi risplendevano dorati nella luce morente. Scaraventò tutte le sue duecento libbre contro la grata di ferro. Sembrava che avrebbe dovuto spalancarla con una botta sola, ma non avvenne. Ancora una volta si lanciò contro di essa con la spalla. Era inutile. Non poteva arretrare abbastanza per prendere lo slancio. Il gatto alla finestra saltò giù accanto a lui. Le facce di altri due apparvero al suo posto. Il grande gatto sul pavimento diede una zampata al suo polpaccio, inclinando la testa come se fosse curioso di vedere la sua reazione. Sentì un dolore violento e diede un calcio al gatto. Questo inarcò la schiena e sibilò, con un suono molto forte in un luogo così piccolo. E se l'avessero attaccato tutti insieme, come stavano per fare nel piazzale? Non sarebbe stato in grado di tenerli lontano in quel luogo claustrofobico. Poteva a malapena muovere le gambe e le braccia. "Pierre!", gridò, "per l'amor di Dio!" Vi furono molti tonfi sonori. Tre gatti furono all'improvviso sul pavimento con lui. Un altro, un enorme gatto nero, era alla finestra. Balzò su di lui. Sentì la pugnalata degli artigli sulla nuca ed una zampa anteriore tormentargli l'occhio destro. Con tutta la sua forza, cercando di ignorare gli artigli, affilati come aghi, si strappò l'animale di dosso e lo scaraventò contro il muro, mentre allontanava a calci gli altri, che avevano cominciato ad attaccargli le gambe. "Qualcuno mi aiuti", gridò. Poi vide Pierre a pochi metri dalla grata, che mostrava la sua espressione funerea, che non cambiava quasi mai. Bateman era isterico. "Mi stanno attaccando!", urlò. "Per favore, apri quest'affare!" "Sono solo gatti", disse Pierre. "Inoltre, non conosco la combinazione". Ci fu un accenno di sorriso che tirò le sue labbra, benché i suoi occhi rimasero compassionevoli. Uno dei gatti morse il polpaccio di Bateman e lui trasalì dal dolore. Pierre si voltò e si avviò lungo il sentiero che portava all'uscita. "Per l'amor del cielo", gridò Bateman, "pensa ad Alicia!" Il passo di Pierre rallentò. Sembrava che ci stesse pensando. Bateman strinse le sbarre arrugginite della sua gabbia, guardando Pierre mentre spariva dalla sua visuale e sentì, "Non ti preoccupare. Le dirò che farai tardi a cena."
mercoledì 29 ottobre 2025
"La Cuccetta Superiore"
Qualcuno chiese i sigari. Avevamo chiacchierato a lungo, e la conversazione cominciava a languire; il fumo del tabacco aveva impregnato i pesanti tendaggi, il vino era arrivato fino al cervello, intorpidendolo, ed era chiaro ormai che, se qualcuno non avesse fatto qualcosa per sollevare i nostri spiriti depressi, la riunione sarebbe giunta presto al suo epilogo naturale, e noi - gli ospiti - saremmo tornati a casa in fretta per andare a letto, con ottime probabilità di piombare in un sonno profondo.
Nessuno aveva detto cose notevoli, forse perché nessuno aveva cose notevoli da dire. Jones ci aveva raccontato in tutti i più piccoli particolari la sua ultima avventura di caccia nello Yorkshire. Il signor Tompkins, di Boston, ci aveva spiegato a lungo e dettagliatamente i principi in base ai quali la Atchinson, Topeka e Santa Fè Railroad, non solo estendeva il suo territorio, allargava la sua influenza e trasportava bestiame senza farlo morire di fame prima del giorno della consegna vera e propria, ma era riuscita anche per anni a ingannare quei passeggeri che acquistavano i biglietti nella fallace convinzione che la suddetta Compagnia fosse realmente in grado di trasportare vite umane senza distruggerle. Il signor Tombola aveva cercato di persuaderci con argomenti che non c'eravamo presi la briga di demolire, che l'unità del suo paese non assomigliava affatto al tipo corrente di siluro moderno, progettato con la massima cura, costruito con innegabile abilità dai più grandi arsenali europei, ma, una volta costruito, destinato ad essere guidato da mani inette in una regione dove, senza che nessuno lo vedesse, lo udisse o se ne spaventasse, sarebbe al di là di ogni dubbio, esploso nelle sconfinate distese del caos politico.
Non reputo necessario fornire ulteriori particolari. La conversazione aveva assunto proporzioni che avrebbero annoiato Prometeo incatenato alla sua roccia, che sarebbero state sufficienti a distrarre Tantalo, e che avrebbero respinto Issione a cercare riposo nel semplice ma istruttivo dialogo di Herr Ollendorf piuttosto che sottomettersi al ben più grave pericolo di ascoltare i nostri discorsi. Eravamo seduti a tavoli da ore; eravamo annoiati, stanchi, e nessuno accennava a muoversi.
Qualcuno domandò dei sigari. Istintivamente ci voltammo tutti verso colui che aveva parlato. Brisbane era un uomo sui trentacinque anni, notevole per quelle doti che soprattutto attraggono l'attenzione. Era un tipo robusto. Le proporzioni della sua figura non denotavano nulla di insolito all'occhio comune, anche se la sua statura era superiore alla media. Era alto più di un metro e ottantacinque e piuttosto largo di spalle; non appariva grasso, ma, d'altra parte nemmeno lo si sarebbe potuto dire magro; la testa, piccola, era appoggiata su un collo forte e muscoloso; le mani, grandi ed energiche, sembravano dotate della particolare abilità di rompere le noci senza l'ausilio di un comune schiaccianoci e, guardandolo di profilo, non si poteva fare a meno di notare la straordinaria ampiezza delle sue maniche e l'insolita misura del suo petto. Era uno di quei tipi che, come si suol dire, ingannano, vale a dire che, per quanto apparisse forte, era in realtà ancora più forte di quanto apparisse. Non credo opportuno dilungarmi sui suoi lineamenti: testa piccola, capelli sottili, naso lungo, due baffi appena accennati e la mascella quadrata. Tutti conoscevano Brisbane e, quando chiese un sigaro, tutti lo guardarono.
"è una questione molto singolare", disse Brisbane.
Tutti smisero di parlare. La voce di Brisbane non era alta, ma aveva la caratteristica di insinuarsi nella conversazione generale e di tagliarla come un coltello. Tutti si fecero attenti. Quando si accorse di essere riuscito ad accaparrarsi l'interesse generale, Brisbane accese il sigaro con tutta tranquillità.
"è una questione molto singolare quella dei fantasmi", continuò. "Tutti chiedono sempre se qualcuno ha visto un fantasma. Ebbene, io l'ho visto."
"Chi? Voi? Che cosa volete dire, Brisbane? Via, un uomo della vostra intelligenza..."
Un coro di esclamazioni accolse la straordinaria affermazione di Brisbane. Tutti chiesero sigari, e Stub, il maggiordomo, si materializzò improvvisamente da chissà dove con una nuova bottiglia di champagne secco. La situazione era salva; Brisbane stava per narrarci qualcosa.
"Sono un vecchio marinaio", disse Brisbane, "e devo traversare l'Atlantico abbastanza spesso. Come è logico, ho le mie preferenze. Quasi tutti gli uomini hanno le loro preferenze. Ho visto un tale aspettare in un bar di Broadway per tre quarti d'ora una certa vettura pubblica che gli riusciva particolarmente gradita. Credo che dalle preferenze di costui il proprietario del bar derivasse almeno un terzo del suo reddito.
Ho l'abitudine di aspettare certe determinate navi quando sono obbligato ad attraversare l'oceano. Forse sarà un pregiudizio, ma in vita mia ho sempre avuto buone traversate, con un'unica eccezione. La ricordo benissimo: era una tiepida mattina di giugno, e gli ufficiali di dogana, in attesa di un transatlantico che già stava risalendo da Quarantine, avevano un'aria indaffarata e pensierosa. Il mio bagaglio non era granché; non mi porto mai appresso molto.
Mi unii alla folla dei passeggeri, dei facchini e di quegli ossequiosi individui in giacca azzurra e bottoni di ottoni che sembrano spuntare come funghi dal ponte di una nave all'ancora per offrire i loro non richiesti servigi ai passeggeri dotati di spirito di indipendenza. Ho notato spesso con un certo interesse l'evoluzione spontanea di questi signori. Non ci sono quando arrivate; cinque minuti dopo che il pilota ha gridato "Avanti!" essi, o almeno le loro giacche azzurre e i loro bottoni di ottone, sono scomparsi dai ponti e dalle passerelle nella maniera più assoluta, quasi fossero stati tutti quanti chiusi in quello stanzino che la tradizione attribuisce unanimemente a Davy Jones. Ma, al momento della partenza, eccoli, rasati di fresco, con tanto di giacca azzurra, smaniosi di intascarsi una mancia.
Mi affrettai a salire a bordo. Il Kamtschatka era una delle mie navi preferite. Dico era perché ci tengo a sottolineare che ora non lo è più. Non posso infatti immaginare allettamento in grado di convincermi a fare un altro viaggio su quella nave. Sì, so che cosa volete dire. è pulitissima, ha un tonnellaggio tale da assicurare la stabilità e le cuccette inferiori sono per la maggior parte doppie. Presenta un mucchio di vantaggi, ma io non farò più traversate con essa.
Scusate la disgressione. Salii a bordo, dunque, e subito venni avvicinato da uno steward, il cui naso rosso e i cui baffi ancora più rossi mi erano ugualmente familiari.
"Centocinque, cuccetta inferiore", dissi, con il tono disinvolto, caratteristico di chi considera una traversata dall'Atlantico una faccenda normale come quella di prendere un cocktail da Delmonico, in centro.
Lo steward prese la mia valigia, il mio cappotto e il mio plaid. Non dimenticherò mai l'espressione del suo viso. Non che si facesse pallido. I più celebri maghi sostengono che neppure i miracoli possono mutare il corso della natura. Non esito a dire che non diventò pallido, ma, dalla sua espressione, pensai che fosse sul punto di piangere, o di starnutire, o di lasciare cadere la mia valigia. Dato che quest'ultima conteneva due bottiglie particolarmente pregiate di sherry che mi erano state offerte in omaggio per il viaggio dal mio vecchio amico Snigginson van Pickyns, mi sentivo estremamente nervoso. Ma lo steward non fece nulla di quanto temevo.
"Bene, che sia dannato!", disse a bassa voce, e mi precedette.
Pensai che il mio Mercurio, quello che mi stava guidando verso la zona degli Inferi, avesse bevuto un po' troppo grog, ma non dissi nulla e lo seguii. La centocinque era sulla sinistra della nave, verso poppa. Non c'era nulla di insolito nella cabina. La cuccetta inferiore, come quasi tutte quelle del Kamtschatka, era doppia. C'era molto spazio; il lavabo, di forma insolita, sembrava fatto apposta per dare l'idea del lusso a un indiano del Nord America; c'erano le solite, inutili mensole di legno scuro che potranno magari servire ad attaccare un ombrello ma che non sono assolutamente in grado di reggere un comune spazzolino da denti. Sul poco invitante materasso era ripiegate quelle coperte che un grande umorista moderno ha giustamente paragonato a pasticcini di carne fredda.
La questione degli asciugamani era affidata in tutto e per tutto all'immaginazione. Le brocche di vetro erano piene di un liquido trasparente lievemente venato di scuro, dal quale però giungeva alle narici, meno lieve e niente affatto piacevole, qualcosa che ricordava lontanamente l'olio di macchina. Tendaggi di colore cupo nascondevano per metà la cuccetta superiore. La vaga luce di giugno diffondeva un chiarore incerto su quella piccola scena di desolazione. Uh! Come odiavo quella cabina.
Lo steward depositò i miei bagagli e mi guardò come se volesse fuggire, probabilmente in cerca di altri passeggeri e di altre mance. è sempre buona politica quella di accattivarsi la simpatia di simili personaggi, e io, di conseguenza, non esitai a fargli scivolare in mano alcune monete.
"Farò del mio meglio perché possiate trovarvi comodo", osservò, mentre metteva in tasca le monete. Ma nella sua voce c'era un tono di dubbio che mi sorprese. Forse la tariffa delle sue mance era cresciuta e non si sentiva soddisfatto; ma, tutto sommato, ero incline a pensare che, come si sarebbe probabilmente espresso lui, aveva bevuto "un goccio di troppo". Ma mi sbagliavo, e devo riconoscere che gli facevo torto.
Durante quel giorno non accadde nulla che fosse particolarmente degno di nota. Lasciammo il molo all'ora stabilita, ed era piacevole trovarsi in viaggio, perché il tempo era diventato caldo e soffocante e il movimento della nave provocava una brezza deliziosa. Tutti sanno com'è il primo giorno di mare. Si passeggia sui ponti, ci si guarda a vicenda e ogni tanto si incrocia qualche vecchia conoscenza di cui si ignorava la presenza a bordo.
Non si sa ancora se quanto verrà servito a tavola sarà buono, cattivo o indifferente, ma dopo i primi due pasti questo interrogativo è risolto; non si può prevedere che tempo farà fino a quando la nave non è arrivata bene al largo della Fire Island. I tavoli sono affollati, ma poi, improvvisamente, ci si trova in pochi. Gente dal viso pallidissimo schizza su dalla sua sedia e si precipita verso la porta, e ogni vecchio marinaio respira più liberamente quando il vicino indisposto si allontana precipitosamente del suo fianco, lasciandogli maggior spazio per i gomiti e il dominio incontrastato del barattolo della mostarda.
Tutte le traversate dell'Atlantico si assomigliano, più o meno, e noi che battiamo spesso questa rotta non facciamo certo il viaggio per provare qualche sensazione nuova. Balene e iceberg sono sempre oggetto di interesse, ma, in ultima analisi, una balena è molto simile a un'altra balena, ed è raro il caso che si riesca a vedere da vicino un iceberg.
Per la stragrande maggioranza di noi il momento più delizioso della giornata a bordo di un transatlantico è quello in cui, dopo aver fatto l'ultimo giro del ponte, dopo aver fumato l'ultimo sigaro, e dopo essere riusciti a stancarci, ci sentiamo autorizzati a ritirarci in tutta tranquillità.
La prima sera di quel viaggio mi sentivo particolarmente pigro, e andai a letto nella centocinque più presto di quanto non sia mia abitudine. Entrando, notai con stupore di avere un compagno. In un angolo c'era una valigia, molto simile alla mia, e sulla cuccetta superiore si vedevano una coperta di viaggio accuratamente ripiegata, un ombrello e un bastone.
Avevo sperato di essere solo, e mi sentii deluso; ma mi chiesi chi mai poteva essere il mio compagno di cabina e decisi di dargli almeno un'occhiata.
Mi ero appena coricato quando arrivò. Era, per quanto potevo vedere, un uomo molto alto, pallido e magro, dai capelli e dai baffi brizzolati, e dagli occhi di un grigio scialbo. Ebbi la precisa
impressione che avesse qualcosa di ambiguo: era, insomma, il tipo di individuo che si vede a Wall Street senza essere in grado di dire con precisione che cosa faccia lì, il tipo di individuo che frequenta sempre il Café Anglais, che sembra sempre solo e che beve champagne; lo si può incontrare sui campi di corse, ma neppure lì si capisce bene che cosa faccia. Un'eleganza un po' troppo vistosa, un po' troppo eccentrica. A bordo di ogni transatlantico oceanico si incontrano tre o quattro persone di questo tipo.
Giunsi alla conclusione che non mi interessava fare la sua conoscenza, e decisi di dormire dicendomi che avrei studiato attentamente le sue abitudini per essere in grado di evitarlo. Se si fosse alzato presto, io mi sarei alzato tardi; se si fosse coricato tardi, io mi sarei coricato presto. Non avevo desiderio alcuno di far conoscenza. I tipi del genere, conosciuti una volta, sono tutti uguali. Poveretto! Era inutile che mi preoccupassi tanto per ciò che lo riguardava perché, dopo quella prima notte nella cabina centocinque, non ebbi più occasione di vederlo.
Stavo dormendo profondamente, quando fui d'un tratto svegliato da un rumore molto forte. A giudicare dal rimbombo, il mio compagno di cabina doveva essere caduto dalla cuccetta superiore sul pavimento. Udii che si stava dando da fare con la serratura e il catenaccio della porta, che riuscì ad aprire quasi subito, poi avvertii il suo scalpiccio nel corridoio, come se corresse al limite delle sue possibilità; si era lasciato la porta aperta alle spalle. La nave stava rollando un poco, e mi aspettavo di sentirlo inciampare o cadere, ma quello correva come se fosse in gioco la sua stessa vita.
Il battente cigolava sui cardini, seguendo il movimento dello scafo, e quel rumore mi dava maledettamente sui nervi. Mi alzai per chiudere, poi tornai, con andatura ondeggiante, alla mia cuccetta, nelle tenebre. Subito piombai di nuovo nel sonno, ma non ho neppure la più lontana idea del tempo che dormii.
Quando mi risvegliai faceva ancora buio, ma avvertii una spiacevole sensazione di freddo e mi sembrava che l'aria fosse umida. Conoscete anche voi il sentore caratteristico di una cabina che è stata impregnata di acqua di mare. Mi coprii come meglio potevo e mi appisolai subito, mentre preparavo le lamentele che avrei dovuto esporre l'indomani e sceglievo gli epiteti più efficaci della nostra lingua.
Udii il mio compagno di cabina che si voltava e si rivoltava nella cuccetta superiore. Probabilmente era tornato mentre dormivo. A un certo momento mi parve di sentirlo gemere, e giunsi alla conclusione che doveva soffrire di mal di mare. è questo un particolare molto spiacevole, quando ci si trova a dormire nella cuccetta inferiore. Ma, ciò nonostante, mi appisolai di nuovo e dormii fino alle prime luci dell'alba.
La nave stava rollando forte, più della sera precedente, e la luce grigia che filtrava dal portello cambiava di intensità ad ogni momento, a seconda del mutevole angolo di inclinazione che il beccheggio faceva assumere al vetro. Faceva molto freddo, un freddo assurdo, se si pensava che si era nel mese di giugno. Girai la testa, guardai il portello e vidi, con profonda sorpresa, che era aperto e rovesciato verso il basso. Imprecai ad alta voce, credo, poi mi alzai per chiuderlo.
Tornando, diedi un'occhiata alla cuccetta superiore. I tendaggi apparivano perfettamente chiusi; con ogni probabilità, il mio compagno di cabina aveva sentito freddo, come me. Avevo la precisa impressione di aver dormito più che a sufficienza. La cabina era quanto mai scomoda, anche se, strano a dirsi, non avvertivo più l'umidità che tanto mi aveva infastidito nel corso della notte. Il mio compagno dormiva ancora profondamente, il che rappresentava un eccellente occasione per evitarlo; di conseguenza mi vestii subito e salii sul ponte.
La giornata era tiepida e nuvolosa, e sulla distesa delle acque gravava un pesante sentore oleoso. Erano le sette quando uscii dalla cabina... molto più tardi di quanto avessi immaginato. Incontrai il medico di bordo, che già si era alzato per respirare una prima boccata d'aria del mattino. Era un giovane dell'Irlanda occidentale, un tipo robusto, dagli occhi azzurri e dai capelli neri che già mostrava un accento di pinguedine; aveva un'espressione sana e allegra che lo faceva apparire simpatico a prima vista.
"Una splendida mattina!", osservai, per attaccare discorso.
"Bene", rispose guardandomi con un improvviso interesse, "è una bella mattina e non è una bella mattina. Se proprio vi va di conoscere il mio parere, non è un granché."
"è vero, no, non è precisamente una bella mattina", ammisi.
"è quello che chiamerei un tempo variabile", precisò il medico.
"Ho avuto l'impressione che facesse molto freddo stanotte", osservai. "Ma quando mi sono guardato intorno, mi sono accorto che il portello era spalancato. Non me n'ero accorto quando mi ero coricato. E la cabina era, per di più, umida."
"Umida?", fece. "Dove vi hanno messo?"
"Alla centocinque."
Con mia grande sorpresa, il medico sussultò in maniera più che visibile e mi guardò fissamente.
"Che c'è?", domandai.
"Oh, niente", mi rispose. "Solo che nel corso degli ultimi tre viaggi, tutti si sono lamentati di quella cabina."
"Me ne lamenterò anch'io. Per prima cosa, non è aerata come si deve. è una vera vergogna."
"Credo che le vostre proteste saranno inutili", rispose il medico. "Sono convinto che c'è qualcosa... bene, non sta certo a me impaurire i passeggeri."
"Non dovete temere di spaventarmi", replicai. "Posso sopportare tutta l'umidità di questo mondo. Se mi buscherò un brutto raffreddore, mi rivolgerò a voi."
Offrii un sigaro al mio interlocutore, che lo accettò e lo esaminò con aria molto critica.
"Non si tratta precisamente di umidità", osservò. "Ma credo che riuscirete a cavarvela benissimo. Avete un compagno di cabina?"
"Sì, un tipo curioso, che esce nel cuore della notte e lascia la porta aperta."
Ancora una volta il medico mi guardò con un'espressione strana.
Poi accese il sigaro, e il suo volto assunse un'espressione grave.
"è tornato?", chiese dopo qualche istante.
"Sì. Dormivo, ma mi sono svegliato e ho sentito che si muoveva. Poi ho avvertito una sensazione di freddo e mi sono addormentato di nuovo. Questa mattina ho trovato il portello aperto."
"Sentite", disse il Dottore, adagio, "non è che questa nave mi interessi più di tanto. La sua reputazione non mi riguarda. Ma adesso vi dirò che cosa farò. Ho a mia disposizione una cabina molto spaziosa. La dividerò con voi, anche se è la prima volta che vi incontro."
Una proposta del genere mi sorprese moltissimo. Non riuscivo a immaginare come mai dimostrasse un così improvviso interesse per il mio benessere. Ma, quando aveva parlato dalla nave, la sua voce aveva assunto un tono curioso.
"Siete davvero molto gentile, dottore", dissi. "Ma in tutta sincerità, credo che la cabina possa essere aerata o ripulita, o qualcosa di simile. Perché la nave non vi interessa?"
"Nella nostra professione non siamo superstiziosi, signore", mi rispose, "ma in genere il mare ha la caratteristica di rendere tale la gente. Non intendo far nascere pregiudizi in voi, e neppure intendo spaventarvi , ma, se volete accettare il mio consiglio, fareste meglio a trasferirvi nella mia cabina."
Poi, con la massima serietà, aggiunse: "Perché dovete tener presente che chi dorme nella centocinque, si tratti di voi o di un altro, finisce in mare."
"Mio Dio! e perché?", domandai.
"Per il semplice fatto che nel corso degli ultimi tre viaggi coloro che hanno dormito là sono finiti realmente in mare", rispose con tono grave.
La notizia era sbalorditiva e terribilmente spiacevole, lo ammetto. Guardai fissamente il medico per vedere se si stava prendendo gioco di me, ma la sua espressione era più seria che mai. Lo ringraziai calorosamente per la sua offerta, ma gli dissi che intendevo rappresentare l'eccezione alla regola in base alla quale chi dormiva in quella particolare cabina finiva in mare. Egli non insistette ma, sempre serissimo, mi fece intendere che, prima del termine della trasversata, avrei probabilmente avuto modo di riprendere in considerazione la sua proposta.
Quando scendemmo per la prima colazione, alla quale faceva onore solo un numero davvero esiguo di passeggeri, notai come un paio degli ufficiali che mangiavano con noi avessero un'aria turbata. Terminato di mangiare, scesi nella mia cabina a prendere un libro. Le tendine della cuccetta superiore erano ancora strettamente accostate. Il silenzio era assoluto. Con ogni probabilità il mio compagno di stanza stava ancora dormendo.
Uscendo, incontrai lo steward che aveva l'incarico di badare a servirmi. Mi bisbigliò che il Capitano desiderava vedermi, poi sgattaiolò via giù per il corridoio, come se fosse particolarmente ansioso di evitare domande da parte mia. Mi diressi verso la cabina del Capitano e lo trovai che mi aspettava.
"Signore", disse, "vorrei chiedervi un favore."
Risposi che ero dispostissimo a fargli cosa gradita.
"Il vostro compagno di cabina è scomparso. Risulta che si è ritirato presto ieri sera. Avete per caso notato qualcosa di strano nel suo atteggiamento?"
La domanda, che veniva a confermare nella maniera più esatta i timori che il medico mi aveva espresso non più tardi di mezz'ora prima, mi lasciò piuttosto scosso.
"Non vorrete dire che è finito in mare, vero?", chiesi.
"Temo proprio di sì", rispose il Capitano.
"è la cosa più straordinaria...", cominciai.
"Perché?", mi interruppe.
"In tal caso è il quarto, vero?"
In risposta a un'altra domanda del Capitano, spiegai, senza accennare al medico, che avevo saputo tutto ciò che riguardava la centocinque. Parve molto seccato quando seppe che ero già al corrente. Gli raccontai allora che cosa era accaduto nel corso della notte.
"Quanto mi dite corrisponde quasi esattamente a quello che mi è stato detto dai compagni di cabina di due degli altri tre. Sono saltati giù dalla cuccetta e si sono precipitati di corsa nel corridoio. Due di loro sono stati visti buttarsi in mare dagli uomini di guardia; ci siamo fermati e abbiamo calato le scialuppe, ma non siamo riusciti a trovarli. Ma nessuno ha visto o sentito colui che è andato perduto stanotte... ammesso che sia andato realmente perduto. Lo steward, che forse è un tipo superstizioso, e che si aspettava che qualcosa non andasse per il suo giusto verso, è andato a dargli un'occhiata stamane e ha trovato la cuccetta vuota, ma c'erano invece gli abiti, proprio come lui li aveva lasciati. Lo steward era il solo a bordo che lo conoscesse di vista, e lo ha cercato dappertutto. è scomparso! Ora, signore, vorrei pregarvi di non far cenno di questa circostanza agli altri passeggeri: non voglio che la nave si faccia una cattiva fama, e per un transatlantico non c'è nulla di peggio di una tradizione di suicidi. Potrete scegliervi fra le cabine degli ufficiali, la mia compresa, quella che preferite, per tutto il resto della traversata. La proposta vi sembra equa?"
"Certo", risposi, "e ve ne sono grato. Ma dato che sono solo e ho l'intera cabina a mia disposizione, preferirei non muovermi. Se lo steward porterà via le cose di quel disgraziato, vorrei rimanere dove sono. Non dirò una sola parola su questa faccenda, e credo di potervi promettere che non seguirò il mio compagno di stanza."
Il capitano fece del suo meglio per farmi cambiare idea, ma io
preferivo di gran lunga avere una cabina da solo piuttosto che trovarmi sistemato con un qualsiasi ufficiale di bordo. Non so se mi sono comportato da sciocco, ma se avessi seguito il suo consiglio, ora non avrei altro da raccontare. Sarebbe rimasta la spiacevole coincidenza di diversi suicidi che si erano verificati tra coloro che avevano dormito nella stessa cabina, ma questo sarebbe stato tutto.
Invece la storia non finì lì, no di certo. Ostinato come sono per natura, decisi di non lasciarmi turbare da racconti del genere, anzi, arrivai al punto di discutere la questione con il capitano. C'era qualcosa che non andava in quella cabina, dissi. In primo luogo, era umida. La notte precedente, il portello era stato lasciato aperto. Forse il mio compagno di stanza era già ammalato quando era salito a bordo, o forse, dopo essersi coricato, era stato colto da una crisi di delirio. Era possibile che si nascondesse da quache parte e che più tardi si riuscisse a trovarlo. Era necessario aerare la stanza e aggiustare il fermo del portello. Se il Capitano mi autorizzava, avrei provveduto io a fare in modo che quanto giudicavo necessario venisse fatto immediatamente.
"Avete naturalmente il diritto di rimanere dove preferite", mi rispose, piuttosto irritato; "ma, per ciò che mi riguarda, sarei più soddisfatto se sloggiaste e mi lasciaste chiudere quella cabina, in modo da mettere termine a questa lugubre storia."
Ma i nostri punti di vista non coincidevano, e lasciai il Capitano dopo avergli promesso il più assoluto silenzio circa la comparsa del mio compagno. Quest'ultimo non aveva conoscenze a bordo, e nel corso della giornata nessuno si accorse della sua mancanza. Verso sera, incontrai di nuovo il Dottore, il quale mi chiese se avevo cambiato parere. Gli risposi di no.
"Allora lo cambierete prima che non sia passato molto tempo", disse, con tono quanto mai grave.
Giocammo a whist quella sera, e mi coricai tardi. Confesserò ora che provai una sensazione niente affatto piacevole quando entrai nella mia cabina. Non potevo fare a meno di pensare all'uomo alto che avevo intravisto la sera precedente e che ora era morto annegato, e veniva sballottato qua e là dalle onde, due o trecento miglia alle nostre spalle. Il suo viso mi si stagliò chiaramente davanti mentre mi spogliavo, e arrivai fino al punto di scostare le tendine della cuccetta superiore, quasi a persuadermi che era realmente scomparso.
Avevo chiuso a chiave la porta della cabina. Improvvisamente notai che il portello era aperto e affrancato verso il basso. Era una cosa, questa, che non potevo sopportare. Mi infilai in fretta e furia la vestaglia ed andai a cercare Robert, lo steward del mio corridoio. Ero furibondo, lo ricordo e, quando lo trovai, lo trascinai piuttosto rudemente fino alla soglia della centocinque e lo spinsi verso il portello aperto.
"Si può sapere perché diavolo lasciate aperto il portello tutte le sere, briccone che non siete altro? Non sapete che una cosa del genere è contraria ai regolamenti? Non sapete che se la nave si inclina e l'acqua comincia ad entrare, nemmeno dieci uomini riuscirebbero più a chiuderlo? Denuncerò al Capitano che voi mettete a repentaglio la nave, delinquente!"
Ero letteralmente fuori di me. L'uomo si fece pallidissimo, tremante, poi cominciò a chiudere la spessa lastra di vetro tondo dalla pesante intelaiatura di ottone.
"Perché non mi rispondete?", chiesi rudemente.
"Se permettete, signore, nessuno a bordo riesce a tenere chiuso di notte questo portello. Potete provarci voi. Io non intendo restare più a bordo di questa nave, no certo, signore. Ma, se fossi al vostro posto, me la batterei subito e andrei a dormire con il Dottore, questo farei. Guardate, signore, vi pare o no che sia chiuso come si deve? Provate a vedere se riuscite a muoverlo di un solo millimetro."
Afferrai energicamente il portello e dovetti riconoscere che era saldo come una rupe.
"Bene, signore", continuò Robert, trionfante, "scommetto la mia reputazione di steward di prima categoria, che entro mezz'ora sarà di nuovo aperto; e assicurato in basso, per di più signore, questo è lo strano... assicurato in basso."
Esaminai la grande vite e il dado a gancio che la completava.
"Se si apre stanotte, Robert, vi darò una sovrana. Non è possibile! Potete andare."
"Una sovrana avete detto? Molto bene, signore. Grazie, signore. Buona notte, signore. Un tranquillo riposo, signore, e sogni dorati di ogni genere."
Robert sgattaiolò via, lieto di essere stato congedato. Naturalmente, pensavo che cercasse di giustificare la propria negligenza con una qualsiasi storia sciocca, che intendesse spaventarmi, e non credevo a una sola parola di quanto aveva detto. La conseguenza fu che egli si intascò la sua sovrana e io passai una notte particolarmente spiacevole.
Andai a letto, e mi ero avvolto nelle coperte da meno di cinque minuti, quando l'inesorabile Robert spense la luce che ardeva ferma dietro la lastra di vetro vicino alla porta. Giacqui immobile nelle tenebre, cercando di prendere sonno, ma in breve mi accorsi che la cosa mi riusciva impossibile.
La sfuriata con lo steward mi era servita da sfogo, ed era valsa anche a cancellare la spiacevole sensazione che avevo provato all'idea dell'annegato che era stato mio compagno di stanza; ma non avevo più sonno, e rimasi sveglio per diverso tempo, gettando ogni tanto un'occhiata al portello che potevo appena vedere dal punto dove stavo disteso e che al buio sembrava un sottopiatto vagamente luminoso sospeso nelle tenebre.
Credo di essere rimasto così per circa un'ora, e ricordo che mi stavo appisolando, quando fui scosso da una ventata d'aria fredda e dalla precisa sensazione di spruzzi di schiuma soffiati sulla mia faccia. Balzai in piedi e, non tenendo conto al buio del beccheggio della nave, fui subito catapultato attraverso la cabina sul divano collocato sotto il portello. Ma mi ripresi subito e mi misi in ginocchio. Il portello era ancora spalancato e affrancato verso il basso!
Ora, questi sono i fatti. Ero ben sveglio quando mi ero alzato, e poi, ammesso che fossi stato ancora mezzo addormentato, la caduta mi avrebbe certo risvegliato. Inoltre, mi ero ammaccato malamente i gomiti e le ginocchia, e le ammaccature erano lì il mattino seguente a testimoniare il fatto, nel caso ne avessi dubitato. Il portello era spalancato e affrancato verso il basso... una cosa tanto inspiegabile che, ricordo, quando lo notai, provai non tanto paura quanto stupore.
Tornai subito a chiuderlo, e assicurai con tutte le mie forze il dado a vite. Faceva molto scuro nella cabina. Pensai che il portello doveva essersi aperto nel giro di un'ora dal momento in cui Robert lo aveva chiuso, e decisi di sorvegliarlo, per vedere se si sarebbe aperto di nuovo. Le intelaiature di ottone sono molto pesanti e non è certo facile muoverle; difficile credere che tutta questa massa fosse stata rovesciata dalla semplice scossa di una vite. Rimasi ad osservare attraverso lo spesso cristallo le strisce alternate di mare bianche e grigie che spumeggiavano lungo i fianchi della nave. Devo essere restato immobile lì per un quarto d'ora circa.
Improvvisamente udii, nella più chiara delle maniere, qualcosa che si muoveva dietro di me in una delle cuccette, e un attimo dopo, mentre d'istinto mi voltavo a guardare - anche se, naturalmente, non potevo vedere nulla nelle tenebre - udii un debole gemito. Attraversai con un salto la cabina, scostai le tendine della cuccetta superiore allungai le mani avanti per accertarmi se c'era qualcuno lassù. Qualcuno c'era.
Ricordo che, mentre mettevo le mani avanti, la sensazione fu quella che avrei provato se le avessi immerse nell'aria di una cantina umida, e da dietro le tendine venne un soffio di vento che puzzava in maniera orribile di acqua marina stagnante. Afferrai qualcosa che aveva la forma di un braccio umano, ma era scivoloso, umido, e di un freddo gelido. Poi, improvvisamente, mentre davo uno strappo, la creatura si precipitò violentemente verso di me: era una massa gelatinosa, melmosa, mi parve, pesante e bagnata, eppure dotata di una forza sovrumana.
Retrocedetti barcollando attraverso la cabina, e dopo un istante la porta si aprì e la "cosa" corse fuori.
Non avevo avuto il tempo di spaventarmi e, ripresomi subito, mi slanciai anch'io oltre la porta e iniziai la caccia al massimo della mia velocità, ma era ormai troppo tardi. Potevo vederla una decina di metri davanti a me... sono sicura di averla vista... un'ombra scura che si muoveva nel corridoio scarsamente illuminato, rapida come la sagoma di un veloce cavallo proiettata davanti a un calesse dalla lanterna in una notte scura. Ma un attimo dopo era sparita, e io mi trovai a stringere il lucido corrimano della paratia, là dove il corridoio svoltava verso l'osteriggio. Avevo i capelli dritti in testa, e un sudore gelido mi colava giù per la faccia. Non mi vergogno affatto di dirlo: ero terribilmente spaventato.
Ma dubitavo ancora dei miei sensi, e mi scossi. Era assurdo, pensai. Certo non avevo digerito il formaggio gallese che avevo mangiato: avevo avuto un incubo. Raggiunsi di nuovo la cabina e vi entrai a prezzo di un certo qual sforzo. Tutta la stanza sapeva di acqua marina stagnante come quando mi ero svegliato la mattina precedente. Dovetti fare appello a tutte le mie forze per andare a cercare fra le cose mie una scatola di cerini.
Mentre accendevo una lanterna che porto sempre con me nel caso voglia leggere dopo che le luci sono state spente, mi accorsi che il portello era di nuovo aperto, e allora cominciò a impadronirsi di me una specie di raccappricciante orrore che non avevo mai provato e che non desidero mai più provare. Ma riuscii ad accendere la lanterna, e mi accinsi ad esaminare la cuccetta superiore, convinto di trovarla fradicia di acqua di mare.
Invece rimasi deluso. Qualcuno aveva dormito in quel letto e il puzzo di mare era forte, ma le coperte erano quanto di più asciutto si possa immaginare. Pensai che forse Robert non aveva avuto il coraggio di rifare il letto dopo l'incidente della notte precedente...che tutto era stato un brutto sogno. Scostai le tendine al massimo ed esaminai la cuccetta con la cura più scrupolosa. Era perfettamente asciutta. Ma il portello era di nuovo aperto.
In preda a una specie di intontito sbalordimento e di orrore, lo chiusi e lo avvitai, poi infilai il mio massiccio bastone sotto il gancio di ottone e lo spinsi con tutte le mie forze, fino a quando, sotto la pressione, lo stesso metallo prese a incurvarsi. Poi agganciai la lanterna al velluto rosso dello schienale del divano, e mi misi a sedere per ritrovare il mio equilibrio, se mi fosse riuscito. Rimasi seduto lì tutta la notte, incapace di pensare al riposo... incapace di pensare, semplicemente. Ma il portello rimase chiuso, e io credevo che ora non si sarebbe di nuovo aperto senza l'intervento di una forza considerevole.
Comparvero finalmente le prime luci del mattino, e mi vestii allora adagio, pensando a tutto quanto era accaduto nel corso della notte.
Era una bella giornata, e salii sul ponte, lieto di godermi i primissimi raggi del sole, e di avvertire il sentore della brezza che soffiava sulle acque azzurre, così diverso dal puzzo malefico, stagnante, della mia cabina. Istintivamente mi diressi a poppa, verso la cabina del medico. E lo trovai là, la pipa stretta fra i denti, a godersi il fresco del mattino, proprio come il giorno precedente.
"Buongiorno", disse tranquillamente, ma mi fissava con evidente curiosità.
"Dottore, avevate perfettamente ragione. C'è qualcosa che non va in quella stanza."
"Immaginavo che avreste cambiato parere", rispose, trionfante.
"Avete passato una brutta notte, eh? Devo farvi bere qualcosa di stimolante? Ho una ricetta che è veramente straordinaria."
"No, grazie", esclamai. "Ma vorrei raccontarvi che cosa è successo."
Cercai allora di riferire con la massima precisione e con la massima chiarezza possibili quanto era avvenuto, senza trascurare di confessare di aver provato la peggiore paura che avessi mai avuto in vita mia. Indugiai soprattutto sul fenomeno del portello, il che era un fatto che potevo dimostrare, ammesso che tutto il resto fosse stato un'illusione. Lo avevo chiuso due volte durante la notte, e la seconda volta avevo addirittura piegato l'ottone forzandovi sotto il mio bastone. Credo di aver insistito molto su questo punto.
"A quanto sembra, credete che io possa dubitare della storia", disse il medico, sorridendo al mio particolareggiato resoconto sullo stato del portello. "Non ne dubito affatto invece. Anzi, vi rinnovo il mio invito. Trasportate la vostra roba qui e prendetevi metà della mia cabina."
"Venite invece voi ad occupare metà della mia per una notte", replicai. "Aiutatemi ad arrivare in fondo a questa faccenda."
"Arriverete in fondo a qualcos'altro, se ci riproverete", rispose il medico.
"In fondo a che cosa?", domandai.
"In fondo al mare. Io sto per lasciare questa nave. Non mi va."
"Allora non volete aiutarmi a scoprire?..."
"Io no di certo", si affrettò a interrompermi il medico. "Il mio dovere è di tenermi bene in forma e aggiornato... non quello di andare a stuzzicare fantasmi o altre cose del genere."
"Credete davvero che sia un fantasma?", domandai, piuttosto sprezzante. Ma, mentre parlavo, ricordavo ancora benissimo l'orribile sensazione soprannaturale che si era impadronita di me durante la notte. Il medico mi guardò fissamente.
"Siete in grado di dare qualche ragionevole spiegazione di cose del genere?", chiese. "No, assolutamente. Bene, voi dite che finirete per trovare una spiegazione. Io dico che non la troverete, signore, per il semplice fatto che non c'è."
"Ma, mio caro Dottore", replicai, "siete proprio voi, un uomo di scienza, a dirmi che le cose del genere non possono essere spiegate?"
"Sì", rispose seccamente. "E, anche ammesso che fosse possibile, la loro spiegazione non mi riguarderebbe."
Non mi sorrideva l'idea di passare un'altra notte da solo nella cabina, ma ero fermamente deciso ad arrivare alla radice di quegli strani avvenimenti. Credo non siano molti gli uomini che avrebbero dormito là da soli, dopo aver passato due notti come quelle che avevo passato io. Ma ero risoluto a tentare, se non fossi riuscito a trovare qualcuno disposto a condividere la mia veglia. Il medico non aveva evidentemente inclinazione alcuna per un esperimento del genere. Disse che era un chirurgo e che, se si fosse verificato un incidente a bordo, lui doveva essere subito disponibile. Non poteva correre il rischio di farsi trovare con i nervi sconvolti. Forse aveva ragione, ma sono incline a pensare che tanta preoccupazione fosse dettata soprattutto dal fatto che non aveva nessuna voglia di restarmi accanto. A una mia precisa domanda, rispose che ben difficilmente a bordo avrei trovato qualcuno disposto a coadiuvarmi nelle mie ricerche, e allora, dopo un altro breve scambio di frasi, mi congedai da lui. Poco dopo incontrai il Capitano e gli narrai la mia storia. Dissi che, se nessuno accettava di passare la notte con me, avrei pregato di lasciare la luce accesa in continuità, e avrei tentato da solo.
"Sentite", mi rispose, "voglio dirvi che cosa intendo fare. Veglierò io con voi, e vedrò cosa succede. Sono convinto che, assieme, riusciremo a svelare il mistero. Può darsi che a bordo ci sia qualcuno il quale, per guadagnarsi un passaggio gratuito, spaventa i passeggeri. O magari è possibile che ci sia qualcosa di strano nell'attrezzatura di quella cuccetta."
Suggerii di ordinare al falegname di bordo di andare a dare un'occhiata all'incastellatura, ma non vi nascondo che l'offerta del Capitano di passare la notte con me mi riempì di gioia. Lui andò a chiamare il carpentiere e gli disse di fare ciò che avevo suggerito.
Scendemmo subito. Avevo fatto togliere tutte le coperte dalla cuccetta superiore, ed esaminammo il locale con la massima cura per vedere se c'era un'asse allentata o un pannello che poteva venire aperto o scostato. Saggiammo dappertutto la parete, battemmo il pavimento, svitammo le varie parti della cuccetta inferiore e le smontammo; in altre parole, non ci fu un solo centimetro quadrato della cabina che non venisse osservato e messo alla prova. Tutto era nel più perfetto ordine, e rimettemmo ogni cosa al suo posto. Stavamo terminando il nostro lavoro, quando Robert bussò e mise dentro la testa.
"Bene, trovato qualcosa, signore?", chiese, con un sorriso cupo.
"Avevate ragione per ciò che riguarda il portello, Robert", dissi, e gli diedi la sovrana che gli avevo promesso. Il carpentiere sbrigava le sue mansioni in silenzio e con innegabile abilità, seguendo le mie indicazioni. Solo quando ebbe terminato, parlò.
"Sono un uomo qualunque, signore", disse. "Ma secondo me, fareste meglio a raccogliere tutta la vostra roba e a permettermi di chiudere la porta di questa cabina con viti da dodici centimetri. Non c'è mai stato niente di buono qui, signore, e questo è quanto. Che io ricordi, quattro vite sono andate perduto qua dentro, e questo in quattro viaggi. Al vostro posto rinuncerei, signore... rinuncerei senz'altro."
"Voglio provare per una notte ancora", replicai.
"Io al vostro posto rinuncerei, signore, rinuncerei... è molto meglio. è un'impresa molto pericolosa", ripeté il manovale, e, riposti gli attrezzi nel sacco, uscì dalla cabina.
Ma l'idea di avere la compagnia del Capitano mi aveva ridato coraggio in misura considerevole, e decisi che nulla doveva dissuadermi dall'andare a fondo di quella strana faccenda. Quella sera rinunciai al formaggio gallese e al grog, e non partecipai neppure alla solita partita di whist. Volevo essere ben sicuro dei miei nervi, e la mia vanità mi rendeva ansioso di fare una bella figura agli occhi del Capitano.
Il Capitano era uno di quegli splendidi esemplari di marinai spericolati e allegroni che, grazie al loro coraggio, alla loro perspicacia e alla loro calma nelle situazioni difficili, finiscono per arrivare a posizioni di altissima responsabilità. Non era uomo da lasciarsi spaventare da una sciocca diceria, e il semplice fatto che fosse disposto a starmi accanto nelle mie ricerche stava a dimostrare, in tutta evidenza, come fosse convinto che ci fosse qualcosa che assolutamente non andava, qualcosa che né poteva essere spiegato con le teorie correnti né poteva venire irriso come una banale superstizione. In un certo senso c'erano in gioco anche la sua reputazione e la reputazione della nave. Non è una sciocchezza perdere passeggeri che finiscono in mare, e lui lo sapeva.
Verso le dieci di quella sera, mentre stavo fumando un ultimo sigaro, mi raggiunse e mi portò fuori dal flusso degli altri passeggeri che stavano passeggiando sul ponte nella tiepida notte.
"La questione è piuttosto seria, signor Brisbane", disse. "Dobbiamo essere pronti alle due eventualità: a quella di rimanere delusi, o a quella di affrontare momenti molto difficili. Capite benissimo che non posso permettermi di prendere la cosa sottogamba, e devo chiedervi di firmare una dichiarazione, qualunque cosa possa succedere. Se non succede niente stanotte, proveremo di nuovo domani e dopo domani ancora. Siete pronto?"
Scendemmo assieme ed entrammo nella cabina. Passando vidi Robert, lo steward, che si teneva in fondo al corridoio e ci guardava con il suo solito sorriso, quasi fosse sicuro che di lì a poco sarebbe successo qualcosa di spaventoso. Il Capitano chiuse la porta alle nostre spalle e diede un giro di chiave.
"Forse sarà bene che mettiate la vostra valigia davanti alla porta", mi suggerì. "Uno di noi due potrebbe sedercisi sopra. In questo modo niente potrà uscire. Il portello è assicurato con la vite?"
Lo trovai come lo avevo lasciato al mattino, anzi, sarebbe stato impossibile aprirlo senza fare ricorso ad un leva. Scostai le tendine della cuccetta superiore per essere in grado di sorvegliarla meglio. Su consiglio del Capitano, accesi la lanterna, e la piazzai in modo che il raggio cadesse sulle coperte bianche.
Insistette per essere lui a sedersi sulla valigia, affermando che desiderava poter giurare di essere rimasto seduto davanti alla porta.
Poi mi chiese di ispezionare la cabina, operazione questa che non richiese molto tempo, perché mi fu sufficiente guardare sotto la cuccetta inferiore e sotto il divano piazzato davanti al portello. Non c'era assolutamente niente.
"è impossibile che un qualsiasi essere umano entri qui o apra il portello", dissi.
"Molto bene", disse il Capitano, calmissimo. "Se adesso vediamo qualcosa, deve trattarsi o di immaginazione o di qualcosa di soprannaturale."
Mi misi a sedere sul bordo della cuccetta inferiore.
"La prima volta che è successo", disse il Capitano, accavallando le gambe e appoggiandosi con la schiena alla porta, "è stato in marzo. è risultato che il passeggero che dormiva qui, nella cuccetta superiore, era un pazzo... o almeno, era noto per essere un po' tocco, e aveva intrapreso la traversata senza nemmeno avvertire i suoi amici. Si è precipitato fuori nel cuore della notte e si è buttato in mare, prima che l'Ufficiale di Guardia riuscisse a bloccarlo. Ci siamo fermati e abbiamo calato in mare una scialuppa: era una notte di bonaccia, una di quelle notti che precedono le tempeste; ma non siamo riusciti a trovarlo. Naturalmente, più tardi, il suicidio è stato attribuito alla forma di pazzia che lo tormentava."
"è una cosa che capita abbastanza spesso, vero?", domandai, distrattamente.
"Non spesso, no", rispose il Capitano. "è la mia prima esperienza in materia, anche se ho saputo di casi simili avvenuti a bordo di altre navi. Bene, come stavo dicendo, è successo in marzo. Proprio nel viaggio seguente... Che cosa state guardando?", chiese, interrompendo bruscamente la sua storia.
Non gli risposi, credo. Avevo gli occhi come inchiodati al portello. Mi pareva che il dado di ottone stesse cominciando a girare molto lentamente sulla vite... tanto lentamente che non ero neppure sicuro che si muovesse. Lo sorvegliai con la massima attenzione, fissandomi bene in mente la sua posizione, e cercando di accertarmi se cambiava. Come si accorse di quello che stavo guardando, anche il Capitano guardò.
"Si muove!", esclamò, in tono convinto. "No, non si muove", aggiunse dopo un minuto.
"Se la vite fosse spanata", dissi, "il portello si sarebbe aperto durante il giorno; stasera invece l'ho trovato chiuso perfettamente, come l'avevo lasciato stamattina, tale e quale."
Mi alzai e provai il dado. Era allentato, certo, perché con un piccolo sforzo riuscii a girarlo con le mani.
"Lo strano è", disse il Capitano, "che il secondo uomo che è andato perduto dovrebbe essersi buttato proprio da quel portello. Abbiamo passato momenti difficili quella volta. Si era nel cuore della notte e il tempo era molto burrascoso; è stato trasmesso l'allarme che uno dei portelli era aperto e che la nave imbarcava acqua. Sono sceso e ho trovato inondato dappertutto. Siamo riusciti a chiudere, ma l'acqua aveva avuto il tempo di fare qualche altro danno. Da allora, ogni tanto la cabina puzza di acqua di mare. Siamo giunti alla conclusione che il passeggero doveva essersi buttato, anche se solo Dio sa come possa aver fatto. Lo steward continuava a ripetermi che non riusciva a tener chiuso niente qui. Parola mia, adesso riesco a sentire quella puzza! E voi?", domandò, annusando l'aria con espressione sospettosa.
"Sì, e molto bene", risposi, e fui scosso da un brivido mentre lo stesso odore di acqua marina stagnante si faceva più forte nella cabina. "Ora, per puzzare a questo modo, la cabina dev'essere fradicia", continuai; "eppure, quando l'hanno esaminata con la massima cura stamattina, assieme al carpentiere, era perfettamente asciutta. è la più straordinaria... Attenzione!"
La lanterna che era stata collocata sulla cuccetta superiore si era improvvisamente spenta. Filtrava ancora luce sufficiente dalla lastra di vetro vicina alla porta, dietro la quale si intravvedeva la lampada regolamentare. La nave rollava pesantemente e le tendine della cuccetta superiore ondeggiarono, sollevandosi fin quasi al centro della cabina, per poi tornare al loro posto. Mi alzai di scatto dal bordo del letto e, nello stesso istante, il Capitano balzò in piedi con un alto grido di sorpresa. Mi ero voltato con l'intenzione di prendere la lanterna per esaminarla quando udii la sua esclamazione e, subito dopo, il suo grido di aiuto. Mi precipitai verso di lui. Stava lottando con tutte le sue forze
con l'intelaiatura di ottone del portello. Ma sembrava che, malgrado i suoi sforzi, il portello gli piegasse indietro le mani. Afferrai allora il mio bastone, una pesante mazza di quercia che ho l'abitudine di portare sempre con me, lo infilai nell'anello e mi appoggiai sopra con ogni mia energia. Ma quel legno massiccio si spezzò bruscamente e io caddi sul divano. Quando mi sollevai, il portello era spalancato, e il Capitano stava in piedi, appoggiato alla porta, pallido come un morto.
"C'è qualcosa in quella cuccetta!", esclamò, con voce strana, gli occhi che quasi gli schizzavano dalla testa. "Sorvegliate la porta, mentre io guardo... Non ci sfuggirà, qualunque cosa sia!"
Ma, invece di prendere il suo posto, saltai sul letto inferiore e afferrai qualcosa che giaceva nella cuccetta superiore.
Era qualcosa di fantasmagorico, di indescrivibilmente orribile, e si agitava nella mia stretta. Era come il corpo di un uomo annegato da molto tempo, eppure si muoveva, e aveva la forza di dieci uomini vivi; ma io stringevo con tutte le mie energie... Quella cosa era scivolosa, viscida, orribile... i suoi bianchi occhi morti sembravano fissarmi nella penombra; aveva addosso l'odore putrido dell'acqua marina stagnante, e i lucidi capelli le ricadevano in strani riccioli fradici sul viso morto. Lottai con quella cosa putrida; si appoggiò a me e spinse indietro, e mancò poco mi rompesse le braccia; poi mi passò le sue braccia cadaveriche intorno al collo, quel morto vivente, e mi sopraffece, tanto che alla fine caddi con un gran grido e lasciai la presa.
Mentre cadevo, la cosa mi scavalcò e parve buttarsi sul Capitano. Quando lo vidi l'ultima volta in piedi, aveva il viso pallidissimo e le labbra rigide. Mi parve che allungasse un violento pugno a quell'essere morto, poi cadde anche lui in avanti, sulla faccia, con un inarticolato grido di orrore.
La cosa indugiò un istante, parve aleggiare sul suo corpo prostrato e, se avessi avuto ancora voce, avrei gridato in preda a un terrore allo stato puro. Poi l'essere svanì improvvisamente, e parve ai miei sensi turbati che fosse uscito dal portello aperto, anche se è inspiegabile come ciò fosse possibile, se si tengono presenti le ridotte misure di quell'apertura. Rimasi a lungo disteso sul pavimento, mentre il Capitano giaceva accanto a me. Alla fine riuscii a riprendermi, almeno in parte, e subito seppi di avere un braccio rotto... l'ossicino dell'avambraccio sinistro, vicino al polso.
Riuscii faticosamente a rimettermi in piedi e con la mano sana cercai di sollevare il Capitano. Egli gemette, si mosse e finì per riprendere i sensi. Non era ferito, ma sembrava terribilmente stordito.
Bene, che cosa volete sapere ancora? Non c'è altro. Qui termina la mia storia. Il carpentiere ebbe la soddisfazione di piantare una mezza dozzina di viti da dodici centimetri nella porta della centocinque; e se mai avrete occasione di viaggiare sul Kamtschatka, potete chiedere una cuccetta in quella cabina. Vi risponderanno che è già occupata sì... è occupata da quella cosa morta.
Terminai il viaggio nella cabina del medico. Mi curò il braccio rotto e mi consigliò di non "stuzzicare fantasmi e altre cose del genere", mai più. Il Capitano era molto taciturno, e non navigò più su quella nave, che è ancora in attività di servizio. Per ciò che mi riguarda, anch'io non metterò più piede su quella nave. è stata un'esperienza molto spiacevole, e ho provato una paura terribile, il che è una cosa che non mi piace affatto. Questo è tutto. Ecco come ho visto un fantasma... ammesso che fosse un fantasma. Ma era un morto, ad ogni modo.
"Faccende di Casa"
Sono qui, sola. Curtis se n'è andato la settimana scorsa, o forse dovrei dire che è stato spinto ad andarsene. Non ho rimpianti, tranne quello di avere aspettato così a lungo. Se devo conservare ciò che abbiamo, questo distacco mi è necessario. Devo potermi concentrare. Ora più che mai devo concentrare tutta la mia volontà.
Quando penso a come sono cominciate le cose, il ricordo della nostra ingenuità mi fa ridere. Stavamo cercando casa e il nostro agente immobiliare ci portò in un isolato dove ce n'erano due in vendita, una di fianco all'altra. Erano state costruite insieme alla fine del secolo, ed erano pressoché identiche.
Entrambe a due piani e rivestite in legno, con grandi finestre a bovindo esposte a oriente.
La casa a nord era in condizioni peggiori, e quando chiesi informazioni ad alcuni vicini mi risposero che si trovava in quello stato da anni. Sembrava che la pittura si consumasse e il rivestimento in legno si scheggiasse più in fretta che nella casa gemella, così come il tratto di marciapiede antistante appariva solcato da crepe e invaso dalle erbacce.
Curtis mi fece notare che, fra le due, era quella nettamente più a buon mercato, e con la differenza di prezzo non sarebbe stato un problema riparare le carenze strutturali e risistemare la facciata. Gli ricordai che, in qualità di assistente alla facoltà di leggere classiche, percepivo un consistente stipendio; sottoporci al calvario di un'opera di ristrutturazione mi sembrava assurdo e inutile, vista la disponibilità della casa accanto, imbiancata di fresco, pulita e pronta ad accogliere nuovi inquilini.
Senza contare che avevo già avvertito un senso di antipatia istintiva e, per quanto vaga, la cosa era bastata a dissuadermi.
Curtis protestò, sostenendo che la mia decisione era basata su considerazioni superstiziose, illazione cui non mi degnai di rispondere.
Poco dopo comprammo la casa che preferivo.
Giunta a quel punto, posso supporre che nessuno di noi avesse ragione e che in assoluto avremmo fatto meglio a tenerci alla larga dalla zona.
La casa accanto esercita un'influenza negativa su tutto il vicinato, sulla nostra in particolare. I suoi muri confinano con i nostri, un contatto intimo cui è impossibile sottrarsi. Come due gemelli siamesi, condividiamo un unico apparato circolatorio e gli invisibili percorsi di topi e formiche; la nostra prossimità offre riparo a termiti e scarafaggi. Non che mi trastulli con queste fantasie, poiché spesso mi sono trovata davanti alle zampe mozzate e alle smorfie di agonia dei topi caduti nelle nostre trappole.
Certi giorni sedevo per ore alla mia scrivania, in attesa di qualche invasione, in altri ero addirittura certa che l'incessante sgocciolio nelle tubature non fosse che il prodromo di una vile e perniciosa ondata di liquami in procinto di abbattersi su di noi dalla casa accanto.
Nel periodo delle piogge, l'anno scorso, cominciai a notare alcune scie luccicanti e sottili sulla moquette della stanza di nostra figlia.
Quando, una notte, fui svegliata dal suo pianto ed entrai in camera, i miei piedi sfiorarono qualcosa di freddo e carnoso.
Mi sentii soffocare dal ribrezzo e in quel preciso istante scorsi due lucidi occhi spiarmi attraverso le sbarre della culla.
Tastai freneticamente il muro in cerca dell'interruttore, in preda a mostruose fantasie.
Quando finalmente riuscii ad accendere la luce ricacciando indietro la notte, mi accorsi subito di quanto in là si fosse spinta la mia immaginazione.
Mia figlia era nella culla: si era già addormentata.
Accanto a lei l'orsacchiotto di peluche con i suoi occhietti brillanti, e sul pavimento due macchie scure.
Le toccai, rabbrividendo di disgusto. Lumache.
Appiccicata sotto il piede, nella sua bava verdastra, il brandello di una terza.
Riuscii ad arrivare in bagno, dove vomitai, mi spogliai e mi lavai con sapone e acqua calda.
Nelle settimane immediatamente successive sognai spesso di lottare con creature mutilate dalle cui carni trafitte stillavano gocce di umori. Battaglie da cui non uscivo mai del tutto sconfitta, ma nemmeno vittoriosa, e che duravano sempre l'eternità degli incubi.
Curtis mi suggerì allora di agire alla fonte dei sogni, intendendo - così compresi io - che dovevo disinfestare la camera di nostra figlia da quelle lumache. Accettai il consiglio e sigillai un grosso pertugio che avevo trovato alla base del muro, nel punto in cui avrebbe dovuto unirsi perpendicolarmente al pavimento.
Era una parete rivolta a nord, e mentre la stuccavo sentii che la spaccatura si sarebbe riaperta, essendo frutto della pressione esercitata dalla casa accanto.
In quel momento mi resi conto che la casa si affacciava sulla stanza di Tanya - vale a dire sul membro più vulnerabile della famiglia - ma scacciai istantaneamente il pensiero.
I sogni mi avevano turbata e mi stavo sforzando di ragionare con la mente di un uomo come Curtis, uno convinto che gli incubi si possano fermare tappando un buco.
Mio marito è tanto pragmatico quanto determinato.
Il classico uomo cui una donna può aggrapparsi se non riesce più a fidarsi di se stessa.
Verso metà marzo ci dedicammo alla semina del giardino, e quando nel giro di poche settimane la lattuga forò il terreno venendo alla luce, inaugurammo le nostre incursioni notturne contro chiocciole e lumache. Armati di torce e badile, Curtis e io ci aggiravamo schiacciando le viscide creature. Non era mai un compito gradevole, ma con l'aumentare del numero delle vittime - centinaia - il senso di nausea iniziò a placarsi. Nel giro di breve tempo, gli incubi cessarono.
A metà maggio Tanya compì tre anni. Esuberante e chiacchierona, era una bimba deliziosa e vivace, ansiosa di misurarsi con i limiti, sempre in cerca di una maniera per rovesciare il mondo intero.
Nonostante le erbacce e gli intricati cespugli di more che traboccavano dalla proprietà accanto, il giardino fioriva rigoglioso.
Accettai un incarico estivo da parte dell'università, comprensivo di sistemazione e cura della piccola Tanya, e in quel modo riuscii a starmene lontana dalla casa.
Devo dire che, mentre giugno si avvicinava, mi sentivo benone.
Rinfrancata dalle mie nuove responsabilità, da una figlia che percorreva il corridoio dell'infanzia ridendo e mostrando grande energia, da un marito che finalmente cominciava a trovare qualche soddisfazione sul lavoro, anch'io mi sentivo allegra e di buon umore.
Riacquistai fiducia in me stessa e nella mia capacità di superare gli ostacoli, e come primo passo decisi di misurarmi con la casa accanto.
Inizialmente le permisi di restare dov'era, usando la mia volontà solo per trasformarla in un'entità priva di importanza. Quando ogni mattina le passavo davanti sfocavo deliberatamente la visione, immaginando la casa come qualcosa di ancora più inconsistente di una nuvola, di meno reale di un sogno. Trasformavo il tetto nel dorso piumato di un piccolo uccello, le assi di rivestimento nella sua morbida pancia, e quando tirava vento non era poi così difficile fingere che l'intero edificio avesse spiccato il volo.
In seguito misi a punto una tecnica ancora più potente. Fusi mentalmente un muro con un altro, eliminando il normale effetto di prospettiva. Smembrai tutto ciò che era solido, fondendo ogni geometria complessa in forme e dimensioni elementari. A poco a poco la casa si ridusse in un unico piano composto da due linee che si intersecavano. Quindi le fusi in una sola, e rimpicciolii quest'ultima fino a restringerla in un punto. Lottai con quel punto per circa una settimana, prima di riuscire, con uno sforzo immane, a farlo sparire.
La casa non c'era più. Avevo eliminato il mio nemico numero uno. Adesso, passando lì davanti, non vedevo nulla, non notavo nemmeno un'assenza.
Finalmente mi sentivo al sicuro dalle aggressioni che, fino a qualche tempo prima, mi avevano gettato nel panico, facendomi persino dubitare della mia salute mentale.
E finalmente tornai a pensare alla mia casa provando solo un gran senso di sollievo.
Nonostante la felicità di quell'estate, sapevo che mi restava ancora qualcosa da dare. Libera da quelle innaturali preoccupazioni interiori, giurai a me stessa di mostrare a Curtis tutto l'amore di cui mi sapevo capace.
Cominciai prestando maggiori attenzioni al nostro appartamento: dopo il lavoro mi dedicavo alle pulizie e mi sforzavo di tenerlo in ordine. Inaugurai un programma d'igiene quotidiana dei bagni e della cucina, mentre ogni due o tre giorni passavo l'aspirapolvere sui tappeti delle altre stanze.
Piatti e bicchieri sporchi, da sempre fonte di fastidio, si trasformavano addirittura in prove tangibili della mia inefficienza. Le esigenze del lavoro, di una figlia, della vita coniugale e il nuovo regime in cui mi ero imbarcata mi intrappolavano in una specie di ritardo incolmabile.
Urgeva un cambiamento, e dopo settimane di tormentata riflessione decisi: uscii e, con i soldi messi da parte per le vacanze, andai a comprare una lavastoviglie.
Naturalmente mi dispiaceva dover fare a meno della vacanza, ma la delusione fu largamente ricompensata da altre soddisfazioni: i bicchieri erano finalmente lucenti, i ripiani sgombri e io avevo di nuovo in pugno la situazione.
Dopo qualche settimana di questa routine cominciai a notare particolari della casa che prima di allora non mi erano mai saltati all'occhio. Un esempio: sebbene a nord e a sud fossimo contigui ad altri edifici, e le nostre finestre fossero dunque esposte solo a est e ovest, in tutte le stanze la luce indugiava chiaramente sulle pareti a meridione.
Non intendo la luce naturale, che in autunno avanzato e in inverno - quando il sole è a sud - batte verso nord, bensì una strana sorta di radiosità, l'intrinseca luminosità dell'aria stessa.
Sembrava quasi che ci fosse un bagliore, un incantesimo che avvolgeva le pareti australi, e non riuscivo a trovare una spiegazione imputabile e una differenza nella qualità d'intonaco o nel colore di vernice usati.
Di contro, il lato settentrionale dei locali sembrava in eterna penombra, quasi fosse schermato da una sostanza capace di assorbire tutta la luce, intrappolandola nell'oscurità. Il fatto era tanto evidente di mattina quanto di pomeriggio. Poi, con una certa costernazione, scoprii che lo stesso accadeva di sera, quando le stanze erano illuminate artificialmente.
Tolsi i quadri e i manifesti dalle pareti oscurate e trasferii quanto più mi fu possibile sui muri a sud.
Per alcuni giorni spostai e rispostai mentalmente tutti i mobili, cercando di farli stare al di qua del confine d'ombra che opprimeva il lato nord della casa.
Alla fine decisi di mantenere una distanza di alcune decine di centimetri dalle pareti interessate, distribuendo l'arredamento in un'area adeguatamente illuminata e che al contempo rispettasse la simmetria delle stanze.
La nuova sistemazione lasciò Curtis un po' dubbioso, ma alla fine accettò di fare almeno un tentativo, restituendomi sicurezza in me stessa e fiducia nella nostra relazione.
Ricordo che in quel momento fui percorsa da un'ondata di gratitudine, e decisi di festeggiare con qualcosa di speciale.
Il giorno seguente, dopo aver lasciato Tanya al centro di babysitting diurno, andai a far compere.
Avevo in mente un paio di pantaloni che Curtis aveva recentemente mostrato di apprezzare indosso a una comune amica. Li trovai esposti nella vetrina di un negozio del centro, e quando la commessa mi ebbe assicurato che non erano stati provati da nessun'altra cliente, entrai nel camerino e li indossai.
Erano rosa e di taglio aderente, mi fasciavano come una seconda pelle e per chiuderli dovetti trattenere il respiro.
Davanti allo specchio rimasi esterrefatta dalla trasformazione: era come se il tessuto fosse impregnato di una vitalità propria.
Timida, la commessa non disse nulla, anche se sono certa che sapesse. Sull'autobus che mi riportava a casa mi strinsi i pantaloni in grembo, in preda a una crescente eccitazione.
Riuscii a mettere Tanya a letto presto, quindi ripassai la casa pulendo e riordinando.
C'erano dei quadri che mi sembravano leggermente storti, e mentre li raddrizzavo notai che le finestre avevano bisogno di essere lavate. Decisi di farlo il giorno successivo, andai in bagno e aprii l'acqua della vasca.
Nell'attesa che si riempisse, mi infilai l'accappatoio e controllai la camere da letto, raccogliendo i batuffoli di polvere che si erano accumulati durante la giornata.
In genere non amo fare il bagno, ma prima dell'atto sessuale mi pare una cosa appropriata. Il contatto con l'acqua, trasparente e informe, in un certo senso mi prepara per ciò che deve venire.
Questa volta, però, l'acqua non mi parve esattamente pulita.
Sulla sua superficie individuai alcune tracce oleose e qualche capello che galleggiava, mentre al di sotto di essi sentii agitarsi correnti malsane.
Ebbi la chiara percezione che immergendomi sarei stata ricoperta da uno strato di sporcizia e di colpo mi raddrizzai, tolsi il tappo e rimasi a controllare che l'acqua defluisse completamente dallo scarico. Solo quando fu perfettamente vuota osai rimettere piede nella vasca e aprii i rubinetti della doccia. Mi sentii istantaneamente sollevata da quel fardello di sporco, e presi a sfregare con vigore, fino ad arrossarmi la pelle.
Una volta asciutta andai in camera per vestirmi. I pantaloni erano ripiegati sul letto. Lanciai loro diverse occhiate, frivola ed eccitata.
Poi li infilai, sigillando con cura la chiusura lampo contro la pancia e lisciando il tessuto lungo le cosce. Estrassi dall'armadio lo specchio grande, lo appoggiai alla parete e arretrai di un passo.
Alle mie spalle colsi un guizzo. Mi girai di scatto, ma non in tempo per vedere che cos'era.
Tornai all'immagine di fronte a me, incapace di staccare gli occhi dai pantaloni. Il rosa si era scurito in un rosso porpora, e ciò che in un primo momento mi era parso attraente, ora sembrava osceno. Qualcosa guizzò di nuovo sullo sfondo, e quando mi voltai credetti di scorgere per un attimo una sagoma serpentina, che sparì prima che potessi individuarne la provenienza.
In camera da letto era calata la penombra, così accesi una lampada.
Adesso i pantaloni apparivano di un rosso ancora più scuro, e sulla superficie del tessuto mi sembrava di intravedere minuscoli peli.
Un secondo dopo i peli presero a pulsare al ritmo del mio cuore.
Mi chiesi se non si trattava di un semplice gioco di luci, tuttavia, benché la lampada fosse accesa, la stanza sembrava farsi inesorabilmente più buia e l'aria viziata; ben presto mi ritrovai a inspirare affannosamente.
Nello specchio la mia faccia si faceva via via più indistinta, i singoli lineamenti prosciugati della loro vitalità da una tenebra di cui ancora dovevo scoprire l'origine.
L'oscurità crebbe fino a che nella stanza tutto parve sul punto di svanire nel nulla.
Mi separai a forza dallo specchio, in cerca di una via di fuga dall'opacità della camera e dei suoi muri opprimenti. Ma il buio regnava ormai ovunque, e all'improvviso ne compresi la fonte.
Avevo appoggiato lo specchio contro la parete nord, creando inavvertitamente una finestra attraverso cui la minaccia proveniente dalla casa accanto trovava libero accesso.
Distratta dai pantaloni, avevo dimenticato, ed ero ora in grave pericolo.
Mi sforzai di ridere, ma ciò che echeggiò nella stanza fu piuttosto un grido di panico.
Animali notturni se ne stavano in agguato negli angoli, e cominciai ad avvertire la presenza di dita filiformi che mi sfioravano le carni.
Il tessuto che indossavo sulla pelle era vivo, i peli baluginavano nel buio; sopraffatta dal terrore, balzai verso lo specchio - il ponte di collegamento - colpendolo con il tacco di una scarpa che mi ero levata.
Vi fu un sibilo, un istante di pura violenza, quindi il vetro scricchiolò e andò in frantumi. Schegge di occhi volarono nell'aria, ricomponendosi in pericolosi mosaici sul pavimento. La stanza parve per un attimo schiarirsi, ma poi l'oscurità si fece totale e io stramazzai a terra.
Gran parte di ciò che accadde dopo l'ho dimenticato, tranne che quanto Curtis arrivò a casa avevo ormai già eliminato i cocci dello specchio, così come la cornice. Indossavo un altro paio di pantaloni, e ancora adesso non sono certa di che fine fecero quelli rosa.
Cercai di spiegare quanto era successo, ma le mie parole suonavano incoerenti: intere parti di quel pomeriggio erano in quale modo svanite dalla mia memoria.
Mi sentivo lucida e per nulla imbarazzata.
Curtis era di cattivo umore per via della giornata di lavoro, e alla fine non fu difficile dimenticare l'accaduto.
Consumammo una cena veloce e andammo a letto presto.
Quella notte, gli incubi ricominciarono.
Nel corso delle settimane successive la situazione domestica andò deteriorandosi. Il lavoro di Curtis si fece sempre più pressante, e spesso mi capitava di cenare da sola.
Tanya reagì con un maggiore attaccamento nei miei confronti, sebbene non possa affermare con certezza che ciò dipendesse da altre crescenti tensioni piuttosto che dall'assenza di Curtis. In ogni caso, quella sua nuova insicurezza arrivò in un periodo in cui avevo poche energie extra da dedicarle.
Ero troppo impegnata nella mia battaglia personale.
Poco dopo l'episodio dello specchio rinunciai al lavoro estivo per l'università.
Concentrarmi anche solo su piccolezze era uno sforzo troppo grande, ora che in gioco c'era la sicurezza della mia casa e della mia stessa famiglia. Decisi di fare tutto quanto era necessario per eliminare la minaccia.
Non appena comincia a trascorrere più tempo in casa, mi resi conto di quanto tempestiva era stata la mia risoluzione.
Ogni giorni si verificavano nuove intrusioni da parte dell'edificio accanto, e dovevo fare del mio meglio per neutralizzarle.
Dopo aver eliminato tutti gli specchi e i vetri che producevano effetti di riflessione, sfregai energicamente le pareti con l'aiuto di detersivi. Anche così, però, restavano aree scolorite e spaccature attraverso cui, anche nei giorni meno ventosi, filtravano spifferi gelidi.
Per terra, i tappeti apparivano in molte zone innaturalmente usurati, e la cucitura sul bordo di uno di essi aveva inspiegabilmente ceduto. Polvere e sporcizia sembravano accumularsi ancora più velocemente, e dovetti cominciare a passare l'aspirapolvere due volte al giorno.
Credo fosse ormai ottobre. Poi, due settimane fa, è arrivato l'odore.
è partito dal seminterrato, ma nel giro di un paio di giorni ha impregnato tutta la casa.
Sulle prime ho pensato a un'ostruzione particolarmente voluminosa in uno dei tubi di scarico, ma i servizi igienici e i lavandini della casa funzionavano perfettamente.
Allora mi sono detta che forse si era rotta una fossa settica, un modello di nuova invenzione, probabilmente per colpa di qualche roditore.
Supposizione assurda, ma all'epoca ero ancora disposta a credere qualunque cosa pur di ingannarmi, anche se in realtà immagino di aver sempre saputo.
Il puzzo era costante, sebbene l'area colpita variasse di volta in volta.
Nella nostra camera da letto aleggiava una sorta di enorme nuvola solforosa, indescrivibilmente ributtante, e non potevo metterci piede senza che le convulsioni mi attanagliassero lo stomaco.
In sala, un odore acre indugiava invece lungo il perimetro della stanza e prima di assalirmi aspettava che mi fossi comodamente sistemata.
Al piano inferiore della casa l'aria era fetida e umida, un terreno di coltura ideale per muffe e funghi maleodoranti.
Il tanfo non diminuiva nemmeno di notte, mi aggrediva e inquinava l'atmosfera. Ma questa volta non avevo più dubbi circa la sua origine, e la grinta con cui ho preparato il nuovo attacco è stata una specie di prova cruciale della mia determinazione: ho raddoppiato le operazioni di pulizia quotidiana, quindi le ho quadruplicate.
I pavimenti puliti non bastavano più; anche le pareti andavano lavate, così come i soffitti, gli armadi e le finestre. Ho comprato deodoranti per ogni stanza, e ogni giorno ho irrorato ripetutamente la casa con gli spray più intensi.
Ho cominciato anche a cambiarmi spesso i vestiti, impedendo ai tessuti di impregnarsi di odore, e io stessa mi lavavo una volta al mattino, una al pomeriggio e una alla sera. La mia risolutezza ha dato i suoi risultati, perché alla fine sono riuscita a eliminare il tanfo, sebbene il successo dipendesse solo dalla mia costante e severa vigilanza. Consideravo quegli sforzi un prezzo più che accettabile, e in breve ho sentito rinascere la speranza: stavo riconquistando il mio potere, e presto la situazione sarebbe stata sotto controllo.
La sola prospettiva bastava a farmi sentire meglio, e per qualche giorno ho addirittura creduto di avere risolto il problema. Col senno di poi mi rendo contro di quanto la speranza fosse più debole della realtà delle cose, ma certo non mi si può biasimare per aver desiderato un po' di respiro dallo strazio di quei giorni.
Non solo stavo combattendo la battaglia per la nostra casa, ma anche con Tanya e Curtis i conflitti si facevano più pesanti e frequenti.
Nessuno sembrava condividere le mie preoccupazioni. Al contrario, entrambi parevano ritirarsi da me, isolandomi sempre più, e questo proprio nel momento in cui avevo maggior bisogno di sostegno.
Sulle prime ho cercato di essere comprensiva, ho pensato che Curtis era sotto pressione per via del lavoro e non poteva farsi carico di altri problemi,
E Tanya era solo una bimba: come potevo ritenerla responsabile del deterioramento della situazione?
Tuttavia, la mia diffidenza ha continuato a crescere, e in un gesto quasi disperato ho deciso di affrontarli in maniera diretta, a partire da mia figlia.
Un giorno, invece di consegnarla alla baby sitter, l'ho tenuta a casa e l'ho obbligata a stare in piedi contro la parete nord della sua cameretta. La mattina non avevo passato la spray e ho aspettato che il tanfo aumentasse fino a diventare insopportabile. Poi le ho chiesto se sentiva il cattivo odore.
Ha scosso la testa, un'espressione di falsa innocenza dipinta in viso.
"Non mi dire bugie", ho detto, afferrandola e premendole il naso contro il muro. "Annusa"
Allora è scoppiata in un pianto deliberato, e io le ho dato uno schiaffo.
Lei ha gridato più forte, io non ho retto e sono uscita di corsa dalla stanza. Quella sera Curtis mi ha detto che sono malata.
Immagino che avrei dovuto aspettarmelo, vista la sfiducia con cui ormai sembravamo trattarci a vicenda, ma lo stesso ne sono rimasta colpita come da un'allusione maligna, crudele e fuori luogo.
Lui si era dato da fare quanto me, lottando senza tregua per conservare un'apparenza di ordine domestico; avrei potuto liquidare il suo commento come qualcosa di rude ma inevitabile.
Invece non è stato così, e naturalmente alla fine ha sortito l'effetto desiderato e siamo passati dalla lotta verbale a quella fisica, in un crescendo di violenza.
Sono volati colpi energici, e in un lampo ho riconosciuto in lui il vero volto del nemico.
Piangendo, strappandomi le unghie, l'ho trascinato fuori e lontano dalla casa.
Ma questo accadeva giorni fa. Adesso sono qui, sola. Certe volte mi sembra che Tanya sia con me, altre no. Nel suo lettino c'è una sagoma che si muove appena. Forse sta cercando di parlare. Di notte emette un leggero bagliore... Di fatto, è l'unica fonte di luce in questa ombra sempre più scura. Le porto da mangiare e i resti li tengo per me. è diventata una brava bambina, ha anche smesso di piangere. Forse sono stati i vermi, a insegnarlo alla sua lingua.
La casa accanto è tornata, e ora capisco quanto poco profonda sia stata la mia intuizione. Legno, intonaco, chiodi, vetro: nulla di tutto ciò costituisce una vera minaccia per me.
Né la casa in se stessa, che in verità è solo un agente. Ciò che mi è ostile è il regno da cui è nata, il suo passato, presente e futuro.
La cosa viva sta nella terra, nei semi deformati dell'erba e delle piante, ramifica e allunga le sue radici contro di me, maligni virgulti che come lombrichi scavano nel suolo per penetrare le mie pareti e contaminarmi.
Ho oscurato le finestre con fogli di linoleum. Cerco di tenera la mia casa pulita.
Ieri ho escogitato un modo per sconfiggere gli odori. Con i fiammiferi lunghi che Curtis tiene vicino al caminetto mi sono cauterizzata le narici.
Ho provato una breve fitta di dolore, ma adesso sono immune da qualunque sfida olfattiva.
La mia determinazione aumenta.
Ogni giorno divento più potente.
Stamattina ho ritrovato i pantaloni rosa. Erano nell'armadio, sotto le lenzuola sporche. Il colore è stranamente sbiadito, lungo le gambe corrono delle scie traslucide e sulle cuciture le macchie di muffa disegnano chiari arabeschi.
Un barlume di intuizione. Li infilo, stringendomeli in vita. Spengo tutte le luci. Il tessuto aderisce come una tela di ragno alla mia pelle, mentre mi stendo nell'armadio. In una tenebra tenace come la mia determinazione strappo gli ultimi vestiti di Curtis dagli appendini e mi adagio in mezzo a essi senza paura.
Così sistemata - un richiamo, ormai, un'esca - mi offrirò in sacrificio.


